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giovedì, marzo 27, 2008
I matti voglion l'aria Da qualche mese ho iniziato a soffrire di fastidiosissimi mal di testa, prima occasionali, poi con cadenza settimanale ed infine senza nessun preavviso almeno due volte la settimana.Sarà il freddo, mi dicevo, oppure la vecchiaia. O qualche iattura. Mentre tamponavo la situazione sciogliendo bustine di Oki in mezzo bicchiere d’acqua, ho sentito intorno a me le teorie più fantasiose. E’ la cervicale. No, è il nervo trigemino. Macchè è tutta colpa del plantare, o al limite del dentista. Ma prendi la pillola? No? Allora sono gli ormoni. Io dico che è il global warming. No, è colpa di Berlusconi. Fattostà che sotto Natale la mia dottoressa ha ritenuto opportuno spedirmi a fare una visita neurologica presso l’ospedale della mia città. Mi danno l’appuntamento tra 60 giorni. Mentre prego di non avere un tumore al cervello a progressione esponenziale, mi sono chiesta come faccia il Dr. House a fare gli accertamenti in venti minuti. Maledetta fiction televisiva. Finalmente arriva il giorno tanto agognato e mi reco nel nuovissimo polo ospedaliero della mia città. Dopo lavori non inferiori a quelli necessari per la costruzione del tunnel sotto la Manica, nella mia città è stato inaugurato quest’enorme complesso ospedaliero fantascientifico ed ultramoderno (costato stramiliardi, ma questa è un’altra storia) in cui, sono certa, mi daranno risposte a tutte le domande. Mi rendo subito conto che dove parcheggiare così lontano da rientrare in un cap diverso da quello dell’ospedale. Nella nebbia. Il parcheggio è sterminato e senza indicazioni di suddivisioni: temo che non rivedrò mai più la mia macchina. Entro all’ospedale e mi dirigo al banco informazioni che mi rifila una serie di direttive così complicata che mi viene il mal di testa in automatico. Mi ci vorrebbe il Tom Tom, ma alla fine non mi perdo nel dedalo di viuzze e corridoi (vabbè, son finita nelle cucine, ma questa è un’altra storia) e arrivo a destinazione. La mia destinazione è uno stretto corridoio azzurro tempestato di porte blu. Tutto blu. Sarà per caso un colore che distende o il frutto di un architetto suonato? Su ogni porta c’è un nome o una indicazione. Guardo la mia prescrizione: il vuoto, c’è indicato solo genericamente “visita neurologica”. Ok, mi armo di pazienza e chiedo. Passa una infermiera: “Mi scusi, ho appuntamento per una visita neurologica. Dove devo andare?” Risposta seccata: “Chieda nel box infermiere, che vuole ne sappia?” Ricordando a me stessa quanto sia dura la vita delle infermiere, mi dirigo al box e non la mando affanculo. Almeno non subito: il box è vuoto. Turpiloquio libero. Nella successiva mezz’ora mi sbraccio con passanti, infermieri, dottorini in erba e portantini: niente, nessuno sa nulla. Finché dall’ascensore appare lui, bello come il sole nel suo sventolante camice bianco, emulo del miglior George, avvolto dall’aura della professionalità. Lui, è sicuramente lui!!! Gli corro incontro come il viandante davanti ad un’oasi. Gli allungo la prescrizione speranzosa, la legge e mi informa che no, non è lui il mio medico, ma può indicarmi la porta giusta. Che è in fondo a destra, come il bagno nei ristoranti. Abbandono il mio salvatore con malcelato dispiacere e busso. Mi apre uno pseudo medico alto come me e dall’aria accidiosa. Dottore:”AH!! Lei è la signorina Phoebe?” mi chiede con voce spiccia e dall’accento inconfondibilmente calabro. Phoebe: “Ehm, sì” Dottore: “E’ in ritardo di mezz’ora!!! Lo sa che questo è un ospedale pubblico e che gli appuntamenti sono presi ravvicinati? E’ essenziale la puntualità!” Phoebe: “Ma, io veramente…” Dottore: “Le donne!” Phoebe: “…” Dottore: “Ok, si sieda e mi dica” Riassumo per sommi capi le caratteristiche e le frequenze del mio mal di testa, mentre lui scribacchia in medichese chissà che cosa su di me. Chiacchiero, chiacchiero, finché lui ad un certo punto si alza in piedi, mi viene davanti ed inizia con una serie di giochetti. Segua il dito, chiuda gli occhi, si tocchi la punta del naso, in piedi su una gamba (coi tacchi???), ecc ecc. Pensavo che ad un certo punto tirasse fuori le macchie di Rorschach e invece no. Ed è stato un peccato, perché è una vita che sogno di fare quel test e rispondere sempre “farfalla” alla domanda “Cosa ci vede qui?”. E invece nulla. Il dottore invece tira fuori un sottilissimo ago ed inizia a punzecchiarmi ovunque. Se mi lascia segni lo scortico vivo. L’utilissima visita si conclude con la prescrizione di una risonanza magnetica ( e vi ricordo che soffro di claustrofobia) e di un eco-doppler vattelapesca dove, di cui il servizio sanitario nazionale mi farà gentile omaggio (o quasi) tra circa 5 mesi. Potrei essere impazzita dal mal di testa. Ma, colpo di scena... il mal di testa è passato!!! Non si ripresenta da circa un mese, almeno non in forma acuta ed ho deciso di rimandare la tanto odiata risonanza. Merito del dottorino? Della primavera che attutisce la cervicale? Aiuto divino? Io non ne ho la certezza, ma il merito credo che sia del pilates che non ho abbandonato grazie alla insaziabile tigna che mi divora ed al quale nel frattempo mi sono appassionata. Sono arrivata anche e toccarmi le punte dei piedi. Son grosse svolte. Dico davvero. Ehi, la smettete di ridere!? l'ha scritto phoebe1976 | 23:01 | permalink | vita vissuta, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
venerdì, marzo 21, 2008 Dell'elogio della mediocrità L'Italia di problemi ne ha tanti.Chi sono io per negarlo? E' sotto gli occhi di tutti. E' afflitta da tanti mali che ne impediscono lo sviluppo e la prosperità, sia economica che culturale: la mafia, l'ignoranza, Berlusconi, l'arroganza, il Vaticano, un apparato statale che funziona come la balena di Pinocchio. Se ne parla sempre, in maniera più o meno obiettiva, e dappertutto. Senza trovare soluzioni logiche, però. Problemi troppo grandi, forse. Logiche troppo complesse e distanti, magari. E allora torniamo alla vita di tutti i giorni, per capire se questi "grandi mali" se ne stiano annidiati pure lì oppure no. Taciturni e vigili, come gli occhi gialli di un gatto appostato al buio. Quello che emerge dalla quotidianità, spietato e cinico, è l'elogio della mediocrità che è intorno a noi. Sei intelligente, capace, propositivo, rispettoso, creativo e pieno di idee? Se non conosci nessuno è assai difficile che tu faccia carriera, ma anzi verrai etichettato come "rompiballe" in meno di dieci minuti d'orologio. Troppo smanioso, controcorrente, fastidioso come le zanzare d'estate. E io di zanzare, vivendo sul Trasimeno, me ne intendo. Credetemi. Sei un leccaculo senza arte nè parte, ma bravissimo nell'arte di allungare la lingua e muoverla a colpetti rotatori senza tapparti il naso? Tranquillo, un posto per te ci sarà sempre, specie se sei esperto nel maneggiare la cattiveria e il cinismo. E se lavori in un ufficio pubblico, senza nemmeno accorgertene se farai un numero sufficientemente alto di parole crociate la tua scrivania lieviterà magicamente ai piani alti. Ma tranquillo, pure se lavori in una azienda privata, se stai zitto e dici sempre di sì, accumulerai tanti piccoli privilegi e coccole buoniste. Se poi spii e denigri i colleghi ad ogni occasione possibile, ancor di più. Se sei donna e ti vesti come una delle Pussycat Dolls sventolandola sotto il naso del capo, anche meglio. Ogni cosa che farai sarà lodata e stra-lodata perché, in fondo, l'hai fatta e non importa né come né quando. Tu, abile ed intelligente, ti devi adattare. O diventi come loro o continui a fare le tue cose per bene nell'ombra, senza però sognarti mai di ricevere un benché minimo apprezzamento. Anzi, a lagnarsi passi pure per Calimero perciò se non ti senti in grado di effettuare la "giusta" trasformazione puoi solo startene zitto e buono aspettando il giorno di paga. E zitto se i colleghi lavorano la metà di te, se allo squillare della campanella fuggono come cavalli selvatici lasciandoti con una pila di pratiche tristi e desolate che il tuo senso del dovere ti impedisce di abbandonare a loro stesse o ti scaricano sulla scrivania tutto quello che non gli va di fare chiedendoti "per favore" con un sorriso più falso di una moneta da tre euro. Amico mio caro, c’è poco da fare: il tonto sei tuo. Il potere della ruffianeria e della piccineria, un'arte di cui sei sfornito, vincerà sempre. Ed è anche abbastanza tipico di quest’Italia arruffona e del tiriamo-a-campare, dove anche a scuola se sei bravo sei sfigato e secchione a prescindere. Sembra paradossale. Sembra una giustificazione per qualcosa che non riesce, per una insoddisfazione personale. Per inettitudine. Ma non è così. O almeno non lo è sempre. Mio padre mi recita sempre il balzello "Le persone intelligenti danno fastidio, perchè mettono in difficoltà le stupide". Sarà vero? Sarà che è più facile avere a disposizione dipendenti e/o sottoposti non tanto svegli per non dovercisi confrontare tutti i giorni? E' davvero solo una questione di chi-ce-l'ha-più-lungo? E quindi? Che si fa? Ci si arrende davvero al destino cinico e baro? Si diventa come Dilbert? Oppure si scende a compromessi e ci si adegua al comune pensiero? Oppure si gioca il jolly. L'idea dell'apertura del bar sulla spiaggia in Costarica non mi sembra malaccio. No, non una fuga. Proprio un volare verso altri lidi fottendosene di chi è ottuso come le mucche quando ruminano, un cambio di vita radicale. E che vita... l'ha scritto phoebe1976 | 20:58 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
martedì, marzo 18, 2008 Sharks
E di molto altro… Ps. Questo e molto altro lo trovate su Rotocalco. Non perdetevelo!!! l'ha scritto phoebe1976 | 14:09 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, normale amministrazione, doveva succedere proprio a me
mercoledì, marzo 12, 2008 Differenziamoci Io sono facile agli entusiasmi. Mi appassiono alle cose e mi faccio prendere la mano. Così, in men che non si dica, da semplice attività o curiosità, diventa presto una mania. Incontrollata. Ed incontrollabile. Sicuramente non facile da gestire per i miei familiari ed amici. Ecco, stavolta mi sono appassionata ferocemente alla raccolta differenziata. Non so come mai finora avessi deliberatamente ignorato l’argomento: pigrizia, disinteresse, noncuranza. Poi due settimane fa mia madre è tornata a casa dall’ennesima lezione di yoga con questa idea brillante per migliorare il paese, il mondo e un po’ anche l’universo. La vogliamo fare? Considerando che il Umbria la raccolta differenziata è effettuata da meno del 35% degli abitanti, ho calcolato che era proprio arrivato il momento di darsi una svegliata. Ho iniziato titubante, ignara dei meccanismi che dividono i rifiuti in macrocategorie: - organico - carta - plastica - vetro - alluminio Per esempio, il tetrapak dove va? E’ plastica o carta? Dopo attente ricerche mi hanno fatto notare che la scritta “CA” impressa sui contenitori (che vanno sciacquati prima di essere messi a riciclare) li annoverano di diritto tra la carta in seguito ad una convenzione internazionale. Ma questo non potevo saperlo. E le buste della corrispondenza? Ovviamente nella carta, ma la finestra di plastica sul retro va tolta ed accatastata tra la plastica. Stesso discorso per le etichette sulle bottiglie di plastica: vanno staccate e buttate tra la carta. Tutto fa brodo. E le bottiglie del bagnoschiuma e dei prodotti per capelli? Possono essere riciclati anche quelli? No, perché da quello che sapevo non tutti i polimeri della plastica sono riciclabili allo stesso modo. Io già non so cos’è un polimero, come faccio a distinguerli? Il mio unico 5 alle superiori era in chimica, mi servirebbe un Bignami. Sto anche meditando di coinvolgere mio padre, ex ragioniere con velleità pseudo-agricole, nella creazione e nell’uso del compost in un angolo apposito del giardino. Sì, vabbè, puzza un po’. Forse pure più di un po’. Ma volete mettere la soddisfazione? Ah, poi c’è tutto quello che non si ricicla, ahimè. Esagerata? Può darsi. Ma ad essere sincera mi esalta l’idea del recupero di materiali che sembrano destinati al macero ed all’inutilità. L’idea che possano essere lavorati con un dispendio di energia minimo e riportati a nuova vita mi affascina quasi come il tema della reincarnazione. Che poi per me la trasformazione di lattine, cartoni, bottigliette di plastica e affini in qualcosa di completamente diverso è un mistero gaudioso proprio come le lacrime della Madonnina di Civitavecchia, quindi non chiedetemi dettagli tecnici per carità. Però forse fare qualcosa per questo nostro pianeta allo sfascio si può. Magari è una goccia nel mare, ma costa così poco che è uno sforzo affrontabile con scioltezza e un piccolo impegno da parte di tutti. Che il pianeta è nostro, dei nostri figli e lo dobbiamo trattare bene, ecc ecc. Lo abbiamo capito tutti questo, no? Eppure non funziona. Il Italia siamo fanalino di coda, la pecora nera del riciclo (e di un sacco di altre cose, ma stendiamo un velo pietoso). Però vi informo che nel mio comune se fai la raccolta differenziata (nel resto d’Italia non so) e porti tutto alla Ricicleria ti danno una tesserina magnetica come quella del supermercato su cui raccogli punti. Alla fine dell’anno questi punti spazzatura non ti permettono di avere piatti, pentole e pressione o tovagliette di fiandra, ma uno sconto sulla TARSU. Il ché, di questi tempi… Certo, ora che c’ho la fissa del riciclo e guardo con soddisfazione i bidoni della plastica e della carta nel mio garage riempirsi con lo stesso occhio del padrone che vede ingrassare l’asino, fossi in voi starei attenta. Ho grossi progetti. Come iniziare a riciclare la carta in ufficio. O utilizzare il riscaldamento solo quando strettamente necessario. Sto meditando di abbandonare il latte detergente come struccante per eliminare la produzione di dischetti anti-ecologici non riciclabili, a favore di una più etica schiuma struccante. Magari potrei mettere dei pannelli solari sul tetto. E un piccolo apparecchio eolico in giardino per produrre energia elettrica homemade. … … Fermatemi… l'ha scritto phoebe1976 | 21:00 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
lunedì, marzo 10, 2008 Naive Era da un po’ di tempo che il mio blog faceva i capricci.Molti fedeli lettori mi avevano segnalato che per aprire le pagine ci voleva la manovella e che il sito andava con la potenza e la velocità del mio criceto buonanima sulla ruota. Ma non c’avevo dato importanza. Pensavo, sbagliando, che la colpa fosse della piattaforma. Poi iniziò a proporsi un banner che offriva incontri per single. All’inizio volevo offendermi (“OH! Come mai il sito mio?? C’ho l’aria così disperata??”), poi ho fatto spallucce e sono andata avanti. Ingenuamente. Fino a ieri. Giorno in cui all’apertura del blog mi è stato chiesto di scaricare un antivirus. VIRUS, VIRUS, VIRUS! Panico. Ho spento tutto ed attivato antivirus, anti-malware, anti-spyware, i pompieri, il 112, la cavalleria, Lassie, Montalbano e anche l’Ispettore Gadget. Niente. Ritorno sul blog, ed ecco apparire nuovamente il bastardo maledetto. Per fortuna che il mio fido stilista di riferimento per quello che riguarda internet, il parrucchiere del mio blog, il mitico Cofano, mi ha tratto d’impaccio. Come un vero cavaliere servente, sfoderando la spada in alto e corso in mio aiuto con l’armatura scintillante al sole. Ehm… ok, ho un po’ esagerato. Ma comunque ha risolto ed ora il blog è candeggiato, sicuro e lindo. Lo giuro. E lui s'è guadagnato un soggiorno omaggio sulle ridenti sponde del Trasimeno. ovviamente con la sua dolce metà. Se lo è meritato. Mi sopporta da talmente tanto tempo, che andrebbe fatto santo subito. La colpa era tutta di Pay-per-stats, bastardo contatore che prometteva soldini facili facili e serviva anche da contatore di accessi. Troppo bello. E io troppo boccalona. L’avevo installato quest’estate su suggerimento di non mi ricordo più chi. Mi pareva l’invenzione dell’acqua calda e già teorizzavo di comprarmi un dominio mio a costo zero. Che ingenuotta campagnola. Bastardi. Bastardi. Bastardi. Per fortuna non me ne sono accorta solo io. Mi scuso veramente col cuore, mettendomi in ginocchio sui ceci con tutti coloro che si sono “infettati” visitando il mio blog e leggendo le mie sciocchezze. Non volevo. Davvero. E ringrazio coloro che si sono preoccupati di avvertirmi e mi hanno offerto una mano, in particolare Maxime, Alberto e Resciocco. Siete dei veri tesori. E io un’ingenua… l'ha scritto phoebe1976 | 23:05 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
domenica, marzo 09, 2008 Il lago Tempo fa, feci un famoso ordine su BOL. Il maledetto, arrivato con ritardi e peripezie varie, non conteneva solo l’ultimo Harry Potter, ma anche latri svariati libri di cui io sono una temibile divoratrice.
Nel pacco c’erano anche due libri di uno scrittore delle mie parti, Marco Rufini, che aveva attirato la mia curiosità anche su consiglio della proprietaria della mia libreria di riferimento. Proprio lei ad ottobre mi aveva invitato alla presentazione di “Afa”, ultimo libro di Rufini. Incuriosita dalla vicinanza geografica e fissata con le parole palindrome sarei voluta andare, ma per una serie di coincidenze e circostanze assortite non andai. E l’idea di leggere qualcosa di suo rimase sospesa nell’aria fino all’arrivo del pacco. Insieme ad “Afa”, incuriosita dal titolo ed attratta da uno sconto sostanzioso, presi anche “Il lago” del tutto ignara di quello che avrei trovato. Sabato l’ho iniziato, per scherzo. Ed ho scoperto che parla del MIO paese. No, non dico per dire. Parla proprio del MIO paese. Usanze, modi di dire, espressioni, luoghi, linguaggio. Anche i cognomi sono tipici. Devo dire che fa una certa impressione. Parecchia. La storia si presenta come un thriller e si apre con il ritrovamento nel 1949 di un cadavere mezzo decomposto sulle rive del lago Trasimeno. Pochi mesi prima erano scomparsi due uomini. Uno era Gaspare, un pescatore dal carattere schivo e cupo, tornato dalla guerra d’Africa con l’animo carico di segreti e rancori. L’altro uomo scomparso è il suocero di Gaspare, Ivo. Parte l’indagine e il racconto, tra flash-back, lettere e testimonianze, verso un finale sorprendente. Mentre il lago se ne sta lì, placido ed immoto. Ma anche custode di segreti inenarrabili, muto spettatore e amaro confidente. Ma la storia è solo una scusa. Quello che mi colpisce è l’affresco della “gente del lago” che ne esce fuori. Schiva, solitaria, onesta e dura come la tramontana che spacca le rive d’inverno. La ritrosia alla chiacchiera, ma il cuore aperto e sincero di chi è schietto per natura. La faccia scolpita dalle intemperie, le mani callose ed il cuore vivo. L’amore per il lago, per questa troscia, come la chiamano in maniera dispregiativa i “perugini” che mal capiscono l’affetto sconsiderato che vive nel cuore della maggior parte di quelli che, su quelle rive, ci sono nate. Un lago avaro, che si allarga e si stringe a seconda delle stagioni. Un lago bellissimo, che riempie il cuore e dona serenità a chi lo sa guardare. E’ stato bello ritrovare lo stesso amore tra le pagine di un altro. Arrivata in fondo al libro, ho scoperto tra i ringraziamenti anziani concittadini ed uno zio alla lontana che non c’è più, dante. Quand’ero piccola sua moglie aveva l’edicola del paese e lui l’aiutava con poca convinzione. Ero piccola, ma avevo imparato in fretta che a chiamarlo zio ci guadagnavo uno o due pacchetti di figurine. Aveva fatto la guerra d’Africa, lui, e lo raccontava a noi bambini con l’enfasi che solo il dolore ed il ricordo sanno dare agli avvenimenti scavati nella roccia della memoria. Ed ogni volta non mancava mai di aggiungere un particolare truce, un tocco di mistero nella descrizione del deserto e delle sue insidie, un ricordo raccapricciante di sangue versato per la patria. Che la patria si fotta, aggiungeva alla fine. Il suo racconto preferito era quello della sua diserzione e fuga con alcuni commilitoni su una barchetta traballante, verso le coste italiane. Il sole, il caldo, la sete. La morte di uno di loro. E gli altri che, per disperazione, se lo mangiano. Avevo otto anni, e mio zio Dante da quel giorno lo guardai in maniera diversa. Un po’ schifata, ma anche ammirata perché alla fine lui al suo lago c’era tornato. Eccolo qui il mio paese, stampato sulle pagine di un libro. Il mio paese all’epoca dei miei nonni, ma non poi così diverso da oggi. Il mio paese in un libro. Chissà se un giorno ne scriverò uno anche io… l'ha scritto phoebe1976 | 23:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, famiglia phoebe
mercoledì, marzo 05, 2008 Amici o nemici? Faccio outing: io “Amici” lo guardo da sempre. Addirittura da quando di chiamava “Saranno famosi”. E questo nonostante la De Filippi ed il suo entourage mi stiano simpatici come un herpes genitale. Però appartengo alla generazione cresciuta con il “Saranno famosi” quello vero, quello di “Fame, I'm gonna live foreveeeer!”, quello di Leroy Johnson e della signorina Grant che redarguisce gli alunni della scuola agitando un bastone (tanto per far capire chi comanda). Proprio per questo non posso assolutamente scappare dal meccanismo del gioco e non riesco a venirne fuori. Anche se la simpatica Maria, dolce come un rottweiler picchiato a sangue da cucciolo, ha trasformato il suo giocattolo da un talent show ad una di quelle trasmissioni che riescono bene solo a lei, uno di quei pasticci fatti di lacrime, buonismo, litigate gratuite, aizzamenti e RVM come se piovesse. Insomma, il vomito. Sinceramente, credevo che il fondo si fosse toccato con l’eliminazione arbitraria di Nicola Gargaglia, ma quello fu solo l’inizio. Da lì è cominciata una parabola discendente senza fine, fatta di manovre autorali, ricerca della lite, cattiverie gratuite, Platinette. Pensavo che potesse andar male, ma non così. Quest’anno è davvero l’apoteosi. Alunni senza talento, professori in preda a sbalzi ormonali e crisi isteriche, autori alla ricerca del sordido più sordido, delle fragilità, dello scheletro nell'armadio che più o meno tutti abbiamo. Che schifo... Vogliamo parlare della tirata “Yes we can”? Spero che Obama non lo venga mai a sapere oppure che faccia causa a Zanforlini e a Chicco strappandogli tutti gli introiti derivanti dai loro libri infimi per darli in beneficenza ad un ente a caso. Riassumo brevemente per i not addicted. Su migliaia di ragazzi che si sono presentati ai provini, quest’anno sono state selezionate due ballerine: - Susy decisamente tamarra e culona, surrogato deformato di Britney Spears (e per questo icona gay? Vuoi vedere che è per questo che Garrison la ama tanto?), capello bicolore e ammiccamenti da cubista arrapata. - Giulia, una camionista che solo un sadico poteva far vestire di bianco. Per l’amor del cielo, balla bene l’hip hop e non si discute. Ma se continua così a Leon viene l’ernia al disco, pover'uomo. Ora, capirete bene che se solo avete mai visto da lontano un balletto, loro due non possono farne parte. E non è sufficiente che lo vogliano, che ci mettano il cuore e che si impegnino. Se c’hai la gamba corta, c’hai la gamba corta, arrenditi. Non dovrebbe essere la Celentano a dirtelo, ma lo specchio. Non ce ne hai uno a casa tua? Non che i cantanti siano messi meglio, non c'è di che scialare. Però rientrano almeno nella decenza. Ma le ballerine... E lo so che quella non è una “scuola” e che ste due poveracce non hanno colpe. Ma che messaggio si dà alle ragazzine che buttano la loro paghetta nel telefoto tarocco? E non c’è necessità di tirare in ballo l’anoressia, che è una malattia seria! La realtà è che per far tutto ci vogliono i requisiti necessari, fisici o interiori che siano, non raccontiamoci balle in nome di un finto buonismo populista. Ma che, Berlusconi docet? In una parola, pure banale, ci vuole il talento. E pure predisposizione. Perché se è vero che basta volerlo, da domani io sfilo per Gucci. Cacchio. Detto ciò, sono in crisi da rigetto. Finché è andato in onda di domenica, la trasmissione aveva un perché. Con le mie amichette ci si riuniva per cena e si stava a chiacchierare usando come pretesto le mise sadomaso ed orride di Maria, le polemiche gratuite e le spalle del Mariottini. Che è sempre un bel vedere, anche se rientra quasi nella pedofilia. Si banchettava, rideva e ci si dilettava nel gossip fino alla fine dello show, approfittando dell'occasione futile per crearsi un appuntamento fisso. Ma di mercoledì non è possbile, non si regge. E vuol dire che ci riuniremo senza la De Filippi. Pazienza. Peggio per lei. Io stasera mi sono accorta che non riesco a vederne più di cinque minuti di fila. E con nostalgia, ricordo i bei tempi andati, quando c’erano talenti per tutti i gusti ed era un piacere guardare le esibizioni. Che ne dite, pratichiamo l’eutanasia? l'ha scritto phoebe1976 | 23:11 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
lunedì, marzo 03, 2008 Se a Madonna la conserva così, voglio provare anch'io
Io, io, io un paio di stivali. La mattina dopo la prima lezione, il risveglio è stato altamente traumatico. Non solo ero tutta indolenzita, ma la schiena urlava vendetta ed anche gli organi interni sembravano ribellarsi a tutto sto allungamento coatto. Phoebe: “Che hai da guardare così?” Comunque domani ho la quarta lezione. Sennò io al signor Pilates lo denuncio per maltrattamenti… l'ha scritto phoebe1976 | 09:11 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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