La stanza di Phoebe
lunedì, luglio 30, 2007  
I'll come back in few days... maybe...
Tempo di partire,  di conoscere gente nuova, di visitare paesi lontani.

Tempo di staccare la spina.
Dal lavoro, dal cuore, dalla vita di tutti i giorni.

Tempo di vacanza.
Perchè, ogni tanto, ci vuole.

Ed allora, stasera si fa la valigia.
Ci si mette dentro lo stretto indispensabile, troppe scarpe, le lenti a contatto ed un pezzetto di cuore.
Che serve sempre.

Sognando il mare, la tintarella, l'avventura.
Sognando una vita diversa, magari di non tornare più.
Sognando di aprire un bar sulla spiaggia o di vivere vendendo noci di cocco,

Tempo di partire, di dare un bacio agli amici più cari e di fare una coccola alla gatta.
Si va.
E' ora.
La valigia è pronta, i biglietti anche.
Si va.
Con tante emozioni diverse nel cuore.
Si va.

Ma torno presto, tranquilli...



l'ha scritto phoebe1976 | 23:48 | permalink | vita vissuta, normale amministrazione
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mercoledì, luglio 25, 2007  
Fobie/1
Correva l'anno 1983.
Mio padre, per il mio settimo compleanno, mio padre mi fece un regalo strepitoso.
Mi regalò uno di quei registratori da rapper anni'80 a due casse, di quelle che i RUN DMC si portavano sulle spalle.
All'epoca, la vera innovazione era l'audiocassetta, moderno supporto che andava ad intaccare decenni di assoluto predominio del vinile.
Altri tempi.
Oggi l'audiocassetta è morta è sepolta e pure mia madre ha piena coscenza di che cosa sia un MP3.
Bèh, più o meno...
Certo che all'epoca invece, l'audiocassetta era una svolta.
Più comoda, portatile, innovativa, easy. E l'aggeggio regalatomi da mio padre aveva ben due alloggi per le cassette, permettendo di fare delle copie di quelle già in possesso. Una vera figata tecnologica.
Chissà quando mio padre ha perso il gusto per la tecnologia, forse quando è stato scavalcato da una ondata di digitale non a lui comprensibile.
Mah, non so.

Ad ogni modo, all'epoca era un regalo fichissimo.
Erano gli anni di Bimbo Mixdelle canzoni registrate dalla radio trattenendo il respiro perchè non si sentisse il fruscio e pregando perchè lo speaker non entrasse troppo presto, di Micheal Jackson e di Flashdance.
Mi ricordo la gioia immensa per un regalo così. Per me che vivevo in simbiosi con il giradischi arancione portatile ascoltando "A mille ce n'è..." per ore, quello fu un momento di svolta.
E me ne stavo lì, sulla soglia del camino, a giocare esplorandone le fantastiche potenzialità. Fu così che presto imparai le meraviglie del tasto "REC", funzione che mancava nel povero primitivo giradischi arancione.
Registravo la mia voce che raccontava storie alle bambole, intervistavo il mio cane,
sproloquiavo insomma. Ma si sa, a sette anni non si ha padronanza di sè e delle proprie azioni. E se qualcosa attira la tua attenzione, si può anche abbandonare tutto per un gioco nuovo. Non serve molto, basta una palla che rimbalza, la luce che filtra dalla finestra e fa gli arcobaleni per terra, tua cugina che ti chiama per fare le bolle di sapone giù in giardino. E tornando, dopo un paio d'ore di giochi senza pensieri, accorgersi di aver lasciato giù premuto il tasto "REC". Mandare indietro per un pezzetto ed ascoltare cosa era rimasto impresso sul nastro. E scoprire cose che non avresti voluto sapere. Che non avresti dovuto sapere.

Fruscio del nastro.
Singhiozzi.

Una voce.
La riconosco, è mio padre.
"Dai, su. Non fare così, s'aggiusta tutto"
"No, non è vero. Non s'aggiusta nulla..."
Singhiozzi ancora più forti.
"Magari inventeranno una nuova medicina, qualcosa..."
"E nel frattempo? Sarà sempre troppo tardi per papà..."
"Ma i dottori che dicono?"
"Che l'
alzheimer non perdona"

E così, per caso, a sette anni venni a sapere che mio nonno, la persona che tutti i gioni mi veniva a prendere a scuola, che giocava con me, che mi prendeva a cavalcioni sulla schiena fingendosi un cavallo da rodeo come nei film western che gli piacevano tanto, stava male.
Ma male in che modo non lo capivo.
A guardarlo stava bene, a dirla tutta era un omone grande e grosso e non sembrava malaticcio; così mi dimenticai dell'accaduto.

Me ne accorsi un pomeriggio d'inverno, nella vecchia cucina buia dei miei nonni materni riscaldata da una stufa borbottante,  un paio di mesi dopo. Non riusciva ad slacciare la mia cartella, le mani gli tremavano. Arrivai io e tirai fuori le penne ed i quaderni per i compiti.
Più tardi, in quella che sarebbe dovuta essere una partita di rubamazzo accesissima, sbagliò tutto e io stravinsi. Abbassò le carte sul tavolo e mi guardò con uno sguardo vuoto.
I suoi occhi chiari erano come persi in un labirinto senza via d'uscita, lontano dal mondo. "Ma tu chi sei?" mi disse guardandomi diretto negli occhi.
Non riuscii a dire nulla, impietrita nella sorpresa e nella improvvisa consapevolezza che l'uomo che amavo più di mio padre non sapeva più chi fossi.
Solo a pensarci mi ripiomba addosso tutto il gelo e la disperazione, la gola mi si chiude e inizio a tremare.
Poi mio nonno si scosse, si guardò intorno confuso per un attimo e poi mi chiese :"Tesoro, vuoi pane e marmellata?".
Ma io sapevo che non sarebbe durata.
Ormai avevo capito.
Avevo perso l'ingenuità.
La sicurezza che lui avrebbe sempre pensato a me.

Sono passati quasi 25 anni, ma ancora a volte mi sogno quest'episodio.
Mi ritrovo nella vecchia cucina dei miei nonni materni, con la stufa che borbotta ed il cane acciambellato sul cuscino che mi guarda coi suoi occhi liquidi.

Più dei ragni, più dei luoghi chiusi, la mia paura, la mia vera ed unica fobia non superabile è questa, che chi amo perda la ragione, che non mi riconosca più.
Quel giorno d'inverno di quasi 25 anni fa ho pianto, ho pianto davvero tanto.
E mio nonno, per me, è morto quel giorno.
Quel giorno in cui non ha riconosciuto la sua nipotina adorata, il suo piccolo amore.

Al suo funerale, poco più di tre anni dopo, non ho versato una lacrima, ma sono rimasta lì, fredda, come immersa nel gesso.
Mio nonno, per me, non era quello che era stato negli ultimi tre anni.
Mio nonno era altro, era il mio cavaliere, il mio scudo, il mio eroe.
Ed ora era tornato libero.
Libero di starmi accanto silenzioso, guardandomi coi suoi occhi chiari.
E' così, io lo sento.

Basta crederci davvero. Basta amare...



l'ha scritto phoebe1976 | 20:13 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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martedì, luglio 17, 2007  
Chi disprezza compra
L’ho sempre disprezzata, arricciando il naso ogni volta che me ne passava sotto lo sguardo una.
Ha il sapore della BigBabol ciancicata” dicevo disgustata.
Eppure, complice il logorio della vita moderna, i troppi impegni, il poco sonno e la pubblicità nemmeno troppo occulta che gli faceva una cara amica, l’ho provata una sera, salendo le scalette dell’acquedotto per andare a Umbria Jazz.
Il primo sorso non mi ha entusiasmato, e nemmeno il secondo.
Ma, dicevano, vedrai come ti sveglia!!! In fondo, non so se sia vero, ma ha caffeina da vendere, magari un po’ mi avrebbe tirato su.
Il sonno non mi è passato e non mi sono sentita poi così con le ali.
Ma per una strana alchimia, più ne bevevo e più mi piaceva. Ma che ci mettono dentro? Una specie di droga? Non lo so e non mi interessa più-
Ed ora eccomi, nel giro di 10 giorni sono passata da acerrima nemica a fan sfegatata della Red Bull.
In particolare, adoro la sua versione sugar free, reclamizzata e citata anche da Rosario Dawson in Grindhouse e di cui io ignoravo l’esistenza e la commercializzazione in Italia.

Effetti collaterali apparenti, nessuno.
A parte la voglia di berla, chiaramente.
Nessun effetto, a parte una leggere tachicardia mattutina se esagero nelle dosi, ovvio.
Ma basta regolarsi. No?

E questo a discapito di tutte le mail che incriminano questa bevanda come perfida e malefica. Sul web se ne fa un gran parlare, questo è certo.
Sotto accusa sarebbe il famigerato GLUCURONOLACTONE, presente in dosi massicce nella bevanda, spacciato da allarmisti e scienziati part-time come agente chimico altamente dannoso, una specie di droga allucinogena brevettata dalla Difesa degli USA per aiutare i soldati in Vietnam a resistere allo stress da guerra. Ma per Wikipedia, questo pericoloso agente chimico nient’altro sarebbe che un semplice carboidrato complesso naturalmente presente nell'organismo umano e presente in natura in alcuni comunissimi alimenti, come il grano ed il vino rosso.

Chi ha ragione?
Per ora, siccome mi piace, continuo a berla.
Con moderazione.
Farà più male dell’alcol?

Così come ho rivalutato la Red Bull, ho buttato giù dalla torre più alta altri preconcetti tanto che, tra l'incredulità generale, ho messo da parte la mia spocchia e mi sono buttata nella lettura del tanto celebrato Harry Potter e della sua saga.
Per scommessa, per curiosità.
Se piace un po' trasversalmente un perchè dovrà pur esserci.
Credo.

Ed il primo libro l’ho letto in due giorni nonostante non avessi nessuna aspettativa.
Ora sto divorando il secondo, ed il progetto è quello di esser pronta a leggere il settimo ed ultimo capitolo della saga pronto in stampa come regalo di Natale 2007.
Ci riuscirò?

Sembrano piccole cose, e lo sono chiaramente.
Ma forse sono sintomo di un piccolo cambiamento nel mio animo inquieto.
Sì, proprio io che ho sempre visto le cose o bianche o nere, senza la benché minima possibilità di sfumare la vita.
Ma in realtà comincio a pensare che cambiare idea, ricredersi sia una delle cose più belle che possano accadere.
Solo gli stolti rimangono fermi nelle proprie posizioni e non si evolvono.
Forse, a trentuno anni suonati, sto imparando l’arte di vivere e di essere diplomatici.

Ora, detto ciò, non pensiate che cambi idea su Federico Moccia…


l'ha scritto phoebe1976 | 00:26 | permalink | vita vissuta, sick sad world, caffetteria letteraria
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sabato, luglio 07, 2007  
Lo smembramento del principe azzurro
Ci cresciamo fin da piccole, noi donne, con questa malsana idea.
Tutte le favole che la mamma premurosa ci leggeva erano impostate tutte allo stesso modo: lei in pericolo e/o infelice e vessata, lui risolutore che arriva sguainando la spada (fine metafora?) a risolverle la vita in un battibaleno, mentre il cielo si sciolglie in un happy end garantitto Disney.
E vissero insieme felici e contenti.

Ora, a parte il leggero anacronismo di tutta la questione, mi sento di sottolineare l'ovvio: perchè? Perchè ?
Perchè fissarsi nell'utopica ricerca e non accontentarsi di un uomo senza calzamaglia?
Ammesso e non concesso che geneticamente e anche culturalmente l'esistenza del principe azzurro sia possibile, cosa fa pensare ad ogni singola pulzella che il calzamagliato soggetto desideri e finisca per impalmare solo e soltanto lei?
Inoltre, siamo sicure che il principe azzurro una volta sceso da cavallo non voglia
le pantofole calde e gli stivali sporchi di fango lucidati come argenteria tardo-ottocentesca? Anche dando per postulata la sua esistenza, non è possibile matematicamente che esista un numero così esagerato di principi azzurri che possa arriviare a coprire le richieste. Secondo le statistiche ed i censimenti, non ci sono nemmeno uomini normali in numero sufficiente figuratevi principi azzurri.

Da qui si dipana uno sconcertante scenario.
Se da un lato centinaia (se non migliaia o milioni) di donne deluse reclamano la loro favola con tanto di happy end certificato ISO 9000, dall'altra si apre un mercato potenzialmente immenso. Fior fiore di ingegneri genetici bio-molecolari e via discorrendo (che volete da me, che ne posso sapere? Io ho fatto giurisprudenza!?) potrebbero creare il prototipo ideale in gradi di soddisfare qualunque donna grazie ai potenti mezzi della scienza moderna e l'uso eretico di celllule staminali.
Se fosse possibile, quali sarebbero le caratteristiche del Sig. Principe Azzurro?

- alto
- clone di Brad Pitt

- gentile ed educato

- innamorato

- servizievole (lava, stira, porta il caffè a letto)

- passionale ed "altruista"

- intelligente

Ora, se tutto questo vi sembra poco...
C'è da fare miliardi di euro con gran facilità. Un vero business.

Mi rendo tuttavia perfettamente conto che il mio progetto non è realizzabile.
Il problema non è la fattibilità, nè una eventuale immoralità dell'opera.
Sono sicura che il fine umanitario arrivi ampiamente a coprire la pseudo-morale cattolica.
Quel che mi preoccupa è la vastità dei modelli, ché ogni donna ha le proprie particolarità e diverse necessità. Io, ad esempio, al modello Brad preferisco il modello Vincent.
Ma non è l'unica peculiarità: c'è chi lo vuole alto, chi basso, chi coi capelli lunghi, chi rasato. Chi se l'immagina palestrato, chi lo preferisce smilzo. C'è chi ha la fissa per gli occhiali, chi per il sedere, chi per le mani. E via andando, catalogando migliaia di varianti non incasellabili in poche tipologie facilmente etichettabili in prodotti finiti.
Perché, ricordiamo al gentile pubblico, il Principe Azzurro deve essere perfetto.
Altrimenti non vale.

Quindi, nonostante l'esorbitante richiesta ed il mercato ancora inesplorato, per mancanza di fattibilità mi tocca ripiegare sul mio stipendino da impiegata.
Porca puttana. 

Tralasciando la pur sostanziosa parte economica, mi sorgono spontanee diverse riflessioni.
La prima è che noi donne a parole cerchiamo e bramiamo il Principe Azzurro.
Proprio lui, con le iniziali maiuscole e magari pure dorate.
Poi però, finiamo sempre con
l'innamorarci di una persona totalmente diversa, sia dal punto di vista fisico che caratteriale.
A dire il vero, finiamo nel 90% dei casi per innamorarci proprio di un discreto stronzo.
Del classico d
iscreto stronzo.
Cialtrone, menefreghista e che non ci tratta come vorremmo.
Anzi, come DOVREMMO essere trattate.
Ma è risaputo, l'amore è cieco, certe cose non si scelgono, non ci sono più le mezze stagioni, signora mia.
Luoghi comuni o no, succede. L'irrazionalità prende il sopravvento e ci ritroviamo inanmorate perse di uomini cui, in astratto, non permettereste nemmeno di mettervi la benzina alla macchina.
Chimica, feromoni, sfiga, predestinazione, masochismo.
Chiamatelo un po' come vi pare, ma è vero.

Come è vero che, per correre dietro a quello che è il Principe Azzurro noi donne siamo disposte a qualsiasi cosa: sottoporci a diete massacranti, strizzarci in mise improbabili, interessarci di sport abominevoli e perfino arrivare a leggere Coelho.
Oppure, come Catalina, protagonista del libro (nonché della telenovela più seguita del Centro-America) siamo disposte a sacrifici anche maggiori per farci accettare da colui che pensiamo possa trasformare la nostra vita in un castello di zucchero.
La verità è che nessuno arriverà a risolverci la vita, donne.
Non accade mai.
Non credo che sia finita così nemmeno per Cenerentola, a cui il Principe ha messo le corna con le orride ma assai zoccole sorellastre.
E nemmeno per la Bella Addormentata, costretta a filare tutto il giorno per mantenere un castello abbandonato pieno di spifferi mentre il Principe Azzurro se ne andava in giro ad ammazzare draghi.
Quindi?
Quindi, donne, tiratevi su le maniche.
Il Principe Azzurro bisogna conquistarselo a piccoli passi, perché è dentro di noi, non fuo
ri.


L'amore poi, è un'altra cosa  ancora...



l'ha scritto phoebe1976 | 22:38 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
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domenica, luglio 01, 2007  
Amore filiale
Driiiin, driiin!!!

Telefonata di metà pomeriggio della amorevole figlia alla madre.
Perchè io SONO una filglia molto amorevole e anche legermente apprensiva, specie con la mia poco pratica madre.
Ma torniamo al telefono che suona...

Driiiin, driiin!!!

Mamma di Phoebe: "Pronto?"
Phoebe: "Oh, mà? Tutto bene? Che fai?"
Mamma di Phoebe: "No, niente. Ho appena finito di fare yoga, ero un po' squilibrata. Dovevo meditare."
Phoebe: "..."
Mamma di Phoebe: "Dimmi, volevi qualcosa?"
Phoebe: "No, ecco. Ti volevo avvertire che non sono a cena stasera, vado con M. e C. a cena"
Mamma: "Mmm. Bene."
Phoebe: "Bene."
Mamma: "..."
Phoebe: "Che c'è mamma? Tutto ok? Sei strana..."
Mamma: "No, è che... è arrivata una pianta per te"
Phoebe: "In che senso una pianta?"
Mamma: "Una pianta, quanti sensi vuoi che abbia la parola pianta! Te l'ha portata il fioraio"
Phoebe: "Ma per me? Ma sei sicura?"
Mamma: "Sì, sì. C'è sopra il tuo nome..."
Phoebe:"Ah."
Mamma di Phoebe: "Nel biglietto c'è scritto... mmmm... aspetta... Spero che tu possa coltivare questo piccolo dono... e qualcos'altro. Non capisco..."

Phoebe: "Mah... non so proprio chi possa avermela mandata... davvero, eh! Non vedo l'ora di arrivare a casa per vederla..."
Mamma: "Eh!"
Phoebe: "Sono proprio curiosa di saper... Ehi! Un momento, ferma tutto. Hai letto il biglietto??? MAMMA!!!!!"
Mamma (colta in fallo): "Ehm, chi... io? Ehm... Bèh, dovevo! E se era una bomba??"
Phoebe: "..."
Mamma (sempre più concitata): "E poi il biglietto non era chiuso"
Phoebe (scettica e col sopracciglio alzato): "Vorresti forse dire che il biglietto era pinzato sul cellophane o sulla carta?"
Mamma: "No, era dentro una bustina"
Phoebe: "Allora vedi che l'hai aperta???"
Mamma: "Ma che vuol dire? Non era chiusa, c'era solo il lembo infilato dentro! Se non volevano venisse aperta da chiunque dovevano incollarlo!"
Phoebe: "ma spiegami... lo dovevano chiudere con la fiamma ossidrica????"
Mamma (consapevole che la miglior difesa è l'attacco): "Vedi? Con te non ci si parla... Che deve fare una povera, vecchia e stanca madre?? Non sei equilibrata. Non capisco perché non vieni al corso di yoga anche tu."
Phoebe: "..."
Mamma (in tirata zen): "Se solo tu conoscessi di più il tuo karma, scopriresti che prendertela per queste picc..."
Phoebe (ora arrabbiata davvero): "Mamma, piantala co'ste menate yoga. Te l'ho detto mille volte: non voglio che mi apri le lettere, la corrispondenza,i bigliettini e simili. Non voglio che tu mi apra nemmeno la pubblicità dell'Ipercoop, chiaro??? Se voglio te la faccio leggere io, cazzo!"
Mamma (che oramai ha assunto la posizione dell'albero): "Non capisco perchè tu te la prenda così. In fondo non c'era scritto nulla. Ed era aperto. E soprattutto non dire parolacce per favore."
Phoebe:"Mamma, sei pregata di considerare il fatto che ho la veneranda età di 31 anni! Non ti puoi comportare sempre come quando alle medie inferiori leggevi di nascosto il diario di mia sorella! E cazzo lo dico quando mi pare, ok??"
Mamma (nella posizione del loto): "Guarda che io facevo bene a spiare tua sorella, lo fanno tutte le mamma che credi? Dovevo sapere."
Phoebe: "Ma che vuol dire se lo fanno tutti, mamma!!! A parte che non è vero, e poi che vogliamo fare? Siccome tutti picchiano i bambini, li picchi pure tu?"
Mamma (all'improvviso isterica): "Io non vi ho mai picchiato!!"
Phoebe: "Ma che vuol dire, era un esempio!!! Va bene, basta, mi arrendo..."
Mamma: "Insomma, mi chiedi scusa?"
Phoebe (esausta e sconsolata): "No, mamma, mi arrendo e basta. E' inutile..."
Mamma: "Sei la solita esagerata. Con questa storia del rispetto la fai troppo lunga. Che sarà mai se sono andata a leggere un bigliettino. Che poi, non era nemmeno niente di ché. Fosse stata una lettera d'amore, allora sì che sarebbe stata una cosa interessante. Ma così, nemmeno la sodd..."
Phoebe: "TUTUTUTUTUTUTU..."

I genitori non si possono educare, c'ha ragione chi giustamente me l'ha fatto notare di recente.
Un povero figlio trentenne può illudersi che sia possibile e nel breve periodo bearsi in questa chimera, ma alla conta dei fatti non si può.
Proprio no.
Bisogna tenerseli così come sono finché si resiste, non c'è scelta alcuna.
E pregare Iddio che, nel caso eventuale e disgraziato che si procrei, non ci si involva in creature similari. C'è chi dice che non si smette mai di essere figli, e non è permesso nemmeno evolversi in Figli 2.0 (ovvero la versione con indipendenza riconosciuta).
Appena si entra nel raggio traente di azione parentale si è spacciati: fine della privacy, fine della propria intimità e fine del tanto blaterato ed osannato rispetto. Si torna immancabilmente ad essere la bambina con le trecce ed un dente ogni quarto d'ora che non si sa allacciare le scarpe da sola perché fa il nodo al contrario.
Non serve nemmeno andarsene di casa.
E' perfettamente inutile.
Ti aspettano al varco, reclamando il loro posto d'onore nella tua vita e ficcando il naso anche dove non si può. I genitori ti trovano sempre, meglio dell'FBI.
Scappare non si può, non c'è via di fuga.
I genitori ti trovano anche se provi a scappare in Costarica.

Perlomeno i miei...

 



l'ha scritto phoebe1976 | 21:59 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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