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domenica, aprile 27, 2008
I'm like a bee La mia famiglia comprende personaggi molto originali che da sempre animano la vita del mio paesello ai limiti estremi della provincia.Ma ben più della zia ubriacona che balla sui tavoli della Proloco mentre tutti giocano a briscola e del cugino costruttore di astronavi, l'originale di famiglia è sempre stato il fratello minore di mio padre. Minore di tre fratelli, introverso, particolare e "diverso" dai ragazzi di paese che scorrazzavano in bicicletta o in Vespa dietro le gonne delle ragazze. Curioso, colto ed insofferente della vita di provincia, mio zio era un personaggio stravagante che da bambina mi incuteva timore ed una strana forma di reverenza che sconfinava nella paura. Scoprii solo dopo la sua morte l’universo in cui si era trincerato. I dischi di Sinatra e Battisti, i libri di Proust, le poesie di Sciascia, i quadri di Chagall. Lo scoprii per caso, quando mia nonna mi spinse in quella che era stata la sua camera dicendo: “Prendi quello che vuoi di queste cianfrusaglie, io non voglio nulla. Quello che rimane qui lo brucio nell’orto. Almeno farà concime!” Era nato con una piccola malformazione ai genitali, mio zio, che col tempo era diventata invalidante. Niente di grave, una di quelle che oggi vengono risolte subito dopo la nascita con un piccolo intervento e poco dolore. Ma mia nonna, spaventata dalle chiacchiere di paese e arcigna come sempre, non aveva voluto nessun intervento. “Così magari diventerà prete” aveva sentenziato quasi con una picca d’orgoglio, incurante del dolore psicologico e fisico che avrebbe causato. Altri tempi, altra cultura. Forse. Alto ed asciutto, come se fosse stato creato apposta a contrasto di mio padre, avvolto in soprabiti scuri e sempre vestito di nero, a pensarci ora nella mia mente lo raffiguro come una specie di Piton snello e coi baffetti curati e lisci. Aleggiava serioso in casa, lo sguardo cupo di chi si sente in gabbia e sempre controllato, ignorando la caciara di noi bambini e l’allegria stopposa della televisione. Soffriva di paranoie, mio zio. Si sentiva minacciato, seguito, braccato. Da chi non credo lo sapesse nemmeno lui. Servizi segreti, UFO, mafia, folletti de boschi, la sua terribile madre. Non credo nemmeno che sia importante. Io, bambina con le trecce di sei anni, lo guardavo come si osservano gli insetti in una teca. Lo guardavo fisso sgranando gli occhini nocciola, con lo sguardo curioso con cui si osserva ipnotizzati i movimenti lenti ed oscuri di un ragno enorme nascosto dietro un vetro. Troppo spaventata per allungare una mano e toccarlo, ma allo stesso tempo attratta in maniera irresistibile. Non so cosa provasse lui per me, unica nipote femmina. Durante gli interminabili pranzi domenicali da mia nonna sentivo la sua curiosità calarmi addosso, come se volesse capire osservandomi cosa frullava nella mia testolina. Non parlava mai. Il suono della sua voce proprio non lo ricordo, né occasione di parlare con lui davvero mi fu mai data. Ero solo uno strano tesserino nano per lui, non importante in quanto situato al margine opposto della società. Margine in cui lui stesso si era confinato oppure in cui era nato senza scegliere. Non mi parlò mai direttamente tranne un pomeriggio di maggio. Il sole brillava caldo e l’aria sapeva d’estate. Avevo ingoiato il pranzo domenicale di mia nonna in fretta, proprio come si fa con le medicine, ed ero scappata nei prati dietro casa. Avevo iniziato a girare su me stessa forte, sempre più forte, come se quel mondo frullato e scomposto potesse togliermi da dosso il senso di oppressione che quelle domeniche mi davano sempre. A forza di girare caddi senza fiato nell’erba a pancia in su e mi misi a studiare il volo di un’ape. Di fiore in fiore. Lenta e barcollante, ma efficace e sicura. “Bella, vero?” La voce baritonale di mio zio mi raggiunse da dietro immobilizzandomi. Si stese nell’erba accanto a me e la sua vicinanza mi lanciò addosso un imbarazzo che ancora ricordo. “Guarda,” continuò incurante della mia paralisi “la vedi quell’ape che ronza?” Annuii con troppa convenzione, ma lui sembrò non accorgersene, gli occhi fissi sul piccolo insetto “Secondo le leggi della fisica non potrebbe nemmeno volare, è troppo tozza.” Strappò un fiore dal campo e si alzò in piedi. La sua ombra mi cadde addosso, mentre un’altra ape si posava sul “suo” fiore. “Però lei mica s’arrende, sai? Non solo vola, ma fa anche il miele. E lo sai perché?” Feci segno di no scuotendo la testa, scioccata dalla sua attenzione e dal modo con cui mi si rivolgeva. “Perché ha volontà e con quella può far tutto. E’ tignosa, testona e lotta tutti i giorni” “Ecco” disse inginocchiandosi davanti a me e mettendo la sua faccia affilata all’altezza della mia “tu sei come l’ape. Puoi fare tutto quello che vuoi e tutti quelli che dicono il contrario si sbagliano. E tu glielo dimostrerai.” Mi porse il fiore e io lo presi. Poi mi accarezzò la testa e si alzò. Uscì dal prato girando intorno alla casa e non lo rividi mai più. La vita, i sogni, i desideri e la frustrazione lo portarono lontano dal lago e per molti anni lo immaginai pirata dei Carabi, supereroe mascherato o arruolato nella legione straniera. Finché un giorno di dicembre una telefonata mi fece capire che le cose non erano esattamente andate così. Lo avevano trovato morto all’altro capo del mondo, mani e piedi legati ed una canna di pistola infilata in bocca. Era morto da solo, così com'era vissuto. Lo archiviarono come suicidio e mio padre fece finta di crederci. Come tutta la famiglia del resto. Non so ancora cosa lui abbia visto in me in quell’ultima domenica di maggio che passò a casa, ma nei momenti di sconforto mi piace ripensare alle sue parole. Mi paice pensare di essere come quella piccola e caparbia ape e che un giorno realizzerò tutti i miei sogni. Con la tigna, ovviamente... l'ha scritto phoebe1976 | 21:10 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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