La stanza di Phoebe
giovedì, aprile 26, 2007  
Le vite degli altri
Avevo sentito parlare così tanto bene di questo film da riuscire a convincere un povero malcapitato ad accompagnarmi a vederlo in un piccolo teatro adattato a cinema in pieno centro.
Già perché, nonostante l’Oscar come miglior film straniero ed una critica da leccarsi i baffi, “Le vite degli altri” nella mia città è stato snobbato dai grandi cinema ed ha trovato asilo al cinema Zenith.
Credo ci sia un cinema Zenith in tutte le città.
Piccolo, teatrale, politicamente schierato, appassionato. 
E scomodo.
Molto, molto scomodo.
Specie se si è abituati alle coccole consumistiche ed alle comodità del multisala della Warner. Ma dell’opera prima di Florian Henckel von Donnemarsmarck ne avevo sentito parlare così tanto da fare questo piccolo sacrificio.

Berlino, 1985.
Il muro di Berlino è solido e ben alto, messo lì a dividere le due Germanie, invalicabile.
Glasnot e Perestroika non sono ancora termini entrati nei libri di storia e Gerd Wiesler è un vecchio e rispettato agente della Stasi, considerato un maestro degli interrogatori, rigido e spietato portabandiera del regime. Proprio a lui il suo superiore affida un delicato compito: indagare e sorvegliare la vita privata di Georg Dreyman, commediografo di successo, e della sua compagna Crista Maria Sieland, attrice di successo, concupita dal viscido e schifoso Ministro della Difesa.
E proprio per questo Gerd si trova ad indagare sulla vita della coppia, alla ricerca di qualcosa che possa compromettere il commediografo. Piazza cimici e microfoni nell’appartamento, iniziando ad ascoltare le vite degli altri e condividendo ogni loro passo, ogni loro parola, ogni singola emozione.
E proprio l’intreccio che si creerà tra la sua vita e quella degli altri lo cambierà, l’avvicinerà all’essere umano, stravolgendo la sua esistenza e quella degli altri.
Vivere una vita che non è la sua, sentire da vicino l’amore, la passione, il suono di Beethoven, le parole di Brecht.
Che effetto può fare ad una mente indottrinata lo scoprire le passioni? Assaporare, anche se solo da lontano, la vita.
Vederla, accarezzarla quasi, ma non toccarla davvero
.

Un film toccante, vivo, con attori bravissimi ed una sceneggiatura che, nonostante l’ovvia lentezza dovuta all’argomento, strega lo spettatore.
Non posso fare  ameno di pensare che se il protagonista fosse stato, che ne so, Kevin Spacey (a cui peraltro il protagonista Ulrich Muhe assomiglia parecchio) il film sarebbe stato oggetto di un battage pubblicitario senza pari.

Un film che fa riflettere.
Ci lamentiamo, urliamo, strepitiamo.
Ma noi, qui, ora, oggi, adesso, siamo liberi.
Non liberi al 100%, certo, ma abbastanza liberi da poter esprimere le nostre idee senza lo spettro della tortura.
Siamo liberi di leggere quello che vogliamo, di camminare senza essere seguiti, di vivere la nostra vita. Certo, ci sono le intercettazioni telefoniche, i satelliti, Fabrizio Corona, il grande fratello che ti guarda con occhio vigile e controlla i tuoi conti, le tue chiacchiere, i siti che visiti.
Ma, tutto sommato, siamo liberi.
C’è la mancanza di libertà imposta dalle regole sociali, dalle tradizioni, i paletti messi su da noi stessi, certo.
Nessuno è libero davvero, ma noi, se vogliamo, possiamo esserlo.
Proprio come sceglie di fare Gerd, pagando in prima persona.
Proprio come fanno i protagonisti del film.

Vivendo la nostra vita.



l'ha scritto phoebe1976 | 23:41 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema
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venerdì, aprile 20, 2007  
Osservatorio Phoebe
La vita delle trentenni single è molto dura, a prescindere. Ma lo è di più specialmente se vivi in una piccola realtà della provincia italiana e non sull'isola di Manhattan. O in una metropoli.
Per dire.

Roma andrebbe benissimo lo stesso.

Ma se vivi in provincia, dove l'80% delle tue compagne di classe progetta già il secondo figlio ed ha spesso smessoda poco di contarsi le corna in testa, la lotta è davvero dura.
Una jungla.

Prima di tutto, vieni compatita.
Questo può avvenire più o meno velatamente, in special modo da parenti o affini, ma accade sempre ed abbozzare con stile, accennando un sorrisino e  recli
nando il capo invece di strozzare l'impunita vecchiaccia (sempre di questo genere di soggetti si tratta) che osa ricordarti la tua zitellaggine, è un'arte a cui si arriva con il tempo.

Io, per esempio, all'inizio dichiaravo a tutti coloro che mi chiedevano il perché non avessi un ragazzo di essere lesbica, causando stupore, paura e qualche piccola perplessità sul significato della parola
stessa. No, ho dovuto spiegare, non è una malattia. Vivo in provincia, cercate di capire.
Mia madre, alquanto indispettita, non solo non ha trovato la cosa divertente, ma ha minacciato di fare la ceretta integrale alla mia gatta se solo non l'av
essi piantata immediatamente.
Capirete bene che mi sono dovuta adeguare al sorrisino di circostanza per amore della mia creatura, mica per altro.

Ma questa non è la parte peggiore.

La VERA problematica è quella dell'interfaccia con il maschio della specie: il tremendo UOMO TRENTENNE.

Appena superata la soglia del 3 l'uomo, invece di evolversi nella versione matura della sua specie, involve in una scheggia impazzita, non comprensibile alla donna che abbia un benché minimo grado di lucidità. Ad un occhio inesperto, non c'è uno schema, una cartina di tornasole che aiuti a capire. ma posso definirmi abbastanza esperta della realtà che mi circonda per poter aiutare chi si trova a navigare a vista. In realtà, l'uomo trentenne è catalogabile in diverse categorie.

Peter Pan

E' la forma più classica e diffusa del maschio trentenne. Nel momento stesso in cui avviene l'attraversamento della soglia del 3 inizia a manifestare (se non era già avvenuto prima, esistono anche forme precoci) il fortissimo desiderio di dimostrarsi gggiovane, manco fosse Federico Moccia. Impossibilitato ad accettare il tempo che scorre e l'ineluttabile necessità di prendere su di sé parte delle responsabilità che la vita comporta, il trentenne - Peter Pan traccheggia.
Playstation, capello fuori luogo, battutine da seconda liceo e testa tra le nuvola.
Ah, dimenticavo: anche totale e invereconda incapacità di impegnarsi nella vita sentimentale ed aspirazione a compagne fresche di maturità.
Di esame di maturità.
Vive come se fac
esse ancora l'Università, barcamenandosi tra un aperitivo ed una serata in discoteca come unica ragione di vita, in una continua sfilata di serate senza senso. Sarà per questo che ogni volta che vedo Peter Pan mi irrito? Mi viene una voglia irresistibile di prendere Campanellino ed infilargliela a forza in gola, polvere di fata compresa. Io non so perché ai bambini la Disney continui a riproporre questo cartone animato che già ha rovinato svariate generazioni. Basta, per il bene della specie... BASTA!

Il fashion addicted

Impossibile non riconoscerlo, visto che senza la sua polo o il pulloverino a firma Ralph Lauren non va nemmeno a comprare il giornale.
Ammesso che sappia leggere.
Curato, curatissimo, senza però eccedere mai in una eccentricità fuori luogo. Ha sempre l'aspetto di essere fresco di doccia. Non credo nemmeno che sudi.
Preciso e vuoto come un contenitore a chiusura ermetica viene da te, ti saluta, ti chiede come stai. Fa una battuta fuori luogo che lo fa ridere sommessamente, quindi si ravvia i capelli e davanti al tuo silenzio ti stampa un bacio sulla guancia e se ne va. Impeccabile come il principe William, elegante e se
mplice come un JFK d'annata. In genere queste creature sono all'occhio femminile discretamente belle, che nella maggioranza dei casi nascondono una sorpresa al loro interno: sono tutti portatori di micropiselli. Non è una verità genetica, ma semplicemente empirica, dovuta sia all'esperienza mia che a quella delle mie amiche.
Potremmo sbagliare.
Però.

 Il single di ritorno

Se si può provare attrazione per il fashion addicted e simpatia per il Peter Pan, la categoria che è certamente più pericolosa ed odiata tra i maschi trentenni è quella del single di ritorno. E' reduce da una relazione millenaria iniziata tra i Lego dell'asilo, finita sempre in maniera traumatica con l'abbandono o, peggio, con le corna di lei. Magari da un matrimonio. Il soggetto è avvelenato con le donne, millanta machismo e voglia di isolazionismo, ma non riesce lo stesso a tenere abbottonata la patta dei pantaloni.  Non solo, si lancia in aberranti digressioni sull'amore perduto e sulla sua impossibilità di aprire di nuovo il suo cuore ad un qualsiasi sentimento. E la donna che ha la sfortuna di capitare tra le se spire non solo è ammorbata dalla sua negatività, ma vive nel terrore del paragone con “lei” e, tipicamente, viene travolta da un ritorno di fiamma. Deprimente. Ed inutile.

Il drogato da lavoro

Lavoro, lavoro, lavoro.
Di altro non sa parlare.
A cena, mentre passeggiate, mentre siete in macchina.
Sareste pronte a giurare che pure mentre fate sesso stia ancora pensando a quella pratica lì. Non esiste nessun altro interesse, problema o argomento di conversazione oltre al suo fantastico ed importantissimo lavoro.
A  cui tutto è dovuto: ritardi, sole
allucinanti, fine settimana passati ad aspettare che finisca “quel lavoretto lì, che non può aspettare lunedì”. Chiaramente, la frustrazione di venire sempre seconda rispetto al lavoro è irritante, senza considerare che il vostro guerriero quando emerge dal suo ingombrante lavoro è stanco e finito, con le pile esaurite. E invece di portarvi a ballare o di una notte di ginnastica da camera selvaggia… sviene russando sul divano.
Ah, dimenticavo: 8 volte su 10, fa l’avvocato. Non so se mi spiego.

Il cubo di Rubik

Infine egli.
La categoria più complicata, ingarbugliata e stracciacuore tra tutte quelle dei trentenni. Lui, il complicato. Non sai mai cosa vuole, se ti vorrà vedere ancora  e soprattutto cosa diavolo pensa di te. Problematico, complesso, sempre preso dai suoi pensieri, può causare reiterati batticuore nonostante la stronzaggine conclamata. Ma voi siete certe di essere in grado di risolvere il mistero, di far tornare le pareti del cubo dello stesso colore e di essere la sua anima gemella. Vi immaginate stesa sotto l’ombra di un susino con la testa sulle sue ginocchia, mentre lui vi legge poesie di Brecht nella quiete del pomeriggio. Perciò insistete, pervicaci e testarde. Inutilmente. Perché questo è il classico soggetto meno complesso di quel che sembra, che si trastullerà con voi fino all’entrata in scena del suo cubo di Rubik. Bionda. E più giovane
.

Ora, vi chiederete.
Ma trentenni maschi normali?
Non ce ne sono?
Oh, certo che ce ne sono.
A bizzeffe.
Sono in mezzo a noi, ci sorridono, vivono felici.
E sono già stati accalappiati, siori e siore.

Perché, nel bene o nel male, se si arriva a trentuno anni suonati single un perché ci sarà pure.

Meditate, gente. Meditate.



l'ha scritto phoebe1976 | 20:51 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
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domenica, aprile 15, 2007  
Piccole tragedie di primavera
Ieri doveva essere un giorno felice in casa mia.
La mia cagnolina, una specie di simil-Jack Russell senza pedigree ma con due grandi occhini nocciola che valgono molto di più, finiva il tempo di gestazione ed avrebbe messo al mondo il suo primo cucciolo.
Ecografie e patimenti, nonché le ultime quattro notti passate insonni da tutta la famiglia, ci avevano convinti che il momento era giunto. Quattro notti insonni perché la piccola Rudy era vittima dell’ansia da parto e noi, i suoi amorevoli padroni, ce la dovevamo spupazzare a turno.
I miei amici erano tutti in trepidante attesa, tutti pronti al festeggiamento. Cominciavano già ad arrivare i primi regalini.
L’ansia generale era così alta che anche il fidanzatino della mia cagnolina, un bastardino nero molto simile nel fisico ad una salsiccia, ma dal temperamento focoso e maschio, aveva iniziato a gravitare intorno al mio giardino in fremente attesa.
I maschi, forse, non sono tutti uguali.
Ma, nervosismo a parte, le contrazioni tardavano ad arrivare.

Poi, all’improvviso, la natura ha fatto il suo corso.
In fretta.
Io e mia sorella ci siamo trovare improvvisate ostetriche, certe che ciò che accade da millenni, il meraviglioso mistero della vita, fosse una felice passeggiata in un campo di fiori senza ortiche.
Ci siamo rese conto subito che c’era qualcosa che non andava.
Rudy non aveva dolori forti, quelli caratteristici del parto, e mi guardava con i suoi grandi occhini dolci interrogativi.
Poi, dal nulla, una testolina.
Piccola, nera, inerme.
E morta.
Immobile, con la lingua di fuori.
Piccolo fagottino nero.
Non potrò mai scordarlo.
E’ venuta al mondo così, la cucciola.
Morta.
Tra le lacrime mie e di mia sorella, con lo stupore della madre che non capiva.
Tutta nera, con un ciuffetto di peli bianchi in testa e sul petto. Ed i calzini.
E’ così strano sentirsi triste per la morte di un piccolo cucciolo di cane in un mondo in cui bambini appena nati vengono soffocati e buttati nella spazzatura. In un mondo che non ha rispetto per nulla, in cui la gente muore nell’indifferenza.
Eppure è così.
Abbiamo fatto tutto il possibile, ma non è bastato.

Ora la mia cagnolina, che per fortuna sta bene, è di là intenta a ciucciare un cucciolo di Labrador di peluche vinto tanti anni fa coi punti della Scottex. Non mangia, non dorme.
Se ne sta lì, a leccare un pupazzo con gli occhi tristi, mentre la gatta la guarda stizzosa ed il suo fidanzatino uggiola sotto la mia finestra disperato.
Chi dice che gli animali non hanno sentimenti?
Siete così convinti che non abbiano un’anima, un cuore che si spezza, un sentire come il nostro?
Se ne siete convinti, venite a spiegarlo per favore alla creatura che abbaia  piange sotto la mia finestra. Magari se ne torna ad inseguire lucertole e la pianta di lamentarsi.
Magari.

Sono piccole tragedie, piccoli dolori che non possono essere capiti da tutti.
E non c’entra la bontà e la sensibilità, né l’amore per gli animali.
Una piccola vita non ce l’ha fatta ad aprire i suoi occhioni scuri al mondo, un momento felice è diventato un ricordo orribile.
Una specie di monito, come a ricordarci che non siamo immortali, non siamo eterni.
Su questa terra ci è concesso solo un certo numero di anni, mesi, settimane, giorni, ore, secondi. Sta poi a noi decidere come e se vivere. vivere davvero, inseguendo sogni e amore. O rintanarsi nel tran tran, svegliandosi cinquantenni col terrore negli occhi.

Ed allora? Allora mi piace pensare che abbia ragione Claudia, che la cucciola sia salita in cielo per far compagnia  alla mia nonnina, che tanto voleva bene alla piccola Rudy, ed a tutti i nostri cari che non ci sono più.
E che da lì buttino un occhio su questo pazzo mondo, sulla mia famiglia, su di me e su tutti i miei innumerevoli casini senza soluzione apparente. Sulla mia vita frenetica, sulla disperazione e sulla gioia. Che da lassù, tutti insieme, magari mangiando popcorn come davanti alla tv commentino le nostre disavventure e provino a darci una mano.

Proteggendoci…



l'ha scritto phoebe1976 | 16:01 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me
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domenica, aprile 08, 2007  
Easter-ic Day

Insomma, oggi è Pasqua.
Il giorno in cui, per i cristiani, Gesù ha sconfitto la morte ed è resuscitato.
Così, lo ricordo giusto per intenderci, eh, ché spesso ci si dimentica del senso della festività che si vive per concentrarsi sul cioccolato dell’uovo. 

Come tutti gli anni, schiava della mia necessità di spiritualità inappagata, mi sono recata a messa.
Non che sia una novità, spesso la domenica mattina frequento la Chiesa del mio paese, che trovo sempre semideserta e abitata da strani personaggi.

Nei giorni di festa, poi, diventa un ricettacolo di varia umanità, molto più interessante da osservare rispetto allo star ad ascoltare il chiacchierante blaterare del prete ed il sordo ripetersi di formule oramai vuote da parte di una platea annoiata.
Arrivare in ritardo ha i suoi vantaggi, stare in piedi accanto al confessionale regala un buon punto di osservazione.

C’è la famigliola annoiata con almeno un pargolo di troppo seduta sulla panca in fondo a destra. Il padre sbadiglia dubbioso e serio, cercando di fingere interesse mentre si spulcia accuratamente le unghie.
La madre, agghindata come un albero di Natale e fresca di parrucchiere, annuisce seria e finge di ricordare tutte le parole del Credo mentre uno dei pargoli tenta di uccidere l’altro sotto la panca.

Ci sono i turisti, accorsi a frotte dalle città per godere di un paio di giorni di natura, vestiti casual e aria spaesata. Nella loro mente questo mio paesino abbarbicato su una collina e con davanti il lago deve essere un bello spettacolo.

C’è la mia ex compagnia di banco delle medie, incinta del terzo figlio.
Sarà felice? Sarà quello che voleva da ragazzina, quando era innamorata di Morten Harket e passava le giornate attaccando sue foto sul diario?
Certo che suo marito al bel Morten non c’assomiglia manco un po’. Anzi. Proprio per niente. Assomiglia al massimo a padre Cionfoli.

Ci sono i bambini della Prima Comunione, tutti vestiti con la tonaca bianca. Come faccio a non ripensare all’orrevole vestito di pizzo Sangallo che mia madre mi obbligò a portare per Comunione e Cresima? Mi sentivo una bomboniera grassa.
E avevo solo 8 anni.
Evviva la tonaca bianca, uguale per tutti.
E che sfina.

Ecco lì il mio amico gay, bellissimo in un completo grigio chiaro ed un paio di occhiali da vista molto fashion. Da quando ha fatto outing è molto più sicuro di sé e sereno. Fa bene al cuore vederlo così.

C’è la signora di una certa età, la ex proprietaria del negozio di alimentari del paese ora di proprietà di una nota catena, intona enfaticamente come al solito tutte le canzoni con due ottave di troppo, catalizzando l’attenzione dei turisti.

Poi c’è la meravigliosa ala dedicata al coro ed alla comunità neo-catecumenale. Sguardo vivo, occhi lucenti e totale aberrazione della propria mente davanti alle parole del prete. Sono una comunità, una famiglia allargata. Oppure fanno finta.
E’ questa la fede?

All’improvviso la mia attenzione è attirata dall’omelia del prete.
Vi ricordate del mio originale parroco? Sì, lui.
Colui che inneggiava alla crociate, lui.
Anche oggi ha dato il meglio di sé, generando in me la ferrea convinzione che se quel Gesù inchiodato alla croce in fondo alla chiesa potesse scendere, gli darebbe due schiaffi sonori.
Oppure, se potesse parlare come il Crocifisso di Don Camillo, lo prenderebbe a mali parole.

Cari fedeli, oggi a Roma c’è la marcia a favore della moratoria sulla pena di morte
Silenzio della Chiesa.
Immagino che ora partirà una tirata (giustissima) contro la pena di morte.
Sbaglio.
Io mi domando. Moratoria. Perché? Non dobbiamo forse morire tutti? Conta come e quando?
La gente mormora, si guarda negli occhi.
Moratoria, moratoria. Che senso ha? La pena di morte non deve interessarci! Solo in Gesù dobbiamo confidare!
Certo, certo.
In Cina viene eseguita la pena di morte su incriminati per reati politici, ma a noi cristiani cattolici non deve importare.
E poi in USA? Dove muoiono nel braccio della morte solo i poveracci con avvocatucoli incapaci? Ma noi tanto confidiamo in Gesù, che ce ne frega?
Che poi, questa gente che disonora la Pasqua per marciare è la stessa che uccide embrioni e malati!!! E’ la stessa che vuole demolire la nostra idea di famiglia!! Peccatori!!! Fornicatori!
AH! ECCO!!!
Il  problema non è la marcia contro la pena di morte, ma chi l’organizza!!!

E qui stavo alzando la manina come a scuola, ma il gomito di mia madre piazzato tra due costole mi fa desistere.
Peccato, perché avrei voluto spiegare che la pena di morte è quantomeno molto discutibile in un paese civile, figuriamoci in uno che non ha la nostra “democrazia occidentale”.
Che l’aborto è una libera scelta.
Che l’eutanasia è molto più dolorosa per chi deve praticarla che per chi la subisce.
Che lo studio delle cellule staminali è necessario per cercare una cura a molte malattie tremende.
Che posso non condividere tutte le idee ed i metodi dei radicali, però non cambia il fatto che spesso le loro idee siano giuste.

Ma sono stata zitta.
Ho inghiottito il rospo e mi sono guardata intorno.
Silenzio. Calma. Tranquillità.
Solo io sembravo sconvolta da tanta falsa moralità.
Possibile che solo io la pensi così? Oppure, mi piace pensare, nessuno ascoltava davvero ma aveva il cervello proiettato verso i cannelloni e l’agnello al forno.

Bruci il tempio con tutti i Farisei...



l'ha scritto phoebe1976 | 22:15 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, normale amministrazione, doveva succedere proprio a me, dillo a phoebe
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lunedì, aprile 02, 2007  
Salagadoola Mechicka Boola Bibbidi Bobbidi Boo...
Ali di pipistrello, polvere di lingua di lucertola essiccata, occhio di salamandra, essenza di belladonna fiorita una notte di venerdì 17, baffi di gatto nero. Il tutto rimestato in un pentolone con cura e risate demoniache e…

E niente, non lo otterrete nemmeno così.
Forse perché non esiste, forse perché è troppo soggettivo.
Ma alcune linee guida ci saranno, non trovate?
Come per cosa?

Ma ovvio, per l’uomo dei nostri sogni, l’uomo perfetto!

Cosa deve avere l’uomo perfetto? Chi vorreste vedere arrivare con la vostra scarpina decolté di cristallo numero 37 in mano?

Tralasciando per ora l’aspetto fisico, che conta comunque un 60% abbondante (anche se spesso tutto all’inizio), concentriamoci sulle altre qualità indispensabili all’uomo dei sogni.

- prima di tutto deve avere interessi e voglia di vivere. Non potrei nemmeno pensare di innamorarmi o anche solo frequentare con un noioso e borioso rampante avvocato o manager affogato dal suo lavoro e invaghito fino alla morte delle meravigliose prestazioni del suo nuovo bolide o del suo cellulare. Mi piacciono le persone curiose, appassionate, che hanno ancora dei sogni sebbene abbiano superato l’adolescenza da un periodo di tempo sufficientemente lungo da essersene quasi scordati. Voglio un uomo che non si sia arreso alla mediocrità, che voglia vivere davvero, che non abbia paure sciocche. Merce rara? Temo di sì…

- altra caratteristica importante è l’ironia. C’è qualcosa di peggio di un uomo che non arriva a capire quando stai scherzando? Un permaloso che si chiude a riccio appena butti là una battuta? L’ironia è per me una parte molto importante anche dell’attrazione fisica verso un uomo. Non sono forse normale?

- deve avere una certa cultura, è innegabile. Ma non parlo di titoli di studio, visto che molti laureati o affini che conosco sono delle scarpe senza fine. Parlo sempre di quella certa curiosità che spinge verso la conoscenza, la voglia di sapere, indagare, conoscere che caratterizza una persona mai doma.

- caratteristica da cui non si può prescindere, ovviamente, è che sia premuroso ed innamorato. Ho detto premuroso, non appiccicoso come un panino col burro di arachidi. Una persona che sappia esserci quando è necessario, ma che sappia lasciare gli spazi che mi sono necessari a respirare e che spesso sono grandi. Parecchio. Odio la gelosia, è un sentimento che non  mi appartiene (non sono cieca, però, il ché è differente) e non sopporto di esserne oggetto nemmeno trasversale.

Fin qui, le caratteristiche prettamente morali.

Poi, c’è ovviamente il fattore “chimico” che può anche prescindere da tutto ciò sopraesposto e anche, udite udite, dall’aspetto fisico. Non sempre pettorali e tartaruga addominale rendono un uomo arrapante. Da qui, la convinzione da parte di tutti i miei amici maschi del fatto che io abbia un pessimo gusto in fatto di uomini.

Ed ho volontariamente tralasciato l’aspetto sessuale non perché non abbia la benché minima importanza, anzi. E’ forse uno degli aspetti più importanti, ma che varia e si evolve col tempo, conoscendosi ed imparando a capire le proprie esigenze.
Certo.
Certo.
Anche se.
Cosa c’è di più brutto al mondo di scoprire che l’uomo più carino/dolce/interessante del mondo è un micropisello? No, non un normo-dotato.
Proprio un micropisello.
Qui entra in gioco l’amore, certo, ma anche le esigenze della donna.
Di ogni donna. Normale almeno. E onesta.
Vorreste voi passare la propria vita con questa prospettiva?
E voi, lettori uomini, non scuotete la testa affermando che non è importante. Se è così, perché passate tanto tempo a misurarvelo tra di voi ovunque? Perché se non è importante non vi misurate i piedi o la lunghezza delle mani?
Quindi, tra le caratteristiche dell’uomo perfetto non può certo mancare l’abilità amatoria, unica ad una attrezzatura almeno di serie.
Almeno.

Ma dove trovare l’uomo perfetto?

Cosmopolitan, illuminato come sempre, sconsiglia di bazzicare i locali da ballo e pub, per concentrarsi verso luoghi più ameni quali il supermercato, la libreria, i ristoranti in pausa pranzo, la palestra e anche (per le più disperate) le mille vie di Internet.
Secondo me, il caso domina sovrano in queste cose, puoi incontrare l’uomo dei tuoi sogni al bar, tamponarlo ad un semaforo, al lavoro, in lavanderia, dal gelataio, ovunque.
Non c’è un luogo scientificamente preposto com’era la chiesa ai tempi dei nostri nonni e forse questo è il limite della nostra società. I nostri nonni andavano a messa, e invece di sentire la predica accorata del parroco dal pulpito occhieggiavano le giovani devote (che tanto pie non erano) nascoste sotto pudichi fazzoletti. E da lì scattavano tresche e fidanzamenti, amori e passioni.

Ed oggi? Oggi è difficile, la vita è una jungla, siamo tutti pieni di paure e frustrazione. E allora, una povera donna single come deve fare? Dove deve andare? Difficile ed aleatorio, siamo in mano al caso e nemmeno la Fata Smemorina ci può aiutare. Ma se non può lei, di certo potrà la potenza del mago del nuovo millennio: non Merlino, ma internet! Almeno per sognare, chiaramente.

Ora, se siete arrivati fin qui a leggere, a meno che non siate maschi completamente eterosessuali, di certo vi sarete chiesti chi è lo stallone che troneggia come illustrazione di questa mia digressione. Trattasi di tale Juan Garcia Postino, fresco vincitore della fascia di Mr. World vinta a suon di pettorali (ma non solo) da questo hidalgo spagnolo dagli occhi di ghiaccio.
La singolare competizione non tiene conto solo dell’aspetto fisico, seppure importante, ma prevede tutta una serie di prove non solo fisiche tutte indispensabili per ottenere la vittoria. Quest’anno ha vinto lui e gliene diamo ben merito. Mica non è solo bello, è anche un appassionato viaggiatore amante della cucina. E parla italiano. Pensateci.
Certo, leggendo attentamente i curriculum anche degli altri concorrenti, che vi consiglio vivamente di spulciare anche se il sito è solo in lingua inglese, ci sono molti uomini ideali che sarebbe bello poter incontrare, anche al supermercato.

C'è anche un italiano, ma il mio preferito è il brasiliano Lucas Gil, bellissimo nutrizionista impegnato nelle politiche sociali, amante del football e della lettura. Peccato solo che sul sito non ci siano i numeri di cellulare, altrimenti partivo subito per la terra carioca.

E il vostro uomo ideale esiste?
Che caratteristiche dovrebbe avere?
Ho tralasciato qualcosa?
Ho esagerato?
Sono troppo pretestuosa?
E Voi?
L’avete trovato?
Credevate di averlo trovato e invece no?
O invece sì?
E voi uomini, principi azzurri in attesa di scarpette da riconsegnare, come la vedete?
Fatevi avanti!

Ora scusate, devo andare: vado al corso di portoghese…



l'ha scritto phoebe1976 | 00:25 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me, dillo a phoebe
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