La stanza di Phoebe
martedì, febbraio 26, 2008  
Growing paints
Una volta la maggiore età si raggiungeva a 21 anni.
Oggi, grazie alla riforma del 1975, per essere maggiorenni basta compiere 18 anni.
Maggiorenni, cioè dotati della capacità di agire. Che consiste, per i non dotati di studi giuridici, nella idoneità di un soggetto a porre in essere atti giuridicamente validi.
Un passo importante, quindi.
Una soglia da varcare che ha molti significati e sfumature: assunzione delle proprie responsabilità, capacità di prendere decisioni, possibilità infinite. E soprattutto la patente. Ecco, diciamo che in una scala da uno a cento, la patente a 18 anni vale 101.

Poi vai all’Università, e pensi che la laurea ti regalerà una vita meravigliosa e ti dischiuderà le porte della vita “vera”.
Studi, ingoi rospi, immagini. Ma vivi anche di feste, alcol, flirt, giorni passati ciondolando in biblioteca e spettegolando sull’assistente di commerciale.
Sì, proprio quello carino.
I giorni sono lunghi, i problemi dilatati e sciolti in una adolescenza prolungata che sembra senza fine.

Poi la laurea arriva e, se sei fortunato (o sfortunato, dipende), inizi a lavorare.
Questo, pensi, ti regalerà la maturità.
Ma non è così.
Un lavoro insoddisfacente da 1000 euro al mese, gli amici di sempre, la dieta che non funziona, i sogni, le serate, l’amore che non arriva.
Ti svegli a trent’anni e, spesso, vivi come un ventenne.
Ma allora, quando si cresce?
Siamo condannati all’adolescenza eterna?
Ed anche fosse così, questo è proprio un male?

Beninteso, non intendo qui condannare il maschio tipico italiano, il Peter Pan che si rifiuta di crescere e di fare qualcosa di diverso che guardare sotto la gonna di Campanellino. E dire che ne avrei ben donde.
Parlo di una sensazione diversa, quella di sentirsi sempre col paracadute.
E questo non perché non si metta su famiglia, non si paghino le bollette o non si viva pienamente la propria vita.

Parlo di una presa di coscienza diversa, di quando all’improvviso si squarcia il velo e si vedono le cose per come sono.
Si vedono le prime rughe intorno agli occhi, quelle che nessuna crema all’acido di chissà quale pianta riesce ad estirpare perché sono TUE.
Si vedono i propri genitori per come sono: fragili, invecchiati, a volte anche sopraffatti da un mondo che iniziano a non riuscire più a godersi al 100%.
Vedi tu padre, lo vedi lì accanto al termosifone che guarda Frizzi.
La bocca tesa, la schiena un po’ curva.
La tua roccia, la tua salvezza, l’antagonista di tante battaglie.
Provato dall’accaduto, triste per non aver saputo difendere in maniera adeguata la propria famiglia, come a trasgredire un codice non scritto. Lo vedi lì e non puoi fare altro che abbracciarlo, dirgli che gli vuoi bene, cercare di infondergli un po’ del tuo calore.
Diventare da protetta a protettrice.
Vedere gli occhi di tua mamma ancora innamorati di lui, e pensare che in fondo è tutto ciò che vorresti diventare da grande.
Occhi belli, grandi e nocciola come i tuoi, ma impotenti.
Come impotente sei tu, senza più la certezza che tutto andrà bene, che ti rimboccheranno le coperte se ne avrai bisogno stampandoti un bacio sulla fronte.
Come una nave che lascia il porto, ora è tempo di migrare, cambiare, evolvere.

Diventare donna davvero…



l'ha scritto phoebe1976 | 00:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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lunedì, febbraio 25, 2008  
Cooking Phoebe Reloaded
Oramai l’avete capito, mi sto dilettando in cucina.
Un po' per diletto, un po' per necessità ad essere sinceri.
Secondo mia madre, per avere e tenersi un uomo alla mia età pare sia necessario anche questo e quindi proviamo.
Magari mi nasce dentro una grande passione che non sapevo di avere.
Magari divento una cuoca eccezionale.
Il nuovo Vissani, magari.
Yes, we can!
Ok, la smetto...

Inoltre, visto il successo della prima volta, mi sembrava carino fare un bis ed ho deciso di ritentare con un classico (ma che non stanca mai) della cucina umbra, che certamente non potrà non rendere felici tutti i buongustai: la torta al testo.

Celeberrima e anelata dagli umbri in terra straniera, è un piatto unico gustoso che va bene per tutte le stagioni ed anche facile da preparare. Insomma, se lo so fare io…

Ingredienti:
- 1 kg di farina
- 8 cucchiai d’olio
- un uovo
- 1 hg di parmigiano
- 1 bustina di lievito per torte salate da 1 kg
- sale qb
- latte

Disporre la farina a fontana sulla spianatoia e versare il lievito, l'olio, il sale, il parmigiano e l’uovo poco alla volta nel centro. Impastare energicamente gli ingredienti, ammorbidendo se necessario l’impasto con acqua o latte secondo i gusti.
Nel frattempo mettere il testo a scaldare sulle braci (come vorrebbe la ricetta antica) o sulla cucina a gas. Esistono infatti comodi testi in ghisa che possono risolvere la vita a chi il camino non ce l’ha o non ha voglia di usarlo).
Stendere la torta con il mattarello, non troppo sottile (circa un centimetro) e posizionarla nel testo caldissimo, bucandone la superficie con i rebbi di una forchetta. Rigirare la torta di tanto in tanto, facendo cuocere entrambi i lati.
A cottura ultimata, tagliarla a pezzi e farcirla come più vi aggrada.
Il classico della cucina umbra prevederebbe il prosciutto crudo o salsiccia e erba (ndr. verdura cotta varia, secondo gusti e stagioni: spinaci, rape, ecc), ma sono previste massima libertà e fantasia, alcune pure ispirate alla cucina fusion più estrema: melanzane grigliate e speck, prosciutto cotto e salsa tartufata, rucola e stracchino, salame piccante, nutria arrosto, porchetta, ecc ecc.
Tutte buonissime e tutte da provare.
Anche se la nutria, io, la digerisco male.

Come mai vi allieto con questa ricetta proprio stasera?
Perché oggi per la prima volta da brava massaia l’ho fatta tutta da sola in modo abbastanza agevole.
E le mie amiche, accorse alla mia magione per la classica serata Amici (sul cui trash, buonismo ed elogio alla mediocrità preferirei non parlare) se la sono spazzolata in allegria e buonumore.
Scusate tanto se è poco.

Son soddisfazioni…

PS. Lo so, trovare fuori dall'Umbria un testo in ghisa per la cucina a gas non è facile, ma se volete tentare questa ricetta e desiderate acquistarne uno, scrivetemi una mail che ci organizziamo!!


l'ha scritto phoebe1976 | 01:14 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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martedì, febbraio 19, 2008  
Mindhunters

In fila al supermercato con le mie quattro cose, io.
Le barrette alla cioccolata della Kellog’s.
Lo yogurt.
Un paio di calze di microfibra.
C’ho fretta, mia madre già mi ha chiamato per ricordarmi che l’odiosa zietta è a cena e quindi non posso sottrarmi al suo interrogatorio né alle sue poco nascoste muliebri grazie.
Come giustamente afferma la legge di Murphy, la fila che scegli sarà sempre quella che scorrerà più lentamente e così resto in attesa fremente ingannando il tempo ammirando gli espositori carichi di caramelle e preservativi (cosa li accomuna? Perché sono sempre esposti affiancati vicino alle casse? E se un bambino si sbaglia?), nonché curiosando tra la spesa degli altri.
Quand’ecco che mi giro e vedo la persona che mi segue nella fila.

E’ un ometto piccolo, nulla di ché.
Impermeabile stazzonato, occhiali, faccia da topo incorniciata da quattro capelli tenuto su con metodo in un riporto che sfida le tecnologie più avanzate.
Ha gli occhi piccoli, l’ometto.
E mi fissa da dietro le lenti spesse.
Mi fissa.
Ha in mano poche cose, tra cui spicca un inquietante e sospetto profuma-biancheria per armadi al mughetto.
Mi fissa.
E io comincio a pensare che lui abbia più o meno l’aspetto del serial killer medio, di quelli che rapiscono, torturano e seppelliscono cadaveri fatti a pezzettini. Un pezzo qui, un pezzo là. E in un attimo, senza nemmeno accorgertene, sei un patetico volantino appeso alla stazione dei Carabinieri del paese con sotto scritto “scomparsa”. Così, mentre tutti immaginano fughe d’amore o ribellione alla vita canonica, in realtà sei sepolta sotto due metri di terra in sei posti diversi.
Terribile.
Sì, sì. Più lo guardo e più è proprio lui.
Con lo sguardo sfuggente, l’espressione da ragioniere ebete e rintontito.
E’ lui, ne sono sicura.
Infilo tutto nella busta, pago e scappo in macchina, facendo bene attenzione a mettere la sicura.
E a controllare di non essere seguita, ché di questi tempi non si sa mai.

Pompa di benzina sotto casa, sono le otto di domenica sera.
L’indicatore del gasolio piange (che novità) e prima di recarmi all’appuntamento con le mie amiche per la classica serata “pettegolezzi + Amici”, imperdibile must per sole donne mi devo fermare per forza sennò domattina mio padre m’attaccherà un pippone terribile sui danni alla pompa del gasolio, blabla blabla.

Accosto.
La stazione è deserta, con l’aria abbandonata che hanno i paesi di villeggiatura l’inverno.
Dall’altro lato accosta un camper. Uno di quelli lunghi e stretti, ché dentro potrebbero ospitare una famiglia di 8 persone. O il pied-à-terre di un assassino omicida, proprio come in "Intensity" di Dean Koontz.
Scende un uomo con una camicia di flanella sbottonata molto grunge ed i capelli scarmigliati. Avrà un po’ meno di cinquant’anni e la faccia corrucciata.
Io sono paralizzata in macchina.
Realizzo che potrebbe infilarmi nel camper, legarmi e torturarmi con una pistola sparachiodi e nessuno sentirebbe le mie urla disperate, perché intorno è deserto.
Prendo tutto il mio coraggio e dieci euro, scendo e faccio gasolio.
Ho il cellulare in tasca, ma è poca consolazione. Potrei telefonare a qualcuno, così avrei un testimone delle scempio che questo pazzo farà del mio corpo, ma ho paura di esser presa per pazza.
L’uomo fa un giro del camper controllando (pare, ma so che è una finta) le ruote.
Rimetto il tappo al serbatoio, risalgo in macchina e metto la sicura.
Sono salva.
E se avesse qualcuna delle sue vittime nel camper?
Dovrei chiamare la polizia?
Affrontarlo?
Macchè, al massimo posso prendere il numero di targa.
Ah, è straniero! Lo sapevo!!!!

Mentre mi allontano, dallo specchietto retrovisore vedo scendere due bambini insonnoliti con una età tra i cinque e gli otto anni. Uno sale in braccio al serial killer mentre fa rifornimento, mentre l’altro ciondola sugli scalini del camper.
Mi sento scema. Ecco, sono solo turisti fuori stagione.
Anche perché, ora che ci penso, il tipo con la faccia da ragioniere pervertito del supermercato, mi sembra quello che lavora in banca giù in paese.
Vuoi vedere che mi fissava solo perché gli sembravo un viso familiare?

A parte sentirmi idiota e a darmi la giustificazione che sono ancora sotto shock per l’accaduto, ho finalmente capito cosa si prova ad essere paranoici. A misurare tutti i propri passi con la determinazione che vogliano dire qualcosa di diverso dall’apparenza.
E che, soprattutto, guardare sempre certi tipi di telefilm alla lunga incide.
Parecchio.
Anche se sembrano innocui e divertenti, come prendere un caffè con la signora Fletcher.

Mica dovrò iniziare a vedere Don Matteo????

PS. Se non ne avete ancora abbastanza di me e del mio straparlare, da oggi mi trovate anche qui.
Se ci fate un salto potrete trovare tanti temi interessanti e promettenti aspiranti scrittori che un giorno, speriamo, cresceranno e faranno faville.
Non perdete l'occasione di fare un viaggetto nella musica ed in tutte le sue sfumature, viste da occhi diversi e traversali.



l'ha scritto phoebe1976 | 15:59 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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mercoledì, febbraio 13, 2008  
Come è bello andar sulla carrozzella...
A Perugia se ne parlava da tempo immemore.
Non solo chiacchiere, a dire il vero, ma anche fatti visto che lavori stradali, strutturali e di ammodernamento squarciavano la città, la viabilità e, non ultime, le palle dei cittadini da almeno due anni.
Abbondanti.

Doveva venire alla luce per Umbria Jazz 2006.
Poi per Natale 2006.
Voci di corridoio lo volevano agibile ed abile  per Eurochocolate 2007.
Indi per i primi del 2008.
Alla fine il 29 gennaio 2008, giorno di San Costanzo patrono della città di Perugia è arrivato, è nato, è tra noi: il Minimetrò!
Alleluia, alleluia!!!

Infinite polemiche hanno accompagnato quest’opera sin dalla sua fase progettuale.
Prima di tutto il suo aspetto: chilometri di rotaia rossa che squarciano il cielo, i palazzi e gli scorci medievali di Perugia. Nonostante tutto quello che possa dire il sindaco Locchi, bello non è.
Sarà tecnologico, moderno, avanzato.
Sarà pure stato progettato da un ingegnere francese, per carità.
Ma bello decisamente no. Mi rifiuto di pensare che una persona sana di mente possa trovarlo bello.
In una città fatta di mura, vecchi edifici ed atmosfera antica questa rotaia sopraelevata di almeno dieci metri rosso fiamma ci sta proprio una meraviglia. Non trovate?
Vogliamo parlare del rumore? Il cavo su cui sfrecciano le navette come razzi interstellari a curvatura pare stia sempre in tensione provocando un rumore sordo e continuo. Giorno e notte. Chi ci abita attaccato non può esserne felice e lo testimoniano i centinaia di manifesti (il più bello è di sicuro quello che recita “Grazie sindaco, mò sò più sveglio!”) appesi alle terrazze accanto alle quali sferraglia allegra ed arrogante questa grande e meravigliosa innovazione tecnologica. Perchè, parliamoci chiaro, di rumore ne fa. Eccome.
Se poi ci aggiungiamo la tipica mentalità perugina non esattamente openminded a completare il quadretto delle polemiche, il gioco è fatto.
Se non ci pensa Al Quaida, di sicuro una bomba ce la metterà un abitante di Case Bruciate o dintorni.

Tra mille recriminazioni, ritardi e manifestazioni il Minimetrò ha cominciato a sferragliare lo stesso.
Potevo io non andarci?
Certo che no!
Anche perché la mia amica Claudia, così glamour da essere andata persino all’inaugurazione, mentre ci viaggiava su mi aveva mandato un enigmatico sms: “Se non fosse che fa un rumore assurdo, da fuori è antiestetico e costa un euro… il Minimetrò è una figata!”.
Insomma, il primo sabato mattina disponibile ne ho approfittato, agitata ed allegra come una bambina alle giostre.
E alle giostre sembrava di stare.
Se si considera che il dislivello tra i due capolinea è di circa 162 metri, potete immaginare la salita che affrontano le navette. Mi aspettavo da un momento all’altro che ci fosse la discesa come in cima alle montagne russe. Ho pure alzato le braccia come a Gardaland.
E invece nulla. A dire il vero, un po’ mi è dispiaciuto.

Credo vi stiate chiedendo come è andata la corsa sul Minimetrò e che cosa ne penso io.
Non ve lo state chiedendo?
Bèh, ve lo dico lo stesso.  Devo dire che è stato bello.
Tutto nuovo e tirato a lucido, quasi spaziale.
Di sicuro il Minimetrò offre la possibilità di guardare la città da un punto di vista inconsueto e molto particolare e mentre ci si sta sopra non si nota nemmeno la totale antiesteticità del’opera.
E poi là dove sono state create le stazioni, che sono sette, sono state recuperate aree prima dimenticate e lasciate alle erbacce ed al predominio dei tossici. Così il Pincetto da luogo in cui una ragazza non poteva andare da sola di notte è diventato capolinea e area verde deliziosamente corredata di aiuole.

Qual è il problema allora?
Diciamo che la sua totale inutilità è palesemente sotto gli occhi di tutti. Prima di tutto, non sfiora zone nevralgiche di traffico e caos quali l’Università (dove trovare parcheggio è più difficile che fare sei al Superenalotto) e l’ospedale per le quali avrebbe potuto essere risolutivo. Per non parlare della zona industriale in cui si concentrano la maggioranza delle aziende e che è stata totalmente ignorata del progetto e da suoi eventuali sviluppi. In secondo luogo chiude alle 20. Ma si può? Ci si lamenta che il centro di Perugia è morto, ma questa non mi pare la maniera di rianimarlo.
Il Minimetrò secondo la mia opinione è la classica opera per turisti, comoda se si arriva a Perugia in autobus o treno (sì, grazie a Dio almeno per la stazione ci passa), o per passare in allegria una mattina di primavera in cui non si lavora e si ha voglia di andare a fare una passeggiata in centro respirando la primavera.
Ma per il resto non vedo utilità pratica rilevante.
Triste pensare che un’opera costata mille milioni di miliardi o giù di lì sia utile più o meno come lo smalto sulle unghie.

Per fortuna, c’è già chi con lungimiranza immagina utilizzi alternativi.

Sul cucuzzolo della montagna…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:47 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
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mercoledì, febbraio 06, 2008  
Tette&Culo
In genere io vado in palestra all'ora di pranzo.
Dopo la lezione, per reintegrare le energie perdute, ci prendiamo dieci minuti di relax per mangiare tutti insieme e riprenderci dallo sbattimento post-fitness.
Ma soprattutto per mangiare, a dire il vero.
Niente di pesante, per carità.
Tutte cose molto healty: insalatine, bresaola, macedonia & affini.
Capirete bene la necessità di condire il lauto pranzo perlomeno con chiacchiere saporite, in genere parlando di logaritmi e massimi sistemi.
Ecco, l'altro ieri ad esempio si parlava di tette.
Sì, proprio di tette.
 
L'argomento è scottante e complesso, si sa.
Spinoso come minimo.
Uomini e donne ne hanno opinioni così diverse da scatenare liti e crisi di gelosia, nonché il proliferare di yacht e Ferrari intestati a chirurghi estetici, sulla cui moralità ci sarebbe molto da dire.
 
Che ne pensano i maschi?
Le tette sono così determinanti?
A giudicare dalla iconizzazione che se ne è fatta nel corso dei secoli e dagli sguardi che sono in grado di catalizzare, parrebbe proprio di sì.

Ma come devono essere ‘ste tette?
Stando al giudizio maschile, ci sono varie scuole di pensiero:
 
Sotto la terza non è vero amore.
Sono gli amanti del seno abbondante, quelli che più ce n'è meglio è.
Drogati spesso dall'immaginario al silicone che le riviste e film porno offrono, secondo me questi soggetti si immaginano tette enormi che sfidano la forza di gravità a capezzolo eretto, quando invece la realtà è spesso molto diversa.
La forza di gravità esiste, eccome.
E quelle donne a cui Dio ha donato dalla quarta in su sono obbligate all’uso di reggiseni contenutivi e tiranti disegnati direttamente dai progettisti della NASA per evitare lo strabordamento verso la cintola. Forse questo particolare “tecnico”  sfugge a molti maschietti attratti dall’idea della morbidezza, ma in certi momenti clou credo che salti subito all’occhio…
Mi viene da pensare, magari esemplificando eccessivamente, che la passione per il seno spropositato richiami la maternità e la nostalgia per la figura materna e rassicurante.
Ma mica tanto esteticamente gradevole.

La coppa di champagne
E’ un classico, no? “Il seno ideale è quello che può essere contenuto in una coppa di champagne”, recita chi se ne intende di fashion style.
Di certo i canoni estetici dell’alta moda lo impongono e le riviste cd. di classe non fanno a meno di rimarcarlo. Molto divertente: le riviste patinate maschili esplodono di tette immense, quelle femminili di pialle.
Anyway, molti uomini trovano bello ed elegante un seno piccolo ed androgino nonostante i luoghi comuni li vogliano invaghiti senza remore di maggiorate siliconate.
Quale potrebbe essere il fondamento psicologico di questa preferenza? Omosessualità latente? Voglia di controllo? Senso estetico leggermente diverso dalla massificazione proposta dall’immaginario maschile?

L'onesta via di mezzo

Cioè la terza. Piena. Naturalmente il tutto dipende dalle proporzioni, dall’ossatura, dall’altezza, dall’armonia della figura,  bla bla bla.
Ma, parliamoci chiaro, in genere la terza sta bene a tutti.
Un uomo equilibrato non può fare a meno di apprezzare una terza sfoggiata con stile.
Ma, ahimè, non tutti gli uomini sono equilibrati.
 
E le donne? Noi donne, che le  tette ce le portiamo a spasso volenti o nolenti che ne pensiamo?
Sono importanti?
Oh, ma certo che sì. In utile starsela a cantare.
Così importanti da farci nascere dentro paranoie, insicurezze e manie.

La sindrome di Geppetto
Trattasi di portatrici sane, senza evidenti tracce di tette nella parte anteriore del corpo.
La donna in questione è consapevole di possedere (secondo rotocalchi e foto patinate) una carica erotica pari ad un ragazzino di 11 anni, ma cercano di supplire con metodi moderni, come l’oramai inevitabile (ed entrato nel costume) Wonderbra, ed antichi quali i famosi calzini strategici riportati in auge da una famosa pubblicità moderna nonché dalle simpatiche dichiarazioni di una piccola diva di casa mia.
La donna piatta (o poco “dotata”) spesso si fa un cruccio dell’assenza di davanzale ed arriva a violentare il proprio fisico con protesi siliconate al limite del ridicolo (“Tanto che me lo rifaccio, lo voglio GRANDE”), ma più di frequente si rassegna alle prese in giro di amici e compagni consolandosi con la “comodità” pratica del seno piccolo.
Tanto, poi, si sa: chi disprezza compra.

La complessata
Ha il seno grande e questo le genera una marea di problemi. Nel vestire, nel relazionarsi, nel vivere in generale. Lo maschera dentro maglie oversize. lo nasconde, in casi estremi lo fascia addirittura.
Non si sente a suo agio e mette da parte i soldi per fare una drastica riduzione del seno.
Ah, beh.
Certamente sono problemi.
Io, personalmente, non mi so rendere conto e perciò glisso.

La maggiorata tronfia

Ha un seno grande. Enorme. E se ne vanta. Non perde occasione per rimarcare la sua (evidente) fisicità, anche quando questa è fuori luogo. Non sa quasi parlare d’altro e non si rende conto di quanto possa rendersi odiosa e di quanto possa essere aberrante il pensiero delle sue tette che arrivano penzolando all’ombelico. E non tra 15 anni.
ORA.
Io, a dire il vero, le darei fuoco.
ORA.
Con un accendino.

Come forse avrete intuito dalla mia “piccola” digressione e dall'opinione leggermente sottesa che vi aleggia, io di tette non è che ne abbia poi tante e così le mie amiche.
Non che ne sia completamente sprovvista, per carità.
Diciamo che anelo ad una terza, ma credo che non riuscirei a riempirla completamente nemmeno se ingrassassi dieci chili.
In ogni modo mi accontento, ho altri punti di forza.
Come il didietro, per esempio.
Che, a guardare i risultati, alla fine funziona sempre.




E grazie a tutti…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:51 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
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martedì, febbraio 05, 2008  
Wannabe Jill
La mia palestra ha riaperto i battenti da circa un anno, riemergendo dal terzo fallimento e dall'ottavo cambio di gestione dal 2000 ad oggi con un nuovo, giovane e ricco proprietario. Per festeggiare l'anno appena trascorso, la gestione ha pensato bene di organizzate un Open Day proprio domenica scorsa.

Per i profani, dicesi Open Day una giornata in cui tutti possono accedere ai servizi della palestra gratuitamente: lezioni, thermarium, sala pesi.
Tutto assolutamente gratuito ed a scopo puramente pubblicitario.
Come rinforzino, per attirare fan e curiosi, la direzione ha invitato lei. Proprio lei, la regina, l’inventrice di The Program, l’imbonitrice più tonica della televisione, insegnante alla scuola di "Amici" quand'era ancora una cosa seria e soprattutto una fucina di talenti.

Lei, seconda solo allo Chef Tony nella mia fantasia malata: Jill Cooper.

Come mancare?
Impossibile direi.

Io e le mie amiche abbiamo tirato a lucido i nostri completini migliori, le scarpette più fighe e le mollettine per capelli più idonee e ci siamo appropriate della prima fila.
Eccoci qui: io, Vale, Cla e Ale. Che carine.

Entra lei.

Bionda.
Un metro e ottanta.
Due spalle così.
Delle cosce che fanno paura.
Sorriso splendente e due pinze qualunque nei capelli.

Tremiamo.
Certo, è un po’ diversa dalle foto e dalle televendite.
Un po’ tanto…
Devo dire che dal vivo dimostra in faccia tutti i suoi quarant’anni suonati, ma quando sorride la ragazzina che vive dentro di lei salta fuori inaspettata.
Quando salta fuori.

Inizia a spiegare la sua filosofia di vita (di cui non è che mi ricordi molto) e Vale e Cla iniziano a chiacchierare, sparlando probabilmente di quello con le scarpe rosse in terza fila.
Jill se ne accorge, interrompe il monologo e con sguardo nazista le interroga con il classico accento americano da patata in bocca.

Jill: “Voi tue come chiama???”
Le tapine all’unisono (e con sguardo sbarrato): “Vale e Claudia”.
Jill (girandosi verso la classe): “Bene, bene! Dite tutti grazie Claudia e Vale per fare subito 10 flessioni gambe tese. NOWWW!!!!!!
Silenzio di tomba.
Jill: "NOWWW!!!"
Allibiti da cotanta disciplina abbiamo fatto le flessioni come bravi marines professionisti.
Su-giù, su-giù.
Terrorizzati.

Poi è partita la musica.
E la lezione è stata folle, divertente, faticosa ed adrenalinica.
Sculettando.
Jill fa certe facce mentre fa lezione di aerobica che stanno a metà tra Jack Nicholson in Shining e gli All Blacks che fanno la Haka, ma è una grandissima motivatrice e quando urla “Fammi sentire tuta tua pasioneeee esplodeeee!” abbiamo realizzato che se ci avesse ordinato di buttarci dalla finestra l’avremmo fatto senza remore.
E pure in fila indiana.
Ballando e sculettando, alla fine ci ha fatto a pezzettini.

La mia idea iniziale era quella di chiederle l’autografo per il Daveblog e farci una bella trashcronaca (come mi era già accaduto in precedenza), ma dopo la lezione si è fermata a chiacchierare insieme al marito e dispensare consigli alimentari impossibili per l’uomo e la donna media comprendenti l’uso imprescindibile della curcuma (spezia di cui ignoravo esistenza ed indispensabile utilità), del cavolo e del broccolo.
Bleah.
Ma occorre fare attenzione, perchè come dice lei: "Tuo corpo doopo quaranta da bahhahahah e non è più lui!"
E' leggermente particolare, ma anche così carina, carica e simpatica che l’autografo l’ho fatto fare per me.

Se divento famosa la compro.
Giuro.
La compro proprio tutta, e le faccio eseguire tutti i suoi dvd nel mio salotto.
Mi faccio risistemare tutto il corpo.
E vado pure di curcuma.
A fiumi.

Non vedo l’ora…


l'ha scritto phoebe1976 | 00:30 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me
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sabato, febbraio 02, 2008  
Volando
Sono malata di documentari.
Di qualsiasi genere di documentari: storici, geografici, di gossip.
Io me le bevo tutti.
Che parlino delle cavallette azzurrine zoppe dell'Asia Minore piuttosto che del rapimento alieno di Elvis Presley o degli amori segreti di Nefertiti la differenza non esiste: mi imbambolo davanti alle immagini che scorrono ed alla voce suadente e maschia che narra l'interessantissimo argomento.
Proprio per questa ragione, mi batto strenuamente perchè Sky e i suoi 453 canali non entri in casa mia nemmeno con l'offerta gratis-a-vita.
Mi piazzerei su Discovery Channel o su History Channel e mi dimenticherei non solo del lavoro, degli amici e della mia famiglia, ma anche di mangiare, di bere e di fare la pipì.
Giuro.
Davvero.
Sono patologicamente attratta.
Morbosamente, direi.

Per non parlare dei programmi trash che riuscirei a scovare e a ciucciarmi senza remore. ma questa è un'altra storia...

Figlia di Quark e di Piero Angela, non c’è programma di taglio documentaristico che sfugga alla mia attenzione, da Ulisse a Voyager, passando per i programmi de La 7 che sicuramente guardo solo io e altri 12 spettatori in tutta Italia.

Voyager in particolare lo trovo un programma di un trash sublime, così assurda che ho sviluppato una dipendenza fisica nei suoi confronti. Draghi in salamoia, templari che escono dalle tombe, Da Vinci che usando la macchina del tempo arriva nel XXI° secolo a braccetto con John Titor e altre amenità: come non innamorarsene? E come non amare il favoloso Roberto Giacobbo che, con la sua voce professionale e serie, ti illustra queste eccezionali e documentatissime “scoperte scientifiche”?

La mattina invece, faccio colazione coi documentari di Rai Educational su Raitre.
E’ bello, perché non sai mai quello che ti tocca: storia, politica, biografie. Una volta su due è un documentario sulla seconda guerra mondiale ed i nazisti (le industrie naziste, i dottori nazisti, la musica durante il nazismo, ecc ecc), ma la sorpresa è sempre un brivido.
Due mattine fa, il 31 gennaio, è stata la volta di un bellissimo documentario per festeggiare i 50 anni della canzone italiana più nota al mondo ed il suo creatore ed interprete: Mr. Volare Domenico Modugno.
Io a Modugno ci sono sempre stata affezionata, un po’ per orgoglio italiano, un po’ perché mio nonno d’inverno si sedeva davanti alla stufa dopo il lavoro, mi prendeva sulle ginocchia e mi cantava “Piove” con la sua bella voce baritonale e malandrina:

“Ciao ciao bambina
un bacio ancora
e poi per sempre
ti perderò
Come una fiaba
l'amore passa
C'era una volta
poi non c'è più!
Cos'è che trema
sul tuo visino
E' pioggia o pianto?
Dimmi cos'è…”

Nella mia mente di bambina, quella canzone così dolce e triste la poteva cantare solo mio nonno e nel tempo la sua immagine si è sovrapposta a quella di Domenico Modugno in un modo così forte e vivido da farmi emozionare alla vista di Mr. Volare in tv.
Ogni volta.
Gli stessi occhi, vivi ma sempre un po’ tristi, come se la consapevolezza del mondo e delle sofferenze della vita li attraversasse lasciando un velo di falsa ironia. La stessa espressione, buona e sorniona, accondiscendente ma virile.
Così è come mi ricordo mio nonno.

Sciocco come una convinzione di bambina possa far tremare il cuore a una trentaduenne che di ritiene pure sufficientemente cinica da non farsi scalfire dalle cattiverie del mondo.
Sciocco come possa scaldare il cuore un ricordo.
Sciocco come ci si possa scordare del mondo e ritrovarsi a timbrare un cartellino in ritardo perché ci si è imbambolati davanti alla televisione alle otto di mattina.
Sciocco come si possa canticchiare una canzone per tutto il giorno, sentendosi felici senza un perché logico.

Ciao ciao bambina,
un bacio ancora…



l'ha scritto phoebe1976 | 17:39 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world
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