La stanza di Phoebe
domenica, settembre 30, 2007  
Free Burma! One blogpost for Burma
In questi giorni la televisione non fa che rimandarci indietro le immagini della Birmania (o Myanmar come dovrebbe essere chiamata per volontà del suo regime dal 1989 in poi).
Prima la sfilata non-violenta dei suoi monaci per le strade, invito silenzioso e severo alla ribellione verso un popolo che sembrava stanco di lottare e vivere. Impressionanti nella loro inflessibile e al contempo bonaria severità, i monaci buddisti con le loro vesti rosse hanno impressionato il mondo con la loro protesta non-violenta.
Poi ci sono arrivate le immagini e le notizie delle repressioni della giunta militare verso le strade colme di manifestanti, l’arresto dei monaci, le uccisioni, lo sciopero della fame.
I bracciali rossi, l’invito a vestirsi col colore dei monaci per solidarietà e la mobilitazione di web e bloggers ha fatto il resto.

Io, da buona cinica, trovo tutto questo molto strano.
Particolare, quantomeno.
Una specie di vittoria del marketing organizzato, più che un autentico afflato di compartecipazione e di sollevamento popolare.

Perché a tutti quelli che indossano qualcosa di rosso per solidarietà vorrei chiedere: ma lo sai dove si trova sulla cartina il Myanmar?

Sono quasi certa che una buona metà balbetterebbero qualcosa come Asia o laggiù in fondo, senza sapere esattamente rispondere, infastiditi dalla domanda e punti sul vivo di una militanza apparente.
Così come non saprebbero dirmi esattamente chi è Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, donna coraggiosa e ammirevole, vista in Tv tante volte, ma di cui si sa poco.
Se non lo sapete, ve lo dico io.
Molto colpevolmente l’ho scoperta solo nel 2001, quando Bono e gli U2 le dedicarono una loro bellissima canzone, “Walk On”.
La mia curiosità mi fece poi scoprire che Aung  aveva vinto 10 anni prima il Nobel per la pace, che nel 1990 il suo partito aveva vinto le elezioni e lei sarebbe dovuta diventare Primo Ministro, ma la giunta militare non solo non glielo permise, ma la segregò agli arresti domiciliari prima e alla semilibertà con impossibilità di lasciare il paese poi.
Aung è diventata negli anni un’icona della non- violenza e della pace, famosa per il suo impegno per la difesa dei diritti umani e civili. Una voce che è diventata un simbolo, ma inascoltata dai potenti che ancora oggi, nel 2007, discutono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU se sia il caso o meno di intervenire.
Cina, Indonesia e Russia non vogliono intervenire perché “la situazione è problematica, ma non è una minaccia per la sicurezza internazionale”.
Si potrebbe argomentare che un Consiglio di Sicurezza in cui conta il voto di paesi come la Cina (in cui esiste la pena di morte per reati politici e d’opinione) e la Russia (non voglio esprimere il mio giudizio su Putin e la Cecenia) faccia molto più paura in prospettiva per la sicurezza internazionale di una giunta militare birmana, ma è così che va il mondo.
Nemmeno il G8 ha le palle per opporsi alla Cina, colosso commerciale e antagonista dei diritti civili.

Ma le immagini rimbalzano su tutte le televisioni, le vesti porpora dei monaci silenziosi ed in preghiera impressionano contrapposti agli Uzi dei militari e circondati dalla disperazione di un paese intero ridotto alla fame, dove povertà e repressione vanno a braccetto da decenni.
Oggi, solo oggi, il mondo si accorge di questa tragedia.
Perché?
Perché vestirsi oggi di rosso?

Con ciò non voglio sminuire o denigrare l’interesse per una causa lodevole.
Un interesse spesso vivo e sincero. Nobile.
Molto meglio che i blog si occupino del Myanmar piuttosto che dei protagonisti dell’Isola dei Famosi (molti dei quali quest’anno, detto tra di noi, sono famosi come mia zia Agata), non si discute.

Ma quante guerre dimenticate ci sono nel mondo?
Quante popolazioni soffrono una dittatura in silenzio, senza che il caso o una coincidenza le faccia finire sulla cresta dell’onda mediatica?
Tralasciando Iraq ed Afghanistan, il mondo è costellato di focolai di guerra, fame e disperazione che passano sotto silenzio, perché i nostri telegiornali sono troppo presi dal farci sapere chi sta sulla barca di Briatore in Sardegna.
Chi conosce la tragedia del popolo eritreo, affamato e decimato dai suoi governanti, in lotta da 2 anni con l’Etiopia per qualche chilometro di sterile ed inutile deserto?
Chi si ricorda, se non in occasionalmente, della guerra in Sudan e del massacro del Darfur in cui sono morte più di 200.000 persone?
Chi conosce il disastro umanitario che si sta consumando nell’isola caraibica di Haiti?
Ed il conflitto in Nepal tra i guerriglieri maoisti e la fragile monarchia  del tribolato paese himalayano che fa sì che scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni siano il pane quotidiano di 22 milioni di nepalesi? 

Ben venga l’attenzione al Myanmar di questi giorni.
Ben venga la mobilitazione dei bloggers ed i fiocchi rossi.
Evviva i blog tinti di rosso.

Ma domani, domani non dobbiamo dimenticarli di nuovo.
Non dobbiamo dimenticare le sofferenze  di chi lotta per la libertà e la propria dignità, troppo impegnati nel tran tran della vita quotidiana.
Non dobbiamo dimenticarlo perché un giorno potrebbe accadere anche a noi.
Un giorno potremmo essere noi quelli dimenticati, quelli dai diritti calpestati. Proprio quei diritti che oggi ci sembrano ovvi e scontati, un giorno potrebbero non esserlo più. 
Se non tuteliamo chi non riesce a liberarsi dal giogo della tirannia, se non ci interessiamo della tutela dei diritti civili nel mondo, chi lo farà per noi?
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU? Non credo.
Non ci credo più.
Perciò non credo che i bracciali rossi siano la soluzione.

Ce ne vorrebbero arcobaleno. Ovunque.



l'ha scritto phoebe1976 | 16:15 | permalink | sick sad world, tg phoebe, free burma
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venerdì, settembre 28, 2007  
Autumn song
L’estate è proprio finita.
Da un pezzo.
Certo, per fortuna ancora abbiamo qualche lampo che ne prolunga l’agonia, qualche giornata ariosa e splendente, ore assolate e calde.
Ma parliamoci chiaro: è finita.
Tra meno di  pochissimo dovremo fare il cambio dei vestiti nell’armadio, arrenderci
all’evidenza ed arrotolarci nei maglioni di lana.
Se ne riparla più o meno tra 280 giorni se siamo fortunati. E poi, diciam
ocelo: è una benedizione che sia finita!! A parte la morte naturale delle zanzare e degli elicotteri assortiti che popolano in quantità industriale il Trasimeno, ci sono mille motivi per gioire della fine dell’estate.

- E’ sparita l’afa ed il caldo opprimente, a vantaggio di un clima mite e allegro, di un’aria frizzantina, di tramonti anticipati dai colori romantici.

- Dal fondo polveroso dell’armadio riemerge il piumone. Ed è bello rimetterlo sul letto immaginando di rotolarcisi dentro con la persona giusta. Pensandoci meglio, è bello starci sotto anche da soli, coi piedi che si allungano tra le coperte croccanti.

- Ricominciano le mie serie preferite e si ha l’opportunità di scoprire nuove manie devastanti e modaiole, alimentate anche da generosi amici Fastweb-dotati. In genere, si riscopre il bello di stare a casa davanti alla tv, con la gatta accoccolata sul letto che fa le fusa soddisfatta e tronfia, poltrendo e  abusando del telecomando.

- I film che aspettavi trepidante e curiosa arrivano al cinema, e speriamo non siano delle fregature ambulanti e che i tuoi registi preferiti non abbiano sparato tutte le loro cartucce.

- Manca poco, poi ci si riunirà a mangiare castagne intorno al focolare bevendo novello, ridendo e scottandosi le mani con la buccia bruciacchiata. Poi Natale sarà dietro l’angolo, e quindi il carnevale coi suoi coriandoli. Da lì, in un attimo, Pasqua e l’odore della primavera nell'aria. E boom! Eccoci di nuovo.

- Più tempo per leggere. Leggere, leggere, leggere. Potrei anche finire tutti gli Harry Potter se continuo così.


-  Ascoltare il nuovo album di Ben, che non sarà all'altezza dei precedenti, forse è vero. Ma è molto meglio lo stesso di tanta robaccia che c'è in giro. Farsi accarezzare dalla sua voce di velluto stesa sul letto a sognare, mentre fuori il vento  spazza la superficie del lago.

- I colori dell’autunno sono bellissimi. Gli alberi intorno al lago si accendono di rosso e giallo, disegnando finti incendi sulle rive del Trasimeno. Tutto sembra più vivo, più caldo. Ma è solo una finta, solo il canto del cigno.

E poi...

Ehm.
Ehm, ehm.





Speriamo che l’estate torni presto…



l'ha scritto phoebe1976 | 21:11 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, tg phoebe
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venerdì, settembre 21, 2007  
Miss, mia cara miss.
Io Miss Italia non la guardo mai.
Non perché mi ritenga superiore al sentimento nazional-popolare che lo anima, né perché non penso di potermi divertire immensamente nello sfottere e criticare a manetta le sgallettate (Daveblog ed il suo “Caccia alla cozza” docet)
che inseguono un sogno così plastificato e precotto da sapere un po’ di muffa.
E’ solo che è uno spettacolo che in genere mi annoia: è tutto uno sfilare di cosce secche e lunghe, di ragazze che non mangiano dal 1998, di sorrisi sbiancati e di orridi improponibili costumi da bagno che farebbero sfigurare Barbie in persona.
Si potrebbe anche tirar fuori il contributo all’anoressia che dà questa manifestazione, che spesso impone il mito della donna impossibile: alta alta, secca secca, ma con le tette da pornostar.
Ed anche se è vero che non
mi piace molto il messaggio che rischia di arrivare a dodicenni in confusione ormonale, non voglio essere così scontata: non è solo questo.

E poi non vince un’umbra da… mmmm… da… da mai, credo!
Forse è una congiura e io non ci sto.

Ma ieri sera sono tornata tardi dalla palestra, complice una lezione di fitboxe e una nuova vasca idromassaggio che andava provata. Così, per magia, torno e trovo la tv sintonizzata su RaiUno e mia mamma placidamente incollata ad essa.
Addirittura s’era messa anche gli occhiali da vista, cosa che fa solo in particolari occasioni televisive, tutte di un certo rispetto, come “Beautiful” o “Ballando con le stelle”. Insomma, Miss Italia 2007 era lì, tutta per me.

A parte Mike Bongiorno che mi fa ridere più di Zelig per la sua involontaria (ma sa
rà vero?) ironia, Loretta Goggi mi è subito sembrata sotto l’effetto di una qualche sostanza acida ed il suo occhio sbarrato faceva subito presagire la terribile realtà: è  posseduta dallo spirito canterino e montessoriano di Mary Poppins.
Ed infatti ha animato siparietti di Miss impegnate nel
ballo cantando qualsiasi cosa, compresa la lista della spesa. Impressionante.
La kermesse si presenta diversa da quella degli ultimi anni.
Le ragazze sfilano 10 per volta, si apre il telefoto e di queste se ne salvano 5. E via così fino alla semifinale di sabato (di cui ignoro il regolamento sicuramente certosino) e la finale definitiva di domenica (idem) che incoronerà la più bella italiana del 2007. Si potrebbe obiettare sul
nuovo regolamento che, se da un alto elimina gli ormai classici momenti soporiferi ed ipnotici scanditi dalla voce melensa e prima di pathos di Conti, dall’altro matematicamente non è che sia giustissimo: se in una decina sono tutte irrimediabilmente cozze, passerà comunque una cozza, se sono tutte sconvolgentemente belle, ne verranno eliminate comunque cinque belle.
La matematica non è una opinione e nemmeno il buonsenso dovrebbe esserlo.

Momenti esilaranti garantiti dalla maestria degli autori e dal genio delle miss non sono mancati, prima fra tutto le presentazioni di queste ultime rese uniche dall’inflessione tipica di Nonno Mike. Segnalo, tra le più belle:
- ama collezionare fo
to di bambini e cuccioli (e sotto il letto la motosega)
- il suo hobby è credere nell’amore (vabbè no,  ditemi se questo può dirsi un passatempo!)
– vuole diventare ufologa (Ah, ecco Scully!!! E basta di vedere sti fil ammericani!!)

– sogna di diventare mamma (che teneronaaa!)

- il mio mito è la Canalis (...)

Ovviamente non ho resistito più di 40 minuti.
Quaranta minuti molto, molto lunghi, trascorsi i quali mi sono buttata nella visione degli episodi 12 e 13 di “Heroes”, la mia nuova mania, in lingua originale.

Non ho resist
ito, sono una donna debole.
Per voi che siete più forti, un consiglio: stasera guardate Miss Italia e votate la bellissima n. 90, Ilaria Capponi.  Perugina, classe 1990, nazionale di basket, gioca in A1 con
la Gescom Viterbo (ed è per questo che indossa la fascia di Miss Lazio), ha già vinto numerosi concorsi di bellezza.
L’ho vista quest’estate, durante un servizio fotografico che ha fatto sulla spiaggia che in genere frequento.

Ecco, parlando di teorie evoluzioniste, alla sua vista ho capito come de
ve essersi sentito l’Uomo di Neanderthal alla vista dell’Uomo Sapiens Sapiens. Ridicolo. Con le gambe corte. Goffo. Spacciato. Alta, mora, con una cascata di capelli ricci e due occhi azzurri di vetro. Davvero bellissima.
E se lo dico io che sono ipercritica con tutti (ed in primis
con me stessa), vi dovete fidare. Se non vince o vince una cozza qualsiasi, il concorso è truccato. Chiaramente.
Voi, intanto,
buttate questi settantacinque centesimi dalla finestra e votate speranzosi.


Votate, votate...


l'ha scritto phoebe1976 | 21:00 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, tg phoebe
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domenica, settembre 16, 2007  
Outing
Ognuno ha i suoi sordidi segreti.
Piccoli, ignobili, oscuri, scabrosi e terribilmente confidenziali minuscoli nei nella vita di una persona rispettabile ed in gamba.
Ognuno ha i suoi.
Qualcosa di non presentabile, che non si vuole mostrare ai conoscenti, ma solo agli amici più cari.
Una piccola macchia che ci rende diversi da come appariamo in superficie.
Una specie di sfaccettura irregolare.

C’è chi ascolta di nascosto Gigi D’Alessio e finge di adorare i primi dischi degli U2 per darsi un tono dotto.
Chi non perde una puntata di “Un posto al sole”, ma lo denigra in pubblico etichettandolo come “robaccia di terza categoria”.
Omaccioni palestrati che nel tempo libero colpivano petunie.
Intellettuali occhialuti e spocchiosi che adorano i film di Meg Ryan.

Io, nel mio piccolo, uno scabroso segreto ce l’ho: io ricamo.
Sì, lo so che non mi calza a pennello, ma è così.
O meglio, sono capace di ricamare e sono (ero) anche bravina, anche se da un po’ non lo faccio più.
Per mancanza di tempo, ovviamente.
E perché, a dire il vero, mettermi a fare il corredo alla mia età mi sembra ridicolo. 
Sì, bèh, ecco.
Ricamo.
Anche se non fa molto single ribelle o donna emancipata.
Puzza di milleottocento e rotti.
Di trine e vecchi merletti.
Non è che sia un vanto nel 2007, non è che incontri uno e gli dici “Sai, io ricamo”.
Non è che sia molto trendy.
Non è che faccia molto "Sex & The City" a meno che una non si senta Charlotte.

E’ successo così.
Sono sempre stata una bambina irrequieta anche se molto buona.
Mi annoiavo spesso e tre mesi di vacanze estive sono lunghe da gestire.
Così, a dieci anni, mi hanno mandato insieme a mia cugina dalle suore. Tutte le mattine d’estate, dal lunedì al venerdì, dalle nove a mezzogiorno, le suore che gestivano d’inverno l’asilo privato della mia città davano lezioni di ricamo a cui accorrevano ragazzine dai 9 ai 17 anni.
Per me era uno sballo.
Ero fuori dal controllo parentale per mezza giornata, in mezzo a femmine più grandi di me che parlavano di ragazzi ed avevo pure il permesso di tornare a piedi da sola a casa di mia nonna con mia cugina Tamara di 14 anni che era all’epoca una ragazza molto popolare.
Se ero fortunata, il giovedì che c’era il mercato potevamo anche incontrare qualche ragazzo più grande che si sarebbe fermato a parlare con mia cugina e le sue amiche.
Insomma, mi divertivo ed imparavo.
Anche se nel mentre dell’insegnamento spesso le suore ci leggevano le vite delle sante e non è che fosse molto divertente, a meno che non si spettegolasse a bassa voce nel mentre.
Prima i punti base, come quello a catenella, quello palestrina o erba, fino all’intaglio ed al gigliuccio, passando per il punto pieno e quello piatto.

Oddio, a ben pensarci sono passati vent’anni.
Come sono vecchia.
Venti anni.
20.
Un’altra vita!

Ad ogni modo, ci sono andata per quattro estati, poi tutto è finito.
Il mondo è cambiato, le suore invecchiavano.
Siccome il ricamo era troppo complicato da gestire da sola e non avevo lenzuola da ricamare, mi sono data al punto croce.
Mi piaceva molto ricamare d’estate, concentrarmi sulla precisione dei punti, sul disegno, sui fili e suoi colori. Dimenticare tutto, comprese le incertezze e le paure che crescere e sentirsi bruttine generano nella mente di una adolescente coi brufoli, gli occhiali e l’apparecchio ai denti.
Poi ho smesso.
Altri interessi, altri passatempi, i maschi.
Insomma, un po’ di tutto.

Però resta il fatto che sono capace di ricamare. E bene.
Lo so, è strano.
Curioso.
Non mi si addice molto, soprattutto.
Io che non so cucinare, che sono pigra con le faccende di casa, che stiro come una badante filippina ubriaca di vodka, non sembro un tipo da ricamo.
Ma sono capace di farlo, non posso negarlo né nasconderlo.

Ma ho una consolazione: un sordido segreto come questo ce l’hanno più o meno tutti, vero?
E soprattutto, sono o non un bel donnino da sono da sposare?

Il corredo lo porto io, grazie…


l'ha scritto phoebe1976 | 22:38 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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giovedì, settembre 13, 2007  
Why Can't We Be Friends?
Mi capita spesso di pensare a me stessa come una strana creatura, che sono in pochi a poter davvero capire.
Ed ancora meno sono quegli avventurosi che si affacciano a guardare timorosi e speranzosi nella mia testa ed nel delirio che ci frulla.
Perché è complicato: chi se la piglia 'sta briga?

Una persona che non aveva il minimo problema a farlo era mia nonna.
Non doveva neanche sporgersi troppo per guardare dentro al casino scellerato che regna nella mia testa, le veniva automatico.
Parlavo del tempo e lei già sapeva che avevo combinato qualcosa, che avevo discusso con qualche filarino o con un professore arteriosclerotico.
Non so come facesse, se mi tradisse l’inflessione della voce o il linguaggio del corpo, o se magari la sua fosse una magia da strega dei monti. Ma lei sapeva. Subito.
Al volo.
Mi conosceva come il palmo delle sue mani, come la ricetta per fare il coniglio in umido. Che poi, come facesse a dosare gli ingredienti con tanta perizia visto che non mangiava carne ed era assalita dal ribrezzo al solo pensiero di assaggiarlo, resta un mistero glorioso che si è portata nella tomba.

Un mio grande difetto, secondo mia nonna, era quello di aprire troppo facilmente il cuore agli altri, di fare troppo affidamento negli amici che, diceva lei, sono sempre esterni al nucleo familiare.
Mi consigliava di avere rapporti più stretti con mia sorella, carne della mia carne diceva lei, che mai mi avrebbe abbandonata. Capite bene che avere un rapporto interpersonale con mia sorella (una che va a Sharm d'agosto e si porta la piastra per capelli nonostante i 50° e l'umidità dell'aria che sfugge a qualsiasi misurazione umana) mi è impossibile, nonostante le mie migliori intenzioni.
Mia nonna, nella sua pur infinita saggezza, non era infallibile.

Ho sempre avuto molti amici.
Probabilmente per fortuna mia o per un dono particolare che ho di mettere insieme la gente più disparata in una comitiva che cresce e si dilata, si rimpicciolisce e poi riprende magicamente vita.
Misteri.
Misteri.
Tant'è, matrimonio e fidanzamenti assortiti sono avvenuti anche per "colpa" mia; e sempre col mio zampino (esterno, per carità) è venuto al mondo una piccola meraviglia che cresce a vista d'occhio e minaccia di entrare di prepotenza gattonando ovunque voglia.
Ma nonostante le mie amicizie mi diano tanto, non è sempre facile.

Ci sono giorni in cui non ho voglia di vedere nessuno, in cui il dolore è troppo forte, la stanchezza di lottare troppo prepotente o il giramento di balle evidente ai massimi livelli.
Ma gli amici bussano e reclamano l'attenzione che da contratto (dicono loro) gli spetta, e poco importa se non ti va di fare nulla e se scalci.
Loro se ne stanno lì.
Che telefonano, bussano, sbattono.
E, se sono amici veri, non se ne vanno ma pazientano.

Ci sono altre volte in cui per periodi ti sembra che la tua comitiva sia andata a puttane, che ognuno si sia messo a seguire altre strade, magari dietro una fidanzata virago, ad un lui talebano o ad un lavoro fascista.
E invece basta un niente per tirare le fila e far tornare il sereno. Suona la fanfara a raccolta e tutto è coem prima.
Più o meno.

Ci sono anche le volte in cui gli amici si allontanano.
Ti abbandonano.
Ti feriscono.
E poi tornano a tenderti una mano nel momento del bisogno.
Senza una parola, senza inutili spiegazioni.
Allungano la mano sulla tua senza chiedere niente, esposti come alberi alla tramontana del tuo possibile rifiuto.
E tu sai che nel tuo cuore non è cambiato nulla, che tutto è come prima.
Davvero.

Poi ci sono gli amici che ti tradiscono, che calpestano i tuoi sentimenti per i loro scopi, quelli che non potresti più perdonare nemmeno se fossi la reincarnazione di Madre Teresa.
Quelli di cui ti resta nel cuore non il ricordo delle belle giornate passate, ma l'amaro del tradimento.
Il fiele della bugia e dell'inganno.
Non si allontanano solo da te a causa dell'incedere del tempo.
Quello succede.
E' triste, ma è la vita.
Non parlo di questo genere di tradimenti Succede.
Parlo degli "amici" che ti pugnalano proprio alle spalle, proprio lì, tra le intersezioni dei muscoli.
E poi rigirano il coltello nella ferita, mentre tu non riesci nemmeno ad urlare tanta è la sorpresa.
E scopri che questa ferita non guarirà più.
Mai più.
Magari un po’ si cicatrizzerà, ci ricrescerà sopra della pelle, forse.
Ma non sparirà del tutto.
Rimarrà con te per ricordarti che c’è gente cattiva, approfittatrice o più semplicemente pavida ed ipocrita, che preferisce nascondersi dietro ad un dito.

Poi ci sono gli amici che non sono amici, ma parte di te, proprio come un osso o un organo interno.
Un dito di una mano.
Che si preoccupano per te senza essere impiccioni.
Che parlano alle tue spalle tra di loro, ma solo del tuo bene. E per il tuo bene.
Amici con cui dividere il bene ed il male, una spalla per piangere, una bocca per ridere.
Amici per cui stare in ansia, elucubrare, preoccuparsi sapendo che la cosa è perfettamente e naturalmente reciproca, senza bisogno di calcoli o di se e ma.
Persone su cui puoi sempre contare.
Sorelle.
Fratelli.
Parti di te.

No, mia nonna non sbagliava.
L’amicizia non va concessa a tutti, non va regalata, ma va donata a chi il nostro cuore ci indica.
Poche, selezionate e(s)fortunate persone che accompagneranno per sempre la tua vita, nonostante distanze.
Nonostante la vita.

Per sempre…


l'ha scritto phoebe1976 | 22:20 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
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martedì, settembre 11, 2007  
Che resta dell'11 settembre?
Oggi è l'11 settembre.
Una data che ha perso la sua connotazione temporale per diventare un sostantivo.
Un po' come il Natale, quasi una festa da santificare. Mostrando cordoglio e dolore, rimirando documentari a manetta scuotendo la testa e mostrando i pugni.

Dov'eri tu l'11 settembre 2001?

Inutile stare a raccontare fatti risaputi.
Inutile stare a sobillare sterili polemiche su quali morti, iracheni o americani, cristiani o musulmani, siano più degni di una commiserazione inutile. Qual è la morte più valida? Più giusta? Ma esiste una morte giusta?
Inutile rivangare se e ma, ormai è successo e anche se non tutto è stato fatto, è troppo tardi.
E tutto il rutilare di documentari, interviste, ricordi che ci propineranno oggi non aggiungerà nulla all'orrore di quel giorno, nè a quello dei giorni (ed ann
i) seguenti.

Ed è per questo che non voglio parlare dell'11 settembre 2001 oggi.
Oggi vi voglio parlare solo e soltanto della piccola Zubaida Hassan.
Zubaida viveva in un piccolo paesino nello sperduto e brullo Afghanistan,
in un villaggio che la guerra al terrore non ha ancora travolto,
lontana oltre l'immaginabile dalla "civilizzata" Kabul.
Zubaida aveva 9 anni, suo padre non era talebano, sua mamma non portava il burqua, viveva una vita povera coi suoi fratelli e sorelle.
Aveva nove anni e non sapeva nulla del mondo, della situazione politica del suo paese. Zubaida camminava danzando al suono della sua musica interiore, finché un giorno un incidente domestico non el provoca ustioni gravissime su tutto il corpo. Non muore, ma terribili cicatrici la imprigionano. Secondo la “cultura islamica” per la quale la vita di una donna vale nulla, i suoi familiari l’avrebbero dovuta abbandonare.
Ma suo padre se la carica in spalla, vende tutti i suoi averi e va a cercare aiuto di ospedale in ospedale. Lontano, sempre più lontano dal suo piccolo villaggio.
Finché incontra un soldato americano. E da qui parte una continua serie di eventi che porteranno fino agli USA ed alla guarigione della bimba. L’incontro di due culture, di due mondi. Un mondo, gli Usa, che le regaleranno autostima e libertà, la possibilità di studiare, di esprimersi, di avere una personalità. Tutte cose negatele dall'essere donna in Afghanistan. Ma per l'amore che la lega alla sua famiglia, lascerà tutto per tornare. L’amore che vince su tutto, anche sull’odio, sull’incomprensione, sulla prevaricazione, sulla guerra.
Sulla guerra che è sempre assurda.
Ma la storia di Zubaida, la sua catena di solidarietà, ci insegna che sia
mo tutti uomini. Afgani, americani, italiani, tutti. Ed anche se il libro che ne racconta la storia è leggermente demagogo e buonista, la sua è una storia vera.
Ed anche se le urla di terrore degli uomini e delle donne imprigionate nel World Trade Center in fiamme saranno scolpite nella nostra memoria per sempre, non possono diventare una scusa per continuare ad odiare e trincerrasi dietro a necessità di protezione fittizie. O quasi.

Chissà dove sarà ora Zubaida, chissà se sta bene, se ha continuato a studiare, se è felice.
Io lo sperò.

Perchè lei è come la speranza...






l'ha scritto phoebe1976 | 22:31 | permalink | vita vissuta, sick sad world, caffetteria letteraria, tg phoebe
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lunedì, settembre 03, 2007  
Cadendo si vola
La scorsa settimana, in un incidente che ha avuto ampio risalto sulla stampa perugina, è morto un mio conoscente.
Un conoscente e non un amico, sì, perché non mi piace l'idea di cavalcare l’onda fiacca della commiserazione, mettendomi in mostra raccontando di rapporti che non ci sono.
Vantandosene, quasi.
Sembra incredibile, ma c’è anche gente così. Parecchia.

Paolo era una bella persona, ma ora lo diranno in tanti e non so se vale più.
Gioviale, allegro, mai eccessivo.
In palestra ed a scuola d’inglese tutti erano subito suoi amici, colpiti dalla sua stravagante naturalezza, dalla sua ironia e da un sorriso che poteva farti cambiare l’umore.

Un incidente terribile, di quelli che non ti aspetti.
Quella tratta fatta un milione di volte avanti e indietro.
Sembra impossibile.
Sembra irreale.

Entrare in palestra e non vederlo, non incontrarlo per le scale.
Quante volte abbiamo riso insieme?
Eppure proprio lui, una persona piena di vita, sempre energica e positiva, proprio lui non c’è più.
Tutti ne parlano, tutti come me sentono il bisogno di ripescare un suo ricordo nella memoria.
Ci ha lasciato e le teorie sono le più varie, dall’errore umano al guasto tecnico.
Si sprecano ora i coccodrilli ed i particolari macabri, così tipici della piccola provincia squassata da un evento insolito ed animata dalla voglia del pettegolezzo.
Le due donne morte carbonizzate erano abbracciate?
Lui è morto sbalzato fuori o mentre scappava l’esplosione lo ha travolto?
Non importa, non importa più. Paolo è morto e niente cambierà la cosa o placherà il dolore della famiglia e degli amici.

Non lo incontrerò più per le scale della palestra col broncio in viso per una seccatura o una scaramuccia, non mi saluterà più col suo “Carissima” e non trasformerà il mio sbattimento in un sorriso nell’arco di 20 gradini.

Ma una cosa, una cosa me l’ha lasciata nel cuore: io voglio vivere.
Sembra una constatazione banale, ma non lo è.
Io voglio vivere.
Quanta gente passa il tempo a sopravvivere?
Chiudendo la porta alle  emozioni, barricandosi nelle paure ed in sciocche abitudini che diventano più importanti della vita stessa.
Sciupando la vita che è, banalmente, una sola.
Io voglio vivere, emozionarmi per le piccole cose, sognando le emozioni grandi.
Guardare uscire una farfalla dalla crisalide e pensare che non c’è niente di più bello al mondo.
Credere nelle persona a cui vuoi bene, anche se è difficile.
Decidere di rischiare, se ne vale la pena.
Non nascondersi dietro i "non posso dare di più".
Sfondare i muri a calci e pugni.
Portare il cane  a spasso per i campi al tramonto, ed essere felice solo per questo.
Smetterla di avere paura.
Prendere tutto quello che la vita mi offre.
Senza paura.
Come avrebbe fatto lui.
Vivere col cuore aperto, sorridendo alla vita anche nei momenti bui.

Ciao Paolo, grazie.


l'ha scritto phoebe1976 | 22:39 | permalink | vita vissuta, paranoie, doveva succedere proprio a me, tg phoebe
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