La stanza di Phoebe
venerdì, settembre 29, 2006  
Gli ingegneri passano, gli amici veri no. Forse.
 

Certe volte sembra che non accada mai nulla, che la tua vita sia “perfetta” nella sua immobilità, incasellata alla perfezione in un puzzle semplice e complicato come un tramonto su Shangai.

Poi, all’improvviso.

Tutto inizia a correre, rutilante, a cambiare vorticosamente e non puoi fare nulla per evitarlo, nemmeno volendo.

Tutto sembra crollare e cadere giù come in una brutta copia di Matrix.

E noi non siamo in Matrix. Vero?

Se lo siamo, dove diavolo si è cacciato Keanu Reeves???

Magari, ed è molto probabile che sia così, le cose stavano cambiando impercettibilmente già da un po’. Già da sempre, magari. Ruotando lentissimamente come gli ingranaggi di un orologio enorme. Ma, accecata dal tran tran, non te ne accorgi. O non vuoi accorgertene.

Io non me ne sono accorta.

CACCHIO.



Poi un giorno ti svegli ed i tuoi punti di riferimento, le tue caselle ben ordinate non ci sono pù.

Hai come l’impressione che il tuo mondo si stia sgretolando come una scatola di biscotti messa in fondo alla busta della spesa.

 

Too dramatic?

Maybe.

 

Le palestre chiudono.

Mia nonna mi ha lasciata.

Gli amici si allontanano. Non solo fisicamente. E non per cattiveria.

Le strade cambiano i sensi di marcia e spuntano le rotonde, in cui i vecchietti non sanno andare.

Partenze. Sparizioni. Liti. Viaggi. Ritorni.

Tutto cambia e niente è più come prima”, direbbe il solerte Giacomo nella sua infinita saggezza maschile.

Ed è vero.

Rapidamente.

 

Mi sentivo protetta.

Scioccamente sicura.

Tranquilla.

Privilegiata in una serie di affetti che credevo non sarebbero mai venuti meno con il passare del tempo.

Ma l’immutabilità non esiste.

La vita è fatta di cambiamenti, magari anche traumatici che non devono essere per forza essere negativi.

Ma servire per crescere.

Almeno un paio di centimetri.

 

Anche se ora mi sento come sospesa su un filo, col mio ombrellino soltanto ad aiutarmi nell’equilibrio. Un passo dopo l’altro, senza sapere quel che mi aspetta.

Con poche certezze nella vita e tante domande.

Ma forse, come afferma Carrie in una puntata chiave della sesta serie di S&TC, è finito il tempo delle domande, delle chiacchiere e dei problemi.

 

Ora bisogna cominciare a vivere. 



l'ha scritto phoebe1976 | 11:39 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
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lunedì, settembre 25, 2006  
L'elastico

Secondo la Bibbia della lingua italiana, si intende per specchio una “lastra di vetro piana a cui, su una faccia, è applicato uno strato metallico che riflette la luce e dà un’immagine riflessa di ciò che viene posto di fronte, utilizzato, a seconda delle dimensioni e della fattura, come oggetto da toeletta o nell’arredamento di ambienti”.

Quindi, lo specchio dovrebbe essere implacabilmente oggettivo, mortalmente REALE e assolutamente nonché insidacabilmente obiettivo.

Freddo ed asetticamente impietoso come un qualunque oggetto di arredamento.

Dicono.

Ma non ci credo.

Perlomeno, il mio non lo è.

Poi, per il vostro non posso rispondere.

Vedetevela voi.

 

Nel mio specchio, per esempio, abita lo spirito di una vecchia zitella dell’ottocento inacidita dal suo stato e della noia di vivere dentro lo spazio angusto in cui si ritrova.

E mi critica.

Ma da dove è uscita questa ciccia qui?

E questi crateri di ritenzione idrica?

E il marsupio che c’hai legato in vita? Come? Non è un marsupio!!??

Mica vorrai metterti questa roba qui, eh? Chè sembri Platinette vestita da albero di Natale! Non ti ci provare ad uscire così, che sei matta?

E così finisce che inizia la lotta con l’armadio, tirando fuori tutto il mettibile ed oltre, arrivando fino ai pantaloni lucertolati del 1999 che non ti entrabo più ed ai vestiti di quando eri 46 kg che ovviamente non ti entrano nemmeno in una manica. E il malumore sale, mentre la stregaccia sghignazza da dietro lo specchio accarezzandosi il neo peloso che c’ha sulla guancia.

Ma quand’è che t’è venuto sto quadricipite qui?

Ma brutto, eh?!

Oddio che orrore.

Ihihihi! Questa se la ride… ora rompo sto specchio in mille pezzi…

Dopo innumerevoli tentativi, ripiego noisamente sulla mglietta preferita che copre il rotolino lì e il paio di pantaloni tattico. Lo so, sono poco alla moda, poco fashion, poco tutto… che devo fare se non ho nulla nell’armadio????

E sono pure in ritardo, sai che novità…

Forse dovrei stare a casa a mangiare una vaschetta di gelato e dare buca al mondo.

Vabbè, esco.

 

La mattina dopo svegliarsi, di corsa che la sveglia suona e bisogna andare al lavoro.

Ti guardi allo specchio e non è poi così malaccio.

Non c’è più nemmeno la stregaccia.

Dove sarà?

Avrà rimorchiato nottetempo?

Uh, mi stanno bene anche questi jeans.

E la pancia non è mica tanta.

Mah.

 

Misteri.



l'ha scritto phoebe1976 | 16:33 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world
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lunedì, settembre 18, 2006  
Viaggio alla scoperta della mutua

Gli ospedali mi hanno sempre inquietato il giusto. Anzi, diciamo pure che li odio da morire. Ma, volente o nolente, nella settimana appena trascorsa mi è toccato di frequentarli più del dovuto anche se, per mia fortuna, per bellissimi o banali motivi.

Già, il bellissimo motivo è la nascita della piccola Sara. 51 centimetri di biondissima vitalità ed orgoglio della sua splendida mamma nonché mia carissima amica. Che mi comunicò la notizia a febbraio, buttandomi in uno shock estatico durato un paio di settimane, seguito da una gravidanza isterica terminata appunto l’altro ieri.

Il motivo banale invece è il dover fare una panoramica ai denti. Dovendo conciliare tempi lavorativi con disponibilità ospedaliere, sono finita a farla un sabato mattina in una piccola ASL affacciata sul Trasimeno. Ora, questo non cambia nulla, io gli ospedali li odio tutti: piccoli, grandi, medi, USL, ASL e compagnia cantante. Solo che quelli piccoli spesso sono peggio, perché più empirici.

Arrivo e mi rendo conto che devo pagare il ticket alla cassa. Mi avvicino con € 20,66 in mano già contati, conscia della agilità mentale degli impiegati allo sportello. C’è solo una persona davanti a me. Bene.

Bene.

Ehi, sono passati cinque minuti, com’è possibile che io sia ancora in fila?

L’impiegato si aggiusta gli occhiali e l’uomo davanti allo sportello sbuffa un po’ troppo forte.

Dieci minuti.

L’impiegato smanetta sul pc alla velocità di un bradipo con l’artrite, l’uomo davanti allo sportello digrigna i denti.

Quindici minuti.

L’uomo sbuffa, l’impiegato lo guarda accigliato perché ha sbagliato a firmare il modulo.

Ora sono certa che scatta la violenza.

Tutte le telecamere dei telefonini fuori, inizia lo spettacolo!

Nulla.

Diciotto minuti…

Nella fremente attesa, faccio amicizia con una famiglia pakistana composta da padre, madre e bimbo bellissimo di diciotto mesi fornito di un paio di occhi così neri da sembrare due piccoli pozzi senza fine. Il pupo, come è mia caratteristica (io, è risaputo, attiro solo cani e bambini), mi riserva una confidenza che lascia a bocca aperta i due riservati genitori ed insieme improvvisiamo un teatrino trans-generazionale e intra-culturale che intrattiene tutti i presenti. Finché, magia, dopo venti minuti è il mio turno.

L’impiegato, simpatico come la malaria e con il colorito adatto, prende la mia prenotazione e si rituffa tra le pieghe del suo programma che, mi chiedo, deve essere sicuramente scritto in COBOL, sennò non si spiega.

Dopo cinquanta minuti, e dopo aver salutato con un bel in bocca al lupo sincero la famiglia pakistana (chissà se capirà gli insulti in pakistano il minus habens allo sportello), eccomi pronta per una nuova eccitante avventura: tutti in fila per le radiografie.

Domandandomi se mai nella vita ci sia un modo peggiore di passare il sabato mattina, pazientemnete mi accomodo in una sala vuota.

Vedo passare i volontari della Misericordia del mio paese, tutti intenti a trasportare una signora sulla sedia a rotelle che disquisisce allegramente di lasagne e della loro modalità di preparazione. Il parallelo con mia nonna è in evitabile, e ripensando alle ore che ho passato a tenerle compagnia tra una mineralometria e un esame radiologico, oppure nel tragitto casa ospedale con l’ambulanza mi si stringe il cuore.

Mi si avvicina dopo pochi minuti una coppia anziana.

Lei una di quelle che profumano di borotalco e con la collana di perle ingiallite al collo, con un paio di occhiali troppo grandi da Jackie O’ e la messa in piega troppo cotonata per quel mucchietto di ossa che è. Lui, camicia a righe e pantaloni ascellari, mani annodate dietro la schiena e classica andatura fascista.

La signora ha voglia di chiacchierare e mi racconta di come la loro vacanza sul Trasimeno a casa del figlio si stata improvvisamente sconvolta la notte dei Mondiali di calcio vinti dall’Italia. Con forte accento napoletano, la signora racconta dell’infarto del marito accaduto proprio quella notte (troppe emozioni?) e di come la meravigliosa sanità umbra sia subito accorsa, trasportando il marito all’ospedale e operandolo subito  cuore aperto.

“Signorì, s’immaggina cos’era Napoli quella sera? Mio marito c’arrivava dopo due ggiorni al Cardarelli!!! E’ stato il destino, il destino!!!”

Insomma, l’anziana coppia napoletana ora vive nella casa delle vacanze del figlio, e tanto si trova bene in Umbria che ci resterà.

Perché così vuole il destino.

Ma pensa te…

 

Arriva il mio turno, e scopro che il radiologo assomiglia allo scienziato di ritorno al futuro e questo non mi rende molto tranquilla. Ha anche due occhietti da furetto un tantino inquietanti… Sicuramente fa esperimenti transgenici nel suo studio privato. Spero che le radiazioni non mi facciano nascere un’altra testa, ci mancherebbe solo questo visto che quella che c’ho già mi avanza. Magari, potrebbero crescermi un po’ le tette… si potrà? E se glielo chiedo?

Morsetto in bocca, giubbotto di piombo so trendy e gli orecchini lasciati nel cestino a fianco, diamo il via alle danze.

Sorridi prego!!!!

Ferma, così!

Cissss!

 

Poco dopo sono fuori, saluto l’attempata coppia e finalmente esco.

Esco pensando a quanto sarebbe bello un mondo senza ospedali, senza gente che sta male, senza quest’odore di disinfettante che ti entra nelle narici e poi non se ne vuole più andare.

O un mondo in cui in ospedale ci si va solo per cose belle, tipo la nascita di un bambino o un paio di tette nuove.

 

Utopia?



l'ha scritto phoebe1976 | 16:24 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, quark, doveva succedere proprio a me
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venerdì, settembre 15, 2006  
L'orgoglio di una ragazzina

Stamattina mentre pucciavo placidamente le mie macine nel tè verde, Omnibus mi ha dato una notizia inaspetatta: la morte di Oriana.

E io, quella che ha sembre trattato chi piangeva per i cd. personaggi famosi (vedi fiumi inutili di lacrime versate per  la morte mediatica di Lady D) alla stregua di decerebrati cosmici, non ho potuto evitare la lacrimuccia.

 

Avevo 18 anni, e come tutti a quell’età ero in aperta lotta col mondo.

Coi compagni di classe scemi, con i miei che mi avevano sbattuto all'Istituto Tecnico commerciale perchè scrivere non dà il pane, con la vita.

E soprattutto con quella stronza della mia professoressa di italiano, che mi odiava a prescindere solo perché mia zia insegnava nella stessa scuola la stessa materia con risultati ben diversi.

Siccome la mia parente era solita dire in faccia all’inetta professoressa (incapace di spiegare senza il libro sotto e rincitrullita dalla lacca necessaria alla sua cotunatura) tutto il suo disprezzo con la mediazione tipica della mia famiglia, la vittima sacrificale sull’altare della letteratura ero io.

Che, per essere sempre mediata, reagivo lasciando la classe appena la professoressa entrava, per andarmi a rifugiare in biblioteca. Qui, con l’aiuto della bibliotecaria hobbit (tonda e bassa proprio come un personaggio della contea di Tolkien) ho scoperto i libri della Fallaci.

Folgorata da Un uomo (un libro che sto rileggendo, e che mi ha segnata forse più di qualsiasi altro nella vita), mi sono poi buttata a pesce su Niente e così sia, Lettera a un bambino mai nato, Se il sole muore e Intervista con la storia. Per ultimo Insciallah, il libro dell’orrore in Libano tornato all'improvviso attuale in questi giorni.

Uno dietro l’altro.

E all’improvviso in quell’inverno piovoso del quarto superiore, mentre i mesi passavano e le pagine volavano, mi sono resa conto di non essere sola.

Io, che mi sentivo diversa, costretta in una scuola in cui non mi trovavo, in cui ero l’alieno perfetto guardato con curiosità dai compagni di classe, non ero sola.

Come non ammirarla? In prima linea ovunque ci fosse una storia da raccontare, in Vietnam come in Sud America, contro gli orrori che solo l’uomo può commettere. E poi, il suo amore per Alekos Panagulis, poeta e dissidente politico nella Grecia dei colonnelli: chi non ha sognato un amore così dopo aver letto Un uomo?

E proprio in quegli anni è cresciuta la mia coscienza politica, il mio essere come persona, come donna.

Ed anche il mio amore per la scrittura è nato in quel periodo. O, come minimo, si è evoluto.

Volevo essere come lei, sognavo di diventare lei.

 

Se sono quello che sono, è un po’ colpa anche della Fallaci.

Anche se lei non lo saprà mai.

 

Anche se dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, l’ho rinnegata per aver preso posizioni che non mi sarei mai aspettata da lei. Lei, donna anti-estabilishment per eccellenza, che mi appoggia quel fesso di Bush e le sue idee proto-conservatrici.

Proprio lei che ha visto il Vietnam meglio di qualsiasi altro giornalista italiano, che conosce l’orrore della guerra, mi propone come soluzione lo sterminio. Propina la difesa culturale dell’occidente, quando la cultura è per me evoluzione del pensiero. Dinedere il pensiero… da cosa? 

Mi sono arrabbiata con lei per aver deluso le aspettative della ragazzina che la leggeva con l’entusiasmo dell’adolescenza e la necessità di una figura diversa da quelle che le sue coetanee trovavano in televisione. La rabbia dopo la pubblicazione de La rabbia e l’orgoglio era tutta la mia. Contro di lei.

Ma l’ho perdonata, perché in fondo mi aveva già dato tanto.

O perché forse, nelle sue dichiarazioni, era semplicemente diventata troppo estrema, perdendo di vista l’umanità.

Tradendosi.

Lei, donna scomoda a destra e sinistra, icona per più generazioni di ragazze che stavano diventando donne, stanotte ci ha lasciata.

Senza clamore, senza chiacchiere.

Si è spenta nella sua città natale, vinta da un amle contro cui tanto aveva lottato.

Ma vivrà dentro tutte le donne.

 

 

Ciao Oriana. E grazie di tutto.


l'ha scritto phoebe1976 | 11:47 | permalink | vita vissuta, sick sad world, caffetteria letteraria
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lunedì, settembre 11, 2006  
Cinque anni. Oggi.

Eh, lo so.

Sono banale. Banalissima.

Ma come evitare di parlarne, soprattutto oggi?

Data ribattuta dai media, bruciata per sempre, associabile inderogabilmente ad un evento tale quale al Natale o al Ferragosto. E quindi inevitabile.

Anche per il suo essere terribilmente controverso, oltre che indiscutibilmente orribile.

Sono passati cinque anni da quando sapevamo poco o nulla di Osama Bin Laden o della geografia dell’Iraq.

Sono passati cinque anni, e la faccenda non è chiara.

Come sono andate davvero le cose?

Chi sapeva? Chi non ha fatto nulla per impedirlo?

Possono 19 uomini armati di taglierino aver fatto tutto da soli, senza nessuna collusione interna?

E la CIA? La CIA dei film ammèricani dove cacchio stava? Ad inseguire gli alieni a Roswell?

 

E’ un complotto?

Per Jimmy Walter, miliardario americano costretto ad essere emigrante in Svizzera, dice di sì.

Investendo soldi e tempo in una organizzazione chiamara REOPEN 9/11, lavora per un unico scopo: rimettere in discussione tutto quello che si sapeva, o si pensava di sapere, sui tragici eventi dell'11 settembre 2001.

Potevano due palazzi di quella portata crollare in poco più di 10 minuti?

E la Torre 7, nemmeno sfiorata dagli aerei poteva crollare come sotto demolizione, diritta diritta in quel modo?

Può il terzo aereo (quello sul Pentagono) aver causato alla struttura solo un buco di sei metri?

Sono i soldi che hanno fatto e fanno girare tutto? Quelli dei grandi fabbricanti di armi, dei più accaniti sostenitori di Bush, di Cheney?

Avrà ragione o è solo un visionario al pari di chi vede omini blu e misteri dietro la morte di Lady D?

Questi e altri interrogativi spaccano gli Stati Uniti, uno stato che sempre meno si riconosce in una amministrazione corrotta e bigotta, ora che la paura isterica che giustamente aveva invaso il cittadino medio americano in canottiera davanti alla TV con la birra in mano si sta affievolendo. Ora che, a ragion veduta, si può iniziare a riflettere.

Cinque anni sono passati, i sondaggi danno la popolare molti americani cominciano a pensare che tutti i soldi spesi per la guerra in Afghanistan prima e in Iraq poi sarebbero stati meglio spesi in 100 altri modi più ragionevoli.

Nell’alfabetizzazione, nella lotta alla mortalità infantile, alla povertà.

Non per questo, l’orrore è minore.

Negli occhi rimarranno sempre le immagini devastanti di palazzi in fiamme, della gente che si butta disperata dalle finestre, delle lacrime. Il coraggio di chi, per mestiere, salva la gente non curandosi dell’interesse proprio.

Nelle orecchie le grida, il pianto, le telefonate di addio, la disperazione.

Nelle gambe il brivido di non sapere, la consapevolezza che no, non è un film.

Le colpe dei ricchi ricadono sui poveri. I giochi di potere della cricca di Bush, di Osama Bin Laden, di chiunque regga i fili del grande gioco muovendo le pedine come un grande Mangiafuoco cosa hanno a che vedere con il bambino afghano che porta a spasso le capre o col soldato del Vermont la cui famiglia non ha nulla di meglio da fare che legare un fiocco giallo alla colonna del porticato? Facile fare una guerra. Se il fucile non lo imbraccerai mai. Se non vedrai mai l’orrore sulla tua pelle.

 

In ogni caso, non ricordare quel giorno è impossibile.

Tutti ci ricordiamo dove eravamo l’11 settembre 2001.

Ce lo ricorderemo sempre.

 

Ero in ufficio, la mia migliore amica mi manda un sms: “Un aereo è entrato dentro una delle Twin Towers” e io gli ho risposto “Che è, l’inizio di una barzelletta?” e lei mi ha risposto solo “Accendi la TV”.

Il suo tono serio mi fece correre a staccare la fotocopiatrice ed attaccare una vecchia tv, transfuga di una vecchia filiale smantellata. E come ipnotizzati, io e i colleghi ci siamo inchiodati davanti allo spettacolo atroce della gente che moriva davvero. Con l’oscena curiosità di vedere la gente che muore davvero senza provare pudore. Con un perverso desiderio di castigo e una curiosità blasfema. Cosa accadrà?

Con la sensazione che il mondo sarebbe finito.

O cambiato.

 

Ed è cambiato davvero?

Cosa sarebbe stato il mondo senza l’11 settembre?

Senza l’orrore, senza la paura?

Kerry avrebbe vinto le elezioni presidenziali?

Sarebbe stato diverso?

Ci sarebbero state meno code al check-in dell’aereoporto?

La mia vita sarebbe stata diversa?

E la vostra?

Il mondo sarebbe un posto migliore dove vivere?

Al di là del fatto in sé, l’orrore mediatico ingenerato da questa tragedia, ci ha cambiati?

Viviamo nel terrore?

Ma soprattutto, nel terrore di che cosa? Del diverso, di quello che non conosciamo, di una invasione islamica, che il nostro orticello sia bombardato, della perdita delle nostre tradizioni già parzialmente fagocitate da quelle statunitensi, di morire?

Non c’è risposta. La paura non ha risposte, né le dà.

 



l'ha scritto phoebe1976 | 12:42 | permalink | vita vissuta, sick sad world, mi consenta una parolina
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lunedì, settembre 04, 2006  
Calma e sangue freddo

Succede.

Persino in provincia, non solo a NYC.

Persino a Perugia.

Incontri una persona nuova. Magari interessante, carina, con cui si instaura un certo feeling.

Si vede che ridete delle stesse cose.

Che vi guardate in faccia diritti negli occhi nei momenti di silenzio.

Succede che venite invitate fuori dalla persona in oggetto.

Nulla di impegnativo, niente di chè per l’amore del cielo. Un caffè, un aperitivo. Roba così, da chiacchiera.

Tanto per.

Se il tipo ti piace, l’agitazione e l’adrenalina salgono a mille.

Che mi metto?

La gonna? E se poi sembro troppo all’attacco?

I pantaloni? No, no… troppo seriosa…

E i capelli?? Oddio, i capelli… Dopo il mare, sembrano un topo morto sbiadito appoggiato lì… bleah…

Ma succederà così anche ai maschi?

Oppure sono esenti da stress pre-appuntamento?

Vabbè, basta. E’ solo un caffè.

Chiaro?

 

Chè poi magari un caffè dura due ore, e nella testa ti rimbalza di continuo il monito della tua collega: “Non ammazzarlo di chiacchiere… mediati!!” tutte le volte che apri bocca e stai per far uscire il solito fiume incontrollato. E che poi va a finire sempre come al solito, che gli uomini si spaventano e scappano.

Ma mica non è facile mediarsi.

Basta distrarsi un attimo, e bla bla, bla bla

Non è che è sempre un male, voglio dire. Cioè, spesso sì, ma mica sempre. Magari la conversazione langue.

Certo, il tuo dover fare sempre la saputella tirando fuori nomi e date irrita, lo so… cioè, io lo capisco, il girovagare erratico tra i Simpson, il surrealismo, Palahniuk passando per la nuova formazione del Grifo può essere spiazzante per il maschio medio. E anche quello sopra la media può non averci voglia di star a sentire un fiume di cazzate ininterrotto.

Perciò.

Zitta.

Zitta.

Fallo parlare.

Parla, ma fallo parlare.

Ecco, brava.

Sorridi, anniusci.

Bravissima.

 

E l’appuntamento finisce, due bacetti sulle guance e ci sentiamo presto.

E’ stato un piacere, sono stato/a bene.

 

Sì, sì.

A presto.

Presto che vorrà dire?

Domani?

Dopodomani?

Tra una settimana?

Mai?

 

E inizia così, se il tipo in questione ti ha un po’ incuriosita e ti senti attratta),  il tremebondo altalenare degli umori tra speranza (quando suona il cellulare) e disperazione (quando ci si rende conto che è lo scocciatore di turno, e non lui).

Perché, ovviamente, TU NON LO PUOI CHIAMARE.

Perché nel 2006 ancora vige il cavarellesco ed annoso codice che vuole che sia l’uomo a prendere l’iniziativa, corteggiare, ecc che altrimenti poi finisce male.

Statisticamente provato.

Scientifico.

E non c’è girl power che tenga o falò di reggiseni che valga: certe cose, a detta di chi la sa lunga, devono restare così.

Insomma, aspetti.

Vivi, vai in paletsra, mangi, lavori, dormi.

E aspetti.

E mentre aspetti, specie se quest’attesa si prolunga, molteplici domande si affollano nella tua testolina mononeurale piena di scarpe.

Avrò sbagliato qualcosa?

Avrò detto/fatto qualcosa di sbagliato?

Magari l’ho annoiato!

Oppure… ecco, deve essere stato quell’orrendo brufolo che avevo sul mento, enorme!

Oppure, oppure…

 

Oppure non c’è nulla, di tutto questo.

Magari non è scoccata la scintilla.

Oppure c’ha avuto da fare col torneo di calcetto.

Insomma, ci vuol pazienza.

Chi vivrà vedrà.

Se è destino succederà.

Sennò, avanti il prossimo senza paranoie.

Forse.

 

Ora scusatemi, mi suona il cellulare... 



l'ha scritto phoebe1976 | 08:39 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
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