La stanza di Phoebe
lunedì, ottobre 30, 2006  
Tratti somatici evidenti

Il sabato pomeriggio d’autunno è un giorno placido, un momento di relax destinato al defatigamento del mio cervello mononeuronale e, volendo, anche allo shopping. Ma sempre nella massima quiete, sentendosi liberi e pigri come la mia gatta stiracchiante sotto il sole tiepido.

Mentre approfitto della bella giornata passeggiando per le colline umbre con la mia amica Babi e la sua pupattola di un mese o poco più, mi suona il cellulare: è mio padre.

Che, da vero tossico del calcio, si è ricordato solo ora di aver finito la ricarica del digitale terrestre.

E stasera c’è il derby!!!! Dai, su, vammela a comprare che io son a raccogliere le mele nel frutteto!

????

E dai!!!! Figlia degenere!”

Eccolo qui.

Lui gioca a fare l’agricoltore e io devo lottare in un supermercato di sabato per la ricarica.

Lo so, è ridicola la storia del digitale terrestre.

Inutile.

Anzi, disutile.

E’ pure di Berlusconi.

Ma trovo che per la mia vita sociale, vista la spiccata propensione ad ipnotizzarmi davanti a qualsiasi genere di documentario (anche quelli stile “Mbuti! Chi li ha inventati? Da dove vengono? Quanti ‘mbuti sevono per fare uno ‘mbuto? Su Rieduchescional Channel!”) verrebbe azzerata dall’arrivo di Sky nella mia vita.

Finirei a vedere il rituale di accoppiamneto dell'orsetto lavatore del Canada del sud il sabato sera, con la pupilla dilatata ed il sacchetto di patatine in mano.

Perciò, come palliativo, ho dotato di decoder e tesserina mio padre come regalo per il suo compleanno.

Così sta buono.

Evvai.

Vado al supermercato.

Prendo tre cosette, dribblando famiglie con ragazzine urlanti e coppiette pomiciose.

Mi metto in fila alla cassa.

Ovviamente, 853 persone in fila, due casse aperte.

Ovvio.

Aspetto paziente vedendo sfilare tonnellate di cibo.

E penso, come al solito, che l’80% di quello che si butta sono gli imballaggi dei prodotti, le confezioni sgargianti, il superfluo ingombrante.

Una coppia sulla cinquantina dietro di me, entrambi in tuta si lamenta della lentezza delle cassiere. Inizia un bel discorso edificante sull’economia rapportata agli ipermercati in cui io rimango spettatrice finchè la signora in tuta, tapina ignara, chiede: “Lei che ne pensa, signorina?”

“Guardi, io in genere vado al Penny Market* e questi problemi non ci sono!”

Mutismo.

Come troncare una conversazione.

Tutti in fila.

Ma, finalmente, tocca a me.

Tonno, prosciutto, robiolino…

Io:”Mi dà una ricarica della Mediaset Premium da 10?

Cassiera: “Ecco qui. Eh, da quando è iniziato il campionato ne vendiamo tante!

Uomo in tuta: “EH! I poveracci che non hanno Sky!!

Io:”E’ che non lo voglio fare. Sa (rido) vorrei mantenere una parvenza di vita sociale…”

Uomo in tuta:”Costa troppo, eh!!”

Io (rendendomi conto che è la seconda volta che mi dà allegramente della poveraccia):”Non è questo. E’ che guarderei sempre la televisione e invece la sera mi piace leggere o uscire

Uomo in tuta: “Leggere! Voi comunisti siete tutti uguali!!

Sbarro gli occhi.

Magari ho sentito male.

Ma l'arietta tronfia dell'omino in tuta mentre si alliscia i baffi è palese.

Io:"Grazie del complimento e buona giornata!"

L'uomo in tuta arriccia il labbro superiore, la moglie ride non vista.

Ma dai?

Non pensavo che dai mie tratti somatici si potesse risalire in maniera così evidente ad un’idea politica!

Eppure, pensavo di vestirmi anche abbastanza stilosa, almeno secondo Cosmopolitan!

 

Vado.

Sennò lo meno.

E picchiare le persone anziane sta brutto.

 

 

Ed il Milan ha pure perso…

 

 

* Delle mie avventure al Penny Market parlerò diffusamente più avanti



l'ha scritto phoebe1976 | 15:18 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, mi consenta una parolina, roba di pallone
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giovedì, ottobre 26, 2006  
Cattolicamente laica

Io sono cattolica.

A volte.

Cioè, a volte sì a volte no.

No, non nel senso che sono indecisa, ma vado a periodi.

Sono cattolica, ma non praticante.

Che poi, perchè praticanete deve essere uno che va fisicamente in Chiesa?

E se uno va a dormire all'ultimo banco?

Dentro di me c’è un forte desiderio di spiritualità (no, non mi fraindendete. Non vedrete mai Phoebe monaca…) e quindi periodicamente provo a riavvicinarmi alla religione cattolica, complice anche il parroco del mio paese, missionario rimpatriato a causa della puntura della mosca tsè-tsè.

Ed è rimasto alquanto scombinato dalla puntura del mefistofelico quanto mitologico insetto.

Credo che presto Papa Benedetto XVI lo brucerà sul rogo.

Temo anzi che faccia la fine di Milingo…

 

Mi avvicino, comincio a frequentare la chiesa. Sentendola come una necessità. No, non sotto le feste comandate e/o ricorrenze luttuose. Accade e basta.

Però poi… Poi succede sempre qualcosa che mi indispettisce, fa arrabbiare, incazzare, litigare indi litigare ancora.

 

Già nel 2006 sentir parlare di gente che vive nel peccato perché convive o è divorziata, mi fa salire il fastidio. Una mia amica è stata d recente cacciata fuori dalla molto pia, nonché simbolo della cristianità in tutto il mondo,  basilica di S. Francesco perché in confessione ha dichiarato il suo status di donna divorziata e convivente. Al suo rifiuto di tornare col marito, il sacerdote è uscito dal confessionale, l’ha presa per un braccio e buttata fuori.

Bravo.

Bene. 

Vogliamo allora parlare di PACS? No, perché io sono a favore e sono cattolica, come faccio????

 

Come diceva mia nonna “Ma i gay sono malati?? Li potrebbero mettere in una comunità di recupero, magari guariscono!” Ma mia nonna, per quanto moderna ed aperta, aveva quasi 80 anni ed è vissuta e cresciuta nella verde campagna umbra. Un altro secolo, altri pregiudizi. Che non dovrebbero esistere più, però ci sono.

No ai matrimoni tra omosessuali. Non parliamo poi di adozioni!! E i diritti… quali diritti???

Se Gesù nascesse oggi, sono sicura affermerebbe che basta l’amore. Ed è a volte parecchio di più di quello che hanno certe coppie etero, sposate e in regola.

 

Non ci posso fare nulla, sento parlare dell’amoralità dell’uso del preservativo nell’era dell’AIDS e mi girano le scatole. Specie nei paesi africani, evangelizzati a suon di pagnotta e matita dopo esser stati colonizzati e strizzati, dove il virus dell’HIV impazza e banchetta allegro e contento. La soluzione per la chiesa? Pregare, perché la scienza non basta!

E praticare l’astinenza! Come abbiamo fatto tutti quanti a non pensarci???

Prega, prega…

Particare l’astinenza. E come si fa??

Come minimo si diventa serial killer. Professionisti.

Chiamate Grissom.

Chiamate Orazio.

 

Politicamente poi, odio le ingerenze della Chiesa Cattolica nella vita politica. Io ho capito che siamo lo stato che ospita il Vaticano, però porca miseria…

E poi, questo nuovo Papa salito al soglio pontificio dopo un grande uomo (sempre troppo chiuso e bigotto per me, ma sempre un grande uomo), afferma la non ingerenza della Chiesa, cosa dire se non APPLAUSI?? Ma per favore, per favore!

Sarà che per me la laicità della politica è essenziale. Aborto e divorzio sono leggi irrununciabili in un paese moderno. Poi, si può scegliere se servirsene o meno.

Lo stato DEVE essere laico, e non solo sulla carta.

Perché poi tutti i vari partiti politici, leccano l’anello pastorale con una certa frequenza.

E i bambini morti senza battesimo? Vanno in Paradiso, ovvio. No, vanno nel limbo!! Ma se aspettano un paio d'anni a nascere e morire, magari gliela possono fare a prendere l'ascensore per i piani alti.

Per ora, però... NADA!

 

Insomma, io brucerò all’inferno.

Per fortuna, però, il mio parroco semi-eretico (che dà senza batter ciglio la comunione ai separati) ed altri piccoli grandi esempi mi danno una speranza.

Tornerò alla mia chiesetta in cima alla collina? Sì, certo. Lo farò prima o poi. Ma poi ci litigherò di nuovo. Perché mel tollero per carattere imposizioni e nonsense. O magari solo perchè ho senso critico...

E poi ci tornerò ancora, perché è la mia cultura, il mio background che mi chiama.

Indi riscapperò via ancora.

 

Nei secoli dei secoli.



l'ha scritto phoebe1976 | 17:58 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, mi consenta una parolina
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venerdì, ottobre 20, 2006  
Il cioccolato aumenta la serotonina e rende felici. Oppure trasforma in serial killer.

A Perugia non succede mai nulla.

E’ un posto tranquillo, pazzi psicotici a parte.

Non succede mai nulla, già.

Città pigra ed annoiata.

Retaggi massonici a parte.

Un posto piccolo borghese, sbadiglievole e in cui i cambiamenti avvengono a passetti invisibili.

Qui il traffico, orripilanti ed antiestetici disagi da Minimetrò a parte, consiste in due macchine in fila davanti a te.

Sempre così, estate e inverno, pioggia e sole.

Tranne per due fatidiche settimane all’anno: quella di Umbria Jazz a metà luglio e quella di Eurochocolate in ottobre. Ora, entrambe le manifestazioni sono accolte dallo spocchioso perugino medio con moti di disgusto e spocchiosa rassegnazione, tipiche della tolleranza e della capacità di adattamento dei miei favolosi concittadini.

Chè, tanto per capirsi, son soggetti che evitano il centro perché il parcheggio è scomodo (ndr. “Scomodo” vuol dire non esattamente sotto le chiappe), figuriamoci se si vanno ad infilare nella bolgia di certe manifestazione.

Quindi, per la sottoscritta, una qualità ottima di queste manifestazioni è la quasi impossibilità di incontrarvi l’odioso e pluricitato concittadino rompiballe.

E scusate se è poco...

Se è vero che adoro UJ e che bramo il suo arrivo per tutto l’anno, considerandola l’unica settimana in cui la mia boriosa e lenta città si scuote la polvere di dosso e si anima di una luce propria, è vero anche che detesto eurochocolate ed il suo circo Barnum fatto di nutella, cioccolata, praline, scaglie di fondente e mandrie indisciplinate di golosi pronti a farsi ore di fila per pagare il doppio del dovuto barrette di cioccolato che vendono anche alla Coop.

Bene, bravi.

Il centro storico di Perugia è letteralmente invaso da vagonate di turisti infoiati e desiderosi di cioccolato, che non si fermano davanti a nulla pur di conseguire l’agognato feticcio: una barretta, una palina, un qualcosa qualsiasi, purchè dentro ci sia il cacao. E’ d’uso che l’ultimo giorno vengano realizzate statue di cioccolato da scultori famosi e non. Una bella iniziativa, certo. Se non fosse che la massa, con gli occhi iniettati di sangue, gli si dispone intorno minacciosa.

E scattante come in un videogame, è pronta a requisire ogni piccola scaglia del prezioso materiale scalpellata via dal blocco principale.

Poco importa se è caduta sul selciato o se è stata calpestata da qualche inappetente (o neo-diabetico) passante.

Olè!

Tutti in fila dentro la Rocca Paolina, attorno alla Fontana Maggiore, davanti al Teatro Pavone. Per non parlare del delirio ingiustificato dei Giardini Carducci, restaurati da poco e geloso tesoro della amministrazione comunale, regalati ai banchi cioccolatosi senza colpo ferire, ma concessi dopo ore di ciclicio e preghiere in ginocchio sui ceci ai concertini di UJ.

Eccoli là, i golosi saliti in centro da chissà dove. Tutti in fila per assaggiare il nuovo liquore al cioccolato+cannella+peperoncino che non conpreranno mai, o il nuovissimo cioccolatino della Perugina con dentro la ciliegia che mi vien il mal di stomaco solo se ci penso. Poco importa, è gratis... intanto assaggiamo, và. Tutti attorno alle povere ragazzette sottopagate che regalano Togo vestite come elfi di Babbo Natale, implorandone uno tendendo le manine gelide illividite dal clima umbro, come immigrati clandestini su una zattera bramosi di un po’ d’acqua.

Edificante. Parecchio.

Quant’è che costa una scatola di Togo al supermercato??

Uomini e donne attorno alla cinquantina col viso dipinto di cioccolato… ma si può?

E poi, soprattutto… perché?

Una vera follia collettiva, disarmante ed illogica. Paradossale.

Ecco, io nella settimana di Eurochocolate mi trasformo (solo per 7 giorni, sia chiaro) nel perugino medio: sbuffo davanti al traffico, mi incazzo se non trovo il parcheggio, maledico i turisti che vagheggiano con la macchina alla ricerca del centro storico a 15 km/h: sempre dritto, su in salita, impossibile sbagliare!!!

 

Che poi, alla fine, da vera incoerente con me stessa cronicizzata quale sono, un salto ce lo faccio sempre tutti gli anni, se non altro per comprare la buonissima crema al cioccolato che mi fa diventare pazza e che fa diventare livida dall’invidia la mainstream ed usurata Nutella (ndr. anche se recenti notizie la danno per scomparsa da Eurochocolate, come tutte le cose buone sarà stata osteggiata da una concorrenza velenosa ed invidiosa…. Maledetti. Pagherete anche questo…).

L’anno scorso, ad esempio, ci sono stata l’ultima domenica col solerte Giacomo e con Claudia, ridendo della follia della gente ed ingozzandoci di praline, buttate giù in quantità industriale con ettolitri di Coca Cola Light, gentile omaggio delgi sponsor, e divertendoci come bambini dell’asilo.

 

BURP.

 

PS. Se volete una manifestazione diversa, più civile, interessante e ricreativa, allora andate qui.

 

 




l'ha scritto phoebe1976 | 08:55 | permalink | vita vissuta, sick sad world, normale amministrazione
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martedì, ottobre 17, 2006  
Treno globale

Nonostante i tentativi palliativi di svecchiamento e/o demolizione di un imbarazzante passato fatto di ritardi e puzza di piedi, le ferrovie dello stato sono e restano sempre l’ultima spiaggia del viaggiatore.

Nonostante tutto, però, a me piace.

Nonostante spesso ci sia l’aria condizionata irrazionale, e non manchino mai i sedili sdruciti e smandrappati e comunque sempre troppo piccoli e lerci, i finestrini che non si aprono. Nonostante la lentezza esosa ed esasperante, a me il treno piace.

E quando vado nella città eterna ne approfitto sempre.

Anche solo perché l’idea di PHOEBE che guida in mezzo a Roma non è ipotizzabile né tantomneo attuabile in questa terra e comunque non prima del disastro nucleare o dell’abbandono in massa della capitale da parte di tutti gli abitanti capitolini.

 

Detto ciò, essendo “costretta” ad andare a Roma un po’ per vedere la mia guru, un po’ per l’evento, dopo un fine settimana fatto di amici cari con cui si sta sempre volentieri, musica, shopping e giochini al pc che donano dipendenza fisica, domenica sera me ne torno a casa col diretto Roma Termini – Firenze SMN.

Come al solito, l’italiano diventa fin da subito una lingua inutile sul treno, specie se non è quello fighetto stile Eurostar.

Ma io, soldi a parte, preferisco l’affidabilità del vecchio diretto, due ore pulite per arrivare al centro di Roma e zero ritardi.

Come un ottimo mulo d’altri tempi.

Senza considerare la migliore compagnia.

Salgo sul treno.

Anche se son passati quasi due giorni, canticchio ancora ”Waiting for you” tra me e me senza accorgermene, mentre il mio cuore accellera ancora se ripenso alla versione senza microfono di “Where Could I Go”.

 

Mi siedo vicino ad una giovane coppia, che scopro essere brasiliana, in viaggio di nozze in Italia. Dopo Roma, vedranno Firenze. Poi Venezia. Magari in gondola, se non costa tanto. Poi chissà. Certo che freddo che fa qui, loro non ci sono abituati. Parlano in un inglese morbido e strascicato come solo può diventare con la contaminazione del portoghese ed il paesaggio scorre veloce dal finestrino.

 

Poco più in là, nel mio stesso vagone, un gruppo di studentesse americane, si vede dagli abiti che indossano. Avranno vent’anni e l’aspetto sano di chi è cresciuto ad hamburger e patatine, in infradito e pantaloncini, scrivono fitto fitto diari di una Italia di cui racconteranno tutta la vita con occhi romantici. Chissà se son già state preda di qualche esemplare di maschio italiano. Magari hanno già  scoperto che il mito del latin lover è morto…

Mi butto nella lettura dell’Internazionale appena comprato. Parla di Anna Politkovskaja e mi affascina il ritratto di questa donna coraggiosa, ma umana e viva. C’è un suo articolo in cui parla del suo cane.

Il treno corre.

Attraversa la campagna.

 

Più in là ci sono due signore peruviane, chiaramente badanti in libera uscita. Chiacchierano fitto in spagnolo, e la mia voglia di riprendere a studiarlo è forte. Ma la giornata ha solo 24 ore. Magari, da gennaio…

Spesso mi domando dove trova il coraggio questa gente, lontana da casa e dal mondo come lo conoscevano prima. Attraversare oceani, montagne, barriere. Infrangere leggi discutibili e vivere ai margini di una società che non li vuole e che non li disprezza nemmeno, li tratta da invisibili.

 

Sui sedili opposti al mio una ragazza. Italiana lei, molto no global, con la borsa di Amnesty International. Non è il mio genere preferito, non mi piace chi ostenta troppo le proprie idee. Poi, dallo zaino, caccia fuori l’Internazionale.

Parliamo tutti insieme dell’articolo su Lula e sulle elezioni in Brasile, e tutti i tentativi dei due sposini per spiegarci il loro complicatissimo sistema elettorale cadono nel vuoto.

Peccato, è ora di scendere.

Grandi saluti, larghi sorrisi.

Buon viaggio, buon divertimento.

E’ ora di scendere.

A Terontola, scendono con me due maghrebini ed un nugolo di turisti pronti per Eurochocolate.

 

Ed il treno corre via…



l'ha scritto phoebe1976 | 17:47 | permalink | vita vissuta, doveva succedere proprio a me
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giovedì, ottobre 12, 2006  
I gamberi hanno il cuore nella testa

Vorrei tanto sapere perché Dio mi ha messo in Terra così.

Perché? Perché? Perché?

Così come?

Così restia alla logica delle persone normali.

Così poco incline a ragionare in linea retta.

Così difficile da interpretare.

Così brava a saltare di palo in frasca allontanando l’oggetto spinoso, deviando l’argomento fastidioso.

Così brava a scappare e nascondersi dietro un dito. Possibilmente il medio.

Così, insomma.

Così strana per dirla alla maniera dell’ingegnere. E di certo ha ragione.

Così irrazionale, in una parola.

 

Non potevo essere nornale?

Una con un cervello da velina come tante?

Invece no.

Allegra. Solare, trasparente, divertente. Un fiume in piena. Un libro aperto, insomma.

Ecco cosa dice di me chi mi conosce in superficie. Conoscenze di spogliatoio, compagni di banco a scuola d’inglese. Amici di amici di amici.

Tutta fuffa.

 

Da piccola ero timidissima, chiusa in un mondo tutto mio popolato di elfi, fate e gnomi. Potevo passare le ore a giocare con amici immaginari chiacchierando da sola in un mondo di nonsense.

Tanto mi piaceva star da sola,  tanto odiavo il silenzio mentre ero insieme agli altri. Forse perché i miei genitori litigavano spesso, ed il silenzio nella mia testolina era sinonimo di tensione. Ed andava eliminato.

E quindi ho iniziato a riempire gli spazi.

 

Bla bla bla bla.

Fin da piccola.

Bla bla bla bla.

 

Con gli anni questa mia propensione ad essere prolissa mi ha portato, però, solo guai. Un po’ perché mi ha portato ad essere fraintesa come persona dalle nuove conoscenze (ma chissenefrega), un po’ perché questo voler riempire di gomma piuma tutti gli interstizi rende impossibile ai più conoscermi davvero per come sono.

 

E raggiungere le strade tortuose attraverso cui le mie sinapsi si muovono sdrucciolevoli ed insidiose. 

Strade incasinate, ripide e scoscese, disagevoli alla massa.

Strade spesso inaccessibili che rendono difficile comprendermi davvero.

E questo aumenta la mia solitudine di bambina.

 

Vorrei essere più normale, meno ingarbugliata.

Più logica e meno emozionalmente contorta.

Eppure sono il parto di una vita qualunque, senza particolari traumi, senza enormi crudeltà. Come può il mio cervello essere così erraticamente disconnesso?

 

Eppure in matematica alle medie ero un genio...

 

 

 

 

 



l'ha scritto phoebe1976 | 17:19 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, normale amministrazione, doveva succedere proprio a me
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mercoledì, ottobre 04, 2006  
Quando nei locali cominciano a fare le serate “ANNI ‘90” vuol dire che sei vecchio. Ufficialmente.

Era parecchio che non bazzicavo il centro commerciale di sabato.

Non per eccesso spocchia o per una improvvisa redenzione pseudo-anticonsumistica, ma perché l’ho vicinissimo al lavoro, così approfitto della pausa pranzo di un ora per sessioni rapide di shopping compulsivo.

E poi perché il sabato e la domenica sto scoprendo la bellezza di restare ancora all’aria aperta, anche se non è più estate. Porto a spasso la mia bestia feroce e scatto foto, colpita e folgorata dalla Flickrmania compulsiva.

Logico, quindi, che, nel momento stesso in cui sono stata tragicamente abbandonata dalla nuova digitale di mia sorella proprio di sabato, dopo aver scattato bellissime foto (che nessuno mai vedrà, sono andate tragicamente perdute nell’estremo tentativo di risanare la macchinetta. Fallito. Miseramente…), io mi sia fiondata arrabbiata come una pantera a cui hanno strappato i cuccioli contro il negozio reo di avermi venduto una macchinetta difettosa.

Dopo aver sfogato la mia rabbia da artista incompresa, repressa ed ostacolata nell’espressione della sua arte perfetta sull’ignaro commesso ed esser stata blandita da lui medesimo con la promessa di una pronta e rapida guarigione dell’essenza della mia ossessione senza spesa alcuna, mi sono avventurata ancora molto scossa dalla perdita per i meandri del centro commerciale.

Guardando ciò a cui prima non avevo fatto caso.

Non so come, a dire il vero.

Come ho potuto?


Orde esagitate e ormonalmente distrutte di under 16 si aggiravano con fare altero e scoglionato, invadendo ogni residuo di spazio calpestabile lasciato libero tra le panchine ed i negozi.

Frotte di ragazzine in minigonna e troppo ombretto, figlie deviate de “Il tempo delle mele” intente in chiacchiericci cacofonici al limite massimo di decibel consentitto prima della perdita dell’udito umano.

Battaglioni di Britney Spears obese e unte, con piercing all’ombelico come boa di salvataggio, intente nel corteggiamento di piccoli teppisti hip hop vestiti come se fosse residenti a Brooklyn e non nella piccola e piccolo borghese provincia umbra. Avversari di emuli mancati di 50 Cent, ragazzini vestiti griffati Baci&Abbracci e la sicumera di un cretino di 35 anni.

Lotta aperta tra cafoni.



Ora, io alla loro età non andavo certo al centro commerciale.

Andavo in paese, al massimo. Ma poco, chè i miei non mi facevano uscire.

Un annetto dopo, magari, la mia emancipazione mi può aver portato a vascheggiare allegramente esibendo il nuovo rossetto perlato dalla Fontana Maggiore a Piazza Italia e ritorno. Avanti e indietro. Su e giù. 

Non certo in un centro commerciale.

Ci mancherebbe. Che tempi, signora mia!!!

Un momento.

Fermi tutti.

Non esistevano i centri commerciali, quando avevo 14 anni io.

Ahm…

Già…

Ehm, dicevamo???

Un paio di ragazzini, fiutando l’odore della donna matura partono all’arrembaggio con frasi di sicuro effetto, se lanciate ad una quattordicenne. No, tesorino, non sarò la tua nave scuola. Dimenticatelo. Proprio. E se non te ne vai aiuterò la tua virilità nascente a sterzare bruscamente verso l’altra sponda.

Parecchio bruscamente.

Fidati.

 

In mezzo a cotanto orrore, ho cercato di scappare via rifugiandomi in un luogo temuto dal teenager medio: la libreria. Ah! Quale rifugio più accogliente e sicuro? Come poter chiedere di meglio? Respirare a pieni polmoni l’aria dei libri nuovi, girare tra vecchie edizioni e pubblicazioni fresche di stampa, saltellare da un banco all’altro in cerc… Ahhhh! Eccola… la bacheca del Codice Da Vinci… oltre al mostro a più teste creato da dan Brown, l’efferata creatura ha procreato mille figli. Dalla guida al codice, al Codice stesso scritto in caratteri maxi (ma perché??), passando per spiegazioni varie, analisi delle metafore, la vita al tempo di Da Vinci, nonché la cucina. AH!

Scappo atterrita.

Me ne torno a casa mia, e dal libro che sto leggendo.

Sul dondolo del terrazzo.

Con la mia gatta.

Come sono anziana...



l'ha scritto phoebe1976 | 18:15 | permalink | vita vissuta, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me
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