La stanza di Phoebe
mercoledì, maggio 14, 2008  
L'amore ai tempi del PC

Alla fine è successo.
Nemmeno Philip Dick era riuscito a spingersi così oltre con l’immaginazione. E dire che aveva previsto cellulari e videochiamate.

Eppure, ora, è realtà.

Un editore di San Pietroburgo ha pubblicato un romanzo che si ispira ad Anna Karenina, romanzo russo per eccellenza che da una vita mi ripropongo di leggere e che ancora staziona sul mio comodino in attesa, ed il suo orgoglioso e  soddisfatto autore si chiama Pc Writer 2008.
Sì, signori e signore: trattasi di un software di scrittura creativa.
Già, a gennaio la casa editrice Astrel di San Pietroburgo ha pubblicato il primo romanzo non scritto da un uomo.
Sembrava fantascienza, invece è realtà.
 
Anna Karenina non è morta buttandosi sotto un treno. In realtà non le è successo nulla, ha vissuto per altri cento anni come del resto tutti gli altri protagonisti del romanzo, oggi riuniti su un’isola deserta. E’ questa la versione proposta dal programma informatico che ha generato una specie di seguito della celebre opera di Lev Tolstoj.
Il tutto è iniziato perché il direttore della casa editrice si è detto che un libro intitolato  "Nastojashaja ljubov" (letteralmente “Vero amore”, titolo forse originale in Russia che tuttavia in Italia richiama infime trasmissioni defilippiane), avrebbe potuto avere un buon successo commerciale.
Solo che trovare un autore in grado di scrivere rapidamente intorno al titolo un libro commercialmente valido sembrava impossibile.
E allora perché non ricorrere alla tecnologia?
Basta prendere un gruppo di informatici, farli lavorare otto mesi alla creazione del nuovissimo Pc Writer 2008 ed è fatta.
Creato il programma, basta
inserire al suo interno alcuni brani di tredici grandi romanzieri (sconosciuta la lista, l’editore non l’ha voluta rivelare), scegliere un romanzo come base ed inserire i caratteri, i dati e le descrizioni dei protagonisti ed accendere il pc.
In tre giorni Vero Amore è servito.
Considerando che Tolstoj impiegò cinque anni a riflettere su Anna Karenina e tre a scriverla, capirete che il risparmio di tempo è notevole.
E’ vero, le prime versioni tirate fuori dal programma erano così assurde e senza senso da dover essere cestinate ed anche la versione finita in libreria è stata ritoccata in alcune parti dai redattori, ma per il 90% dell’aspetto “creativo” il programma ha fatto tutto da solo.
Il software tutto da solo.

Siamo davvero arrivati a questo?
La creatività, l’anima, i sogni, quello che distingue l’uomo dalla macchina è mutuabile in un software che imita i processi del cervello?
L’uomo è dunque destinato sempre più al ruolo di suppellettile?
E soprattutto, fottutissimo programma, perché mi vuoi rubare il lavoro?????

Il libro, non disponibile in Italia, sta spopolando in Russia.
Io, personalmente e polemiche a parte, sarei curiosa di leggerlo per scoprire se un computer fatto di silicio possa o meno scrivere almeno leggermente  meglio di Moccia e feccia affine che invade le nostre povere librerie da qualche anno a questa parte.

Anche se peggio non so se sarebbe possibile…



l'ha scritto phoebe1976 | 15:31 | permalink | sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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lunedì, aprile 14, 2008  
Fioretto
La mia grande passione è leggere, credo sia ampiamente risaputo.
Altra cosa notoria è la mia irrazionalità nell’acquisto di libri.
Quello che per molte donne sono le scarpe, per me sono i libri.
Devo averli, accatastarli, coccolarli, guardarli, spolverarli.
E, ovviamente, leggerli.

Non c’è negozio on line, ipermercato, piccola libreria o grande franchising che regga: la tentazione è sempre troppo forte.
E così mi sono scoperta ad avere un bel pacchetto di arretrati che prende polvere nella Billy color betulla diventata velocemente troppo piccola ed affollata.
Così tanti che mi vergogno ad inserirli tutti nella mia libreria virtuale di Anobii.
E dire che ce ne sono parecchi.
Nonostante la mia velocità inaudita nella lettura.
Cavolo.
Sono davvero pessima.

Lì in attesa ci sono tutti i generi letterari che potete immaginare, da un paio di fantasy di Licia Troisi all'ultimo di Zadie Smith, passando per classici come Moby Dick ed Anna Karenina (comprati in momenti di opaca follia e smania di innalzamento intellettuale poi vanamente evaporata). Ma anche un paio di Palahniuk, una spruzzata di gialli made in Africa di Miss Alexander McCall Smith, qualche italiano sparso, un vasto assortimento di opere prime (come il monumentale “Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl) e tutto quello che di appetitoso posso aver adocchiato in momenti di depressione, scazzo o semplice mania ossessivo-compulsiva.
Senza contare i regali.
Ed i libri in inglese.
Insomma, ce n’è da leggere.
Io li vedo, quei libri lì.
Mi guardano male.
Ce l’hanno con me, si sentono abbandonati.
Tristi, solitari, impolverati.
Ho paura che una notte si coalizzeranno e mi cadranno tutti addosso per soffocarmi.
Che morte orribile.
Tremenda.
Orribile.

Quindi, sia per motivi economici che scaramantici, sia in ragione della giornata particolare di oggi, ho deciso di fare un fioretto.
Un ex voto.
Proprio come si usava una volta.
Non comprerò libri finché non avrò letto tutti quelli che ho comprato.
Tutti.
Lo giuro.
Nonostante le necessità coercitive ed incombenti.

Ebbene sì, ho detto tutti.

Ci riuscirò? Resisterò alla tentazione?
In palio ci metto una cosa a cui tengo molto, quindi spero di vincere la lotta contro la mia assuefazione.
Cosa c’è in palio?
Qual è il premio per il mio fioretto?

Non ve lo dico nemmeno sotto tortura…



PS. Il fioretto riguarda solo l’acquisto di libri. Se vi sentite tristi per me e mi volete regalare qualche bel tomo, fate pure!!!


l'ha scritto phoebe1976 | 21:36 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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domenica, marzo 09, 2008  
Il lago
Tempo fa, feci un famoso ordine su BOL.
Il maledetto, arrivato con ritardi e peripezie varie, non conteneva solo l’ultimo Harry Potter, ma anche latri svariati libri di cui io sono una temibile divoratrice.
Nel pacco c’erano anche due libri di uno scrittore delle mie parti, Marco Rufini, che aveva attirato la mia curiosità anche su consiglio della proprietaria della mia libreria di riferimento. Proprio lei ad ottobre mi aveva invitato alla presentazione di “Afa”, ultimo libro di Rufini.
Incuriosita dalla vicinanza geografica e fissata con le parole palindrome sarei voluta andare, ma per una serie di coincidenze e circostanze assortite non andai.
E l’idea di leggere qualcosa di suo rimase sospesa nell’aria fino all’arrivo del pacco.
Insieme ad “Afa”, incuriosita dal titolo ed attratta da uno sconto sostanzioso, presi anche “Il lago” del tutto ignara di quello che avrei trovato.

Sabato l’ho iniziato, per scherzo.

Ed ho scoperto che parla del MIO paese.
No, non dico per dire.
Parla proprio del MIO paese.
Usanze, modi di dire, espressioni, luoghi, linguaggio. Anche i cognomi sono tipici.
Devo dire che fa una certa impressione.
Parecchia.

La storia si presenta come un thriller e si apre con il ritrovamento nel 1949 di un cadavere mezzo decomposto sulle rive del lago Trasimeno.
Pochi mesi prima erano scomparsi due uomini. Uno era Gaspare, un pescatore dal carattere schivo e cupo, tornato dalla guerra d’Africa con l’animo carico di segreti e rancori. L’altro uomo scomparso è il suocero di Gaspare, Ivo. Parte l’indagine e il racconto, tra flash-back, lettere e testimonianze, verso un finale sorprendente.
Mentre il lago se ne sta lì, placido ed immoto. Ma anche custode di segreti inenarrabili, muto spettatore e amaro confidente.
Ma la storia è solo una scusa.
Quello che mi colpisce è l’affresco della “gente del lago” che ne esce fuori. Schiva, solitaria, onesta e dura come la tramontana che spacca le rive d’inverno. La ritrosia alla chiacchiera, ma il cuore aperto e sincero di chi è schietto per natura.
La faccia scolpita dalle intemperie, le mani callose ed il cuore vivo.
L’amore per il lago, per questa troscia, come la chiamano in maniera dispregiativa i “perugini” che mal capiscono l’affetto sconsiderato che vive nel cuore della maggior parte di quelli che, su quelle rive, ci sono nate.
Un lago avaro, che si allarga e si stringe a seconda delle stagioni.
Un lago bellissimo, che riempie il cuore e dona serenità a chi lo sa guardare.
E’ stato bello ritrovare lo stesso amore tra le pagine di un altro.

Arrivata in fondo al libro, ho scoperto tra i ringraziamenti anziani concittadini ed uno zio alla lontana che non c’è più, dante.
Quand’ero piccola sua moglie aveva l’edicola del paese e lui l’aiutava con poca convinzione. Ero piccola, ma avevo imparato in fretta che a chiamarlo zio ci guadagnavo uno o due pacchetti di figurine.
Aveva fatto la guerra d’Africa, lui, e lo raccontava a noi bambini con l’enfasi che solo il dolore ed il ricordo sanno dare agli avvenimenti scavati nella roccia della memoria. Ed ogni volta non mancava mai di aggiungere un particolare truce, un tocco di mistero nella descrizione del deserto e delle sue insidie, un ricordo raccapricciante di sangue versato per la patria. Che la patria si fotta, aggiungeva alla fine.
Il suo racconto preferito era quello della sua diserzione e fuga con alcuni commilitoni su una barchetta traballante, verso le coste italiane. Il sole, il caldo, la sete. La morte di uno di loro. E gli altri che, per disperazione, se lo mangiano.
Avevo otto anni, e mio zio Dante da quel giorno lo guardai in maniera diversa. Un po’ schifata, ma anche ammirata perché alla fine lui al suo lago c’era tornato.

Eccolo qui il mio paese, stampato sulle pagine di un libro.
Il mio paese all’epoca dei miei nonni, ma non poi così diverso da oggi.
Il mio paese in un libro.

Chissà se un giorno ne scriverò uno anche io…



l'ha scritto phoebe1976 | 23:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, famiglia phoebe
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martedì, febbraio 19, 2008  
Mindhunters

In fila al supermercato con le mie quattro cose, io.
Le barrette alla cioccolata della Kellog’s.
Lo yogurt.
Un paio di calze di microfibra.
C’ho fretta, mia madre già mi ha chiamato per ricordarmi che l’odiosa zietta è a cena e quindi non posso sottrarmi al suo interrogatorio né alle sue poco nascoste muliebri grazie.
Come giustamente afferma la legge di Murphy, la fila che scegli sarà sempre quella che scorrerà più lentamente e così resto in attesa fremente ingannando il tempo ammirando gli espositori carichi di caramelle e preservativi (cosa li accomuna? Perché sono sempre esposti affiancati vicino alle casse? E se un bambino si sbaglia?), nonché curiosando tra la spesa degli altri.
Quand’ecco che mi giro e vedo la persona che mi segue nella fila.

E’ un ometto piccolo, nulla di ché.
Impermeabile stazzonato, occhiali, faccia da topo incorniciata da quattro capelli tenuto su con metodo in un riporto che sfida le tecnologie più avanzate.
Ha gli occhi piccoli, l’ometto.
E mi fissa da dietro le lenti spesse.
Mi fissa.
Ha in mano poche cose, tra cui spicca un inquietante e sospetto profuma-biancheria per armadi al mughetto.
Mi fissa.
E io comincio a pensare che lui abbia più o meno l’aspetto del serial killer medio, di quelli che rapiscono, torturano e seppelliscono cadaveri fatti a pezzettini. Un pezzo qui, un pezzo là. E in un attimo, senza nemmeno accorgertene, sei un patetico volantino appeso alla stazione dei Carabinieri del paese con sotto scritto “scomparsa”. Così, mentre tutti immaginano fughe d’amore o ribellione alla vita canonica, in realtà sei sepolta sotto due metri di terra in sei posti diversi.
Terribile.
Sì, sì. Più lo guardo e più è proprio lui.
Con lo sguardo sfuggente, l’espressione da ragioniere ebete e rintontito.
E’ lui, ne sono sicura.
Infilo tutto nella busta, pago e scappo in macchina, facendo bene attenzione a mettere la sicura.
E a controllare di non essere seguita, ché di questi tempi non si sa mai.

Pompa di benzina sotto casa, sono le otto di domenica sera.
L’indicatore del gasolio piange (che novità) e prima di recarmi all’appuntamento con le mie amiche per la classica serata “pettegolezzi + Amici”, imperdibile must per sole donne mi devo fermare per forza sennò domattina mio padre m’attaccherà un pippone terribile sui danni alla pompa del gasolio, blabla blabla.

Accosto.
La stazione è deserta, con l’aria abbandonata che hanno i paesi di villeggiatura l’inverno.
Dall’altro lato accosta un camper. Uno di quelli lunghi e stretti, ché dentro potrebbero ospitare una famiglia di 8 persone. O il pied-à-terre di un assassino omicida, proprio come in "Intensity" di Dean Koontz.
Scende un uomo con una camicia di flanella sbottonata molto grunge ed i capelli scarmigliati. Avrà un po’ meno di cinquant’anni e la faccia corrucciata.
Io sono paralizzata in macchina.
Realizzo che potrebbe infilarmi nel camper, legarmi e torturarmi con una pistola sparachiodi e nessuno sentirebbe le mie urla disperate, perché intorno è deserto.
Prendo tutto il mio coraggio e dieci euro, scendo e faccio gasolio.
Ho il cellulare in tasca, ma è poca consolazione. Potrei telefonare a qualcuno, così avrei un testimone delle scempio che questo pazzo farà del mio corpo, ma ho paura di esser presa per pazza.
L’uomo fa un giro del camper controllando (pare, ma so che è una finta) le ruote.
Rimetto il tappo al serbatoio, risalgo in macchina e metto la sicura.
Sono salva.
E se avesse qualcuna delle sue vittime nel camper?
Dovrei chiamare la polizia?
Affrontarlo?
Macchè, al massimo posso prendere il numero di targa.
Ah, è straniero! Lo sapevo!!!!

Mentre mi allontano, dallo specchietto retrovisore vedo scendere due bambini insonnoliti con una età tra i cinque e gli otto anni. Uno sale in braccio al serial killer mentre fa rifornimento, mentre l’altro ciondola sugli scalini del camper.
Mi sento scema. Ecco, sono solo turisti fuori stagione.
Anche perché, ora che ci penso, il tipo con la faccia da ragioniere pervertito del supermercato, mi sembra quello che lavora in banca giù in paese.
Vuoi vedere che mi fissava solo perché gli sembravo un viso familiare?

A parte sentirmi idiota e a darmi la giustificazione che sono ancora sotto shock per l’accaduto, ho finalmente capito cosa si prova ad essere paranoici. A misurare tutti i propri passi con la determinazione che vogliano dire qualcosa di diverso dall’apparenza.
E che, soprattutto, guardare sempre certi tipi di telefilm alla lunga incide.
Parecchio.
Anche se sembrano innocui e divertenti, come prendere un caffè con la signora Fletcher.

Mica dovrò iniziare a vedere Don Matteo????

PS. Se non ne avete ancora abbastanza di me e del mio straparlare, da oggi mi trovate anche qui.
Se ci fate un salto potrete trovare tanti temi interessanti e promettenti aspiranti scrittori che un giorno, speriamo, cresceranno e faranno faville.
Non perdete l'occasione di fare un viaggetto nella musica ed in tutte le sue sfumature, viste da occhi diversi e traversali.



l'ha scritto phoebe1976 | 15:59 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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giovedì, gennaio 24, 2008  
Avventure all'ufficio postale

L'altra sera torno a casa dal lavoro, appoggio la borsa sul mobile dell'ingresso e butto il cappotto sull'appiccapanni.
Come tutte le sere.
Saluto i miei, sistemo la sacca della palestra.
Passo in cucina e l'occhio mi cade su una cartolina postale lasciata come ricordo amorevole dal postino.
Ovviamente, è LUI, non ci sono dubbi.

Finalmente.

Afferro la cartolina e scruto con sguardo indagatore ed accusatorio i miei familiari.

MammadiPhoebe: "Ah, no... io ero dal parrucchiere!!"
SorelladiPhoebe: "Ah, io ero al lavoro!!"
PapàdiPhoebe: "Eh, no! Io ero in casa, ma questi non hanno suonato mica!! Oppure hanno approfittato di un momento che ero in bagno!!"
Phoebe: "Papà!"
PapàdiPhoebe: "Lo giuro! Devono essere strisciati fino alla casella della posta, gli infami!! Lo giuro sul cane!"
Ho "amorevolmente" soprasseduto, scuotendo la testa.
Son familiari, bisogna aver pazienza.
 
La mattina dopo, con mio grande sbattimento, mi reco all'ufficio postale comunale.
Che era esattamente la cosa che volevo evitare ad ogni costo.
Ora, già gli uffici postali io li odio a prescindere.
Devi prendere il numeretto giusto all'eliminacode giusto, impazzisci davanti ad un contatore luminoso per capire quando è il tuo turno e in quale sportello recarti senza ovviamente superare i segni disegnati sul pavimento chè sennò sei un cafone, se sbagli riparti da zero come ne Il gioco dell'oca e mediamente il tempo impiegato per sbrigare la semplicissima commissione è inversamente proporzionale alla simpatia degli impiegati, che sembrano messi lì contro la loro volontà e stanchi come se lavorassero in miniera. E gli impiegati se per caso sbagli sportello dopo tre ore di fila ti trattano come se la differenza tra "prodotti postali" e "servizi postali" la insegnassero di solito in seconda elementare.

Prendete questo scenario e cancellatelo completamente.
Tranne la parte che riguarda la celerità e la simpatia degli impiegati, ovviamente.
Nell'ufficio postale comunale del mio paese non ci sono tabelloni luminosi, non ci sono eliminacode né segni per terra. Ma impiegati dallo sguardo bovino sì, quanti ne vuoi.
Mia sorella mi aveva avvertito di non andare se non sotto l'effetto del Lexotan (lei lavora da un commercialista e questi giri son tutti i suoi), ma io avevo troppo desiderio di impadronirmi di LUI che sono andata subito.
Comunque, mi ha consigliato lei esperta, tieniti sullo sportello di destra, che è l'unico impiegato il cui cervello dà blandi segni di vita.
Rinfrancata dal consiglio, vado.
Mi accoglie una piccola fila a serpentello, io mi tengo sulla destra…
Dopo poco più di cinque minuti, l’impiegata dello sportello centrale mi fa un cenno: tocca a me. Le vorrei dire “No guardi, aspetto, mi tengo sulla destra”, ma mi manca il coraggio e allora vado da lei.

La lei in questione ha i capelli uguali alla Orsomando nelle giornate di tramontana, solo tinti platino, e un golfino appoggiato sulle spalle molto rassicurante. Le consegno la cartolina e lei sparisce.
Sparisce nel nulla per venti minuti.
Tempo che impiego a notare che, nell’ordine:
- le Poste Italiane ora vendono anche brutti libri e improponibili cd, nonché vite dei santi ed orpelli assortiti
- vengono offerte forme di investimento con un tasso dell’1% (garantito!!) vincolati per 11 anni da cui devi poi togliere le spese. Meglio il materasso, grazie.
- origliando lo sportello a fianco, realizzo che per un bollettino postale le Poste incassano € 1,00 sull’unghia. Usurai.
Mentre conto le mattonelle e cerco di calcolarne l’area complessiva, la vedo tornare col pacco.
Le sorrido: ci vuol pazienza, no?
Impiegata: “Quanto spende?
Phoebe: “E che ne so?
I: “Mmmmm… non c’è scritto…”
P: “E me lo dia gratis, allora!” provo a ironizzare facendo la splendida, ma lei di rimando mi gela con uno sguardo che mi ricorda immediatamente la professoressa di tecnica delle medie.
Paura.
Trova dopo innumerevoli giri il prezzo ed inizia a compilare mille milioni di moduli.
A mano.
Con la penna.
Non ci credo.
I: “Ci sono cinquanta centesimi di giacenza da pagare
P: “ EHHHH??
I: “Cinquanta centesimi
P: “No, mi faccia capire… mi recapitate il pacco con 10 giorni di ritardo e mi fate pagare 50 centesimi di giacenza??
I (serafica): “
P (alterata, con l'intenzione di sfondare il vetro): “Ma non è giusto! E’ un furto!!
I (zen): “E’ così
P: “Ma non sono nemmeno venuti a consegnare, che giacenza è??
I: “Lo vuole o no il pacco?
P (irdofoba): “Il pacco lo voglio, ma questo è un ladrocinio!
I: "Guardi che anche se il pacco non lo ritira, la giacenza la deve pagare lo stesso. E' la procedura."
P (digrignando i denti e roteando le pupille): "Ghgsffifefujhdsjd!!!!"

La distinta signora non mi degna di uno sguardo, prende i miei soldi e sparisce ancora.
Mi fa cenno si seguirla stavolta e ci dirigiamo, ognuno dalla sua parte del vetro, ad una porta antiproiettile. Poggia il pacco nello spazio divisorio tra le porte come se mi stesso consegnando una partita di tritolo e, senza guardarmi in faccia, si eclissa.
Nemmeno "Arrivederci".
Stronza cotonata.

Prendo il pacco e torno a casa.
Felice, ma anche arrabbiata come una vipera.
Ho deciso che metterò su una azienda che faccia concorrenza alle poste. E' il business del domani, in fondo peggio non si può fare.

La prossima volta vado in libreria…



l'ha scritto phoebe1976 | 08:53 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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mercoledì, gennaio 16, 2008  
Anatemi e maledizioni senza perdono
Il 21 ottobre era una domenica.
Di quelle domeniche invernali come piacciono a me: pigre e tranquille.
Il vento che sbatte alla finestra, il termosifone a palla, io sdraiata sul letto sotto una coperta, la gatta che mi ronfa accanto. Un libro da leggere. Il portatile al mio fianco con la connessione ad internet finalmente attiva.
AH! Una vera meraviglia.

Scartabellando tra le mail, me le capita sottomano una di BOL che contiene una offerta troppo ghiotta per essere ignorata: la possibilità di prenotare il settimo libro della saga di Harry Potter in uscita il 5 gennaio 2008.
E io che sono una potteriana incallita, sebbene dell'ultima ora, ho drizzato le antenne.

L’ottima ed irrinunciabile offerta comprendeva:
- sconto del 30%
- spese di spedizione gratuite (se si superavano € 50 di spesa. Figurati, in libri… un attimo!)
- garanzie di consegna celerissima
Come farsela scappare?
Mi sono armata di buona volontà ed ho fatto l’ordine, relegando il tutto in un angolo remoto del sistema intergalattico siderale di cui è composto il mio cervello.
Al 5 gennaio, pensai, c’è tempo.
Tutto il tempo del mondo.

Ma il tempo corre, si sa, e mi sono ritrovata a vedere sbandierata la pubblicità di “Harry Potter e i doni della morte” un po’ ovunque.
Ma io, tanto, ero già a posto. Niente file in libreria, niente ammassamenti, niente corse.
Stolti villani.
Io, che sono una signora, c’avevo già pensato.
IO.
Che genio, che donna, che previdenza!
Già, che genio…



Ora spiegatemi perché ad oggi, 16 gennaio, il libro non è ancora arrivato al mio domicilio sulle sponde del Trasimeno.
Va bene che abito in campagna, ma non abito in un posto dimenticato da Dio (tranne per l’ADSL…). Cavoli, davanti a casa mia ci passa perfino la strada provinciale!!! Figuratevi voi!
Eppure, niente.
Nel sito di BOL risulta spedito da lunedì 7 gennaio, eppure a casa mia non è arrivato.
Altro non sanno dirmi.
Con che me l’anno mandato?
Non certo via gufo, perché vista la velocità e l’affidabilità di questi animali sarebbe sicuramente arrivato di già tutto impacchettato per benino. L'intelligente rapace l'avrebbe deposto sul mio letto e mi avrebbe fatto firmare la ricevuta stringendola tra le zampette.
Magari me l’hanno spedito con un carretto trainato da criceti. Sì, deve essere così, non c’è altra spiegazione logica e razionale.
Perché anche se un postino fosse partito a piedi e scalzo dal magazzino di BOL per portarmi il libro, ORA sarebbe certamente e senza ombra di dubbio già arrivato davanti al mio portone.
E invece no.
Dove sarà mai?

E quindi mi trovo qui, tra coloro che stan sospesi, schernita da coloro che il libro già l’hanno letto, derisa da chi non capisce la mia ansia, presa amabilmente per il culo da coloro con i quali mi ero vantata della mia idea geniale. Senza contare la fatica infernale di evitare spoiler assortiti sull’ultimo capitolo della saga del maghetto più famoso d’Inghilterra.
Maledetti.

Che posso fare?
Cosa?
Nulla, se non ingannare l’attesa leggendo libri piccoli (come numero di pagine) che attendevano sul comodino da secoli (piccoli, mi raccomando, che non si sa mai quando può arrivare), aspettando impaziente l’arrivo del postino, analizzando al microscopio la cassetta della posta almeno 9 volte al giorno e stressando i miei genitori quando sono fisiologicamente fuori casa.
Oppure potrei  lanciare un anatema contro quei cornuti di BOL, le poste italiane, i postini tutti ed anche su corrieri espressi assortiti che hanno reso la mia vita un inferno. Che possano soffrire per sette giorni e sette notti di una eruzione cutanea fastidiosa ed restia ad ogni crema o pozione e che gli spunti sulla schiena un carapace da lumaca nonché due simpatiche antennine retrattili sulla testa.
Belline…
Oppure domattina potrei aspettare il postino nascosta malignamente dietro la siepe e lanciargli una maledizione Cruciatus. E guardandolo contorcersi dal dolore, lo potrei interrogare sulla brutta fine che ha fatto fare al mio pacco, il maledetto.
Una Avada Kedavra no, dai, che il postino mi serve vivo.
In fondo, prima o poi arriverà sto maledetto pacco.

O no????


l'ha scritto phoebe1976 | 23:17 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, caffetteria letteraria
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mercoledì, gennaio 09, 2008  
Il ritorno della Jihad - part 2
Il mio rapporto coi libri è maniacale, oramai lo sapete alla perfezione.
Lo ammetto con una certa naturalezza, ognuno ha le sue debolezze e le sue dipendenze.
Meglio i libri degli psicofarmaci.
Credo.
Almeno spero.

Ma il mio amore verso i libri non è fine a sè stesso.
Ho anche vere e proprie infatuazioni per le case editrici.
Amori che possono derivare non solo dalla selezione degli autori e dai prezzi della copertina, ma anche da futili motivi prettamente estetici come la qualità della carta, i formati, i colori e lo stile di impaginazione.

Prima fu la Fazi, specie la collana Lain, che adoravo ed adoravo. Non solo per formato e colori, anche per avermi fatto scoprire il meraviglioso e surreale mondo di Jonathan Carroll, e difendevo a spada tratta finché, con mia somma delusione, ha pubblicato le pruriginose avventure di Melissa P.
A sua discolpa devo dire che i soldi fanno gola a tutti, però le scelte si pagano.
E allora ciao.

Chi invece non mi delude mai per scelte editoriali e gusto è la Minimum Fax, casa editrice romana, grazie alla quale ho scoperto piccole perle come Valeria Parrella, Antonio Pascale, Carola Susani, A.M. Homes e tanti altri.
Autori poco noti, soprattutto gli italiani, e bistrattati in favore di scelte editoriali a volte più facili, come tradurre in italiano bestsellers stranieri piuttosto che tentare il nuovo, a volte indubbiamente più redditizie come i libri di Vespa.
O i pruriti di una ragazzina minorenne.
Ammesso che sia lei a scrivere…

Oltre alle case editrici, mi fisso anche con le collane.
Adoro per esempio i tascabili della Einaudi, o i vecchi cari Oscar Mondadori. Mi sanno di pulito, di preciso, di ordinato. Di fresco. Mi piace vederli in fila nella librerie.
L’ho già detto che sono maniacale, vero?

A parte le mie varie fisse e manie da psicotica, una cosa che mi manda fuori dalla grazie di Dio è l’atteggiamento delle case editrice quando da un libro del loro catalogo viene tratto un film. Senza stare a sindacare sui soliti luoghi comuni (“AH! Vuoi mettere? Il libro è sempre meglio del film!!”), il comportamento di una casa editrice quando da un libro sta per venire distribuito un film che potenzialmente può essere un blockbuster è il seguente:
- pubblicare una nuova edizione strafiga, con possibilmente la locandina del film appiccicata sopra in bellavista (che nel 90% dei casi rende tutta l’edizione orribile ed imbarazzante da portare in giro) ad un prezzo da prima uscita.
- ritirare dal mercato le precedenti edizioni economiche
- fregarsi le mani
- contare i soldi tintinnanti.

Esempi recenti sono “Io sono leggenda” di Richard Mateson che da circa tre mesi è venduto SOLO nella nuova edizione extralusso con il profilo di Will Smith (un bel profilo, per  carità) a € 13,00 invece dei € 7.90 previsti per un tascabile della Fanucci. E vabbè che, detto tra di noi, gli economici della Fanucci ti si rompono in mano mentre li leggi, la rilegatura si sfalda e ti rimangono in mano mazzetti di pagine, però per una che legge 32 libri l'anno come me sei euro di differenza non è che non contino nulla!
Stesso triste destino è toccato a “La bussola d’oro”, primo capitolo della saga “Queste oscure materie” di Philip Pullman in occasione dell’uscita del film omonimo. Film, tra l'altro, molto discusso per l'esemplificazione che fa delle teorie di Pullman. Ma questa è un'altra storia.
Per non parlare de “Il profumo” di Patrick Suskind che mi capitò di voler regalare ad un amico proprio all’uscita del film. Può un libro uscito nel 1985 costare quasi € 18?

Io capisco la crisi dell’editoria, ma non è che la posso sanare io.
Già mi pare di aiutarla in maniera abbastanza “importante".
Almeno per il mio portafoglio.

Non dico che le case editrici non debbano trarre profitto dalle trasposizioni cinematografiche, ma potrebbero fare le edizioni extralusso con le copertine lucide da ricettari patinati per i lettori occasionali attirati dal battage pubblicitario e lasciare le edizioni economiche ai lettori abituali. Un po’ come ha fatto la BUR all’uscita di “Seta” di Alessandro Baricco.
Mi sembra una questione di rispetto, non trovate?

Ma in Italia forse i lettori sono troppo pochi, non contano nulla e le librerie sono spesso vuote (tranne a Natale). Per questo le librerie tradizionali lasciano il posto alle catene, che vendono anche dischi, cd, patatine e caffè. Una specie di Carrefour del libro, insomma.
Non che ci sia nulla di male, ma la poesia dove va a finire?
Sono forse una inguaribile romantica?
Una povera matta ossessionata dai libri?
Una sognatrice che cerca casa tra le pagine linde di un volume accatastato sopra a cento altri?

Forse, ma anche molto di più…



l'ha scritto phoebe1976 | 22:38 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, musica e cinema, caffetteria letteraria
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venerdì, dicembre 07, 2007  
Il ritorno della Jihad - part 1
Il ventunesimo secolo è l’epoca delle dipendenze più o meno dichiarate.
Va di moda avere una qualche dipendenza, tutti i VIP che contano ne hanno una.
C’è chi dipende da un certo tipo di droga o di pillola miracolosa, chi dal bere e nemmeno se ne rende conto, altri dal sesso.
O dalle scarpe.
Ebbene, faccio outing pubblicamente: anch’io sono dipendente da qualcosa.
Proprio come Kate Moss o la Britney Spears, anch’io ho una dipendenza.

Sono una book-addicted.
Una maniaca del libro.
Malata.
Dipendente.
Intransigente.
Insaziabile.
Ora poi che sto scoprendo tutte le potenzialità di Anobii, è pure peggio.

La stessa reazione che una donna normale ha in un negozio di scarpe, io ce l’ho in una libreria.
Impazzisco letteralmente.
Passo in rivista scaffali ed espositori, rovisto nei meandri più impervi, soppeso offerte ed edizioni diverse, spulcio opuscoli informativi, tempesto di domande i malcapitati commessi.
Posso passare in libreria anche tre ore senza nemmeno rendermene conto, divertendomi come un bambino alle giostre, ignara del mio accompagnatore che magari sta morendo nell’angolo.

Ho anche delle fisse assurde, come tutte le bravi menti criminali.
La più sconcertante per chi mi accompagna in libreria è senza dubbio quella riguardante l’ordine dei libri che io ritengo più comodo e che tutte le librerie del mondo dovrebbero adottare.
Alfabetico? No. Volgare!
Per generi? Ma proprio no. Banale!
Per colore della copertina???? Nemmeno!
Io le librerie le vorrei ordinate tutte per casa editrice.
Se una libreria non segue quest’ordine, mi si confonde il cervello, annebbia la vista e non riesco a comprare nulla. Bèh, proprio nulla nulla no… Qualcosina la compro lo stesso, che discorsi. Però senza soddisfazione, eh!

E sono in grado di spendere cifre folli, acquistando tonnellate di libri.
Anche perché, come tutti i bravi maniaci, io DEVO avere i libri in mio possesso, non posso certo accontentarmi di quelli di una biblioteca. Anche se in astratto mi piacerebbe e ne riconosco i fini ed i notevoli vantaggi sia economici che di spazio (casa mia è invasa in senso proprio tecnico dai libri), io non ci riesco.
Mi sembra troppo intimo.
Tant’è che raramente presto i miei libri, sottoponendo i malcapitati a tali indicibili torture psicologiche da fargli rimpiangere di non aver investito pochi euro nell’acquisto del volume del libro invece di chiederlo in prestito a me. Il MIO libro.

Le commesse delle librerie della mia città mi conoscono bene, ormai.
Appena entro nel negozio vedo i loro occhi accendersi di una luce sinistra e un sorrisetto accomodante spunta loro sul viso. Srotolano il tappeto rosso, vanno a  fare il caffé e si mettono gentilmente a mia completa disposizione.
Già, perché se è vero che io spendo in libri una fortuna, il rovescio della medaglia è che sono una rogna terrificante. Sono sempre in cerca di quel libro particolare, in quella edizione specifica, con quella determinata copertina.
Inoltre, pretendo dai commessi una laurea in tuttologia e praticamente onniscenti in materie letterarie ed affini. Cosa che, francamente, con quello che si guadagna vendendo libri sia fuori portata per il proprietario.
Infatti, il commesso medio della libreria in genere è una capra (con tutto rispetto per gli ovini, ovviamente) sottopagata e non un amante della lettura.
Ti guarda con gli occhi porcini  e reagisce ad una tua semplice domanda come se gli fosse stata rivolta in mandarino antico. Oppure inizia a sudare, si guarda intorno, annaspa, rotea gli occhi, gira la ruota e compra una vocale.
In parole povere, guarda nel computer.
Ho visto commesse della Feltrinelli simulare svenimenti di fronte all’insistenza delle mie domande uniteal mio piedino che batte insistentemente a terra ed al crack del loro server o a un bug del sistema.
Ma anche le commesse della Giunti si difendono.
Memorabile fu 5 anni fa, epoca in cui lo zio Chuck non era ancora diventato il fenomeno mediatico sputtanato a destra e manca che è ora, il mio tentativo di acquisto di un suo libro.

Phoebe:Scusa, dove trovo Palahniuk?
CommessadellaGiunti stizzita:Mi dispiace. Noi i cd non li teniamo, abbiamo solo libri!”
Phoebe:”Ma è uno scrittore…
C.d.G.: “Ah, sì? Mi ripete il nome?
Phoebe: “Palahaniuk
C.d.G. smanettando nervosamente sul pc:” Non esiste
Phoebe: “Ma come?
C.d.G.: “Vede? Non c'è. Non esiste... Ma come si scrive?”
Phoebe: “P-A-L-A-H-N-I-U-K
C.d.G.: ”Non esiste
Phoebe: “
C.d.G. scocciata: “Dove ha detto che va l’h?"
Phoebe: “M’arrendo! Mi dia Wilbur Smith!!!

Proprio per questo la mia libreria preferita è un posto piccolo, ben tenuto, fornito ed amato.

Non una di queste!!!!


l'ha scritto phoebe1976 | 00:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, normale amministrazione, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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domenica, novembre 11, 2007  
Leggende d'autunno
In un tempo che non esiste più, Trasimeno, figlio del re etrusco Tirreno era accampato con i suoi soldati vicino al lago.
Un giorno d’estate, passeggiando lungo le rive assorto nei suoi pensieri, fu catturato da un canto meraviglioso che proveniva dall’isola posta al centro del lago, nota come Isola Polvese.
Il principe, incuriosito da quel canto angelico, si recò sul luogo e scoprì che quel canto usciva dalla melodiosa voce di una stupenda ragazza, una ninfa, che viveva nelle acque del lago. Cantava e ballava sulla riva, con la veste bianca svolazzante ed i capelli sciolti sulle spalle che sembravano avere una vita propria.
Il giovane si innamorò così tanto di quella ninfa, di nome Agilla, che ogni giorno si recava sulle rive del lago per ascoltarla e guardarla. Solo dopo molti giorni trovo il coraggio di avvicinare l’eterea creatura del lago e di mostrarsia  lei come un umile essere umano.
Tra i due nacque un amore travolgente, una passione irrefrenabile.
Il re Tirreno, dopo mille reticenze, vedendo il grande amore che riempiva gli occhi del figlio, acconsentì alle nozze che vennero celebrate con tutti gli onori. Ma la felicità degli sposi durò solo un giorno, un brevissimo giorno d’estate.
Il mattino seguente, Trasimeno decise di fare il bagno nelle acque del lago. Agilla lo vide immergersi e restò a guardarlo dalla tenda sulla riva. Ma il giovane non tornò più a galla, non tornò più dalla sua Agilla, che era lì, in piedi, ad aspettarlo.
Il suo cadavere non venne mai recuperato, forse perché incagliato sul fondale, forse tributo di sangue richiesto dalle acque in cambio della sua ninfa.

Da quel giorno Agilla rimase ad attendere il suo amato, cercandolo continuamente.
Ed il lago prese il nome dello sfortunato erede del re Tirreno.
Agilla non si arrese alle lacrime. Finì i suoi giorni su una barca al centro del lago, da dove controllava tutte le imbarcazioni, alla ricerca inutile e disperata del volto del suo amore perduto.
I pescatori del Trasimeno rammendando le reti e fumando una sigaretta sul far della sera, ancora oggi amano raccontare la sua storia, aggiungendo che d’estate quando il vento soffia dalla Toscana, sia facile udire il pianto disperato della bellissima Agilla che chiama il suo amato.
E leggenda vuole che ogni tanto, sempre d’estate, si alzi un’onda improvvisa nel lago, che rischia di rovesciare le barche malcapitate che ci si imbattono.
E’ Agilla che pensa di aver riconosciuto Trasimeno in uno degli occupanti e cerca di raggiungerlo.
Sempre alla sua ricerca.
Anche oggi.
Nel 2007.

E’ solo una leggenda persa nel tempo, buona per dare il nome  ad innumerevoli campeggi e bar che dalle mie parti si chiamano tutti come la ninfa del lago innamorata del suo principe inghiottito per sempre dalle acque del lago.
Solo una vecchia leggenda etrusca, tramandata dal canto dei secoli.
E’ diventata buona solo ad intrattenere i turisti olandesi curiosi delle “pittoresche” leggende italiche. Io me la sono imparata anche in inglese, pronta ad intrattenere crucchi interessati alle usanze locali.

Ma mi piaceva raccontarla.
I pescatori, con al faccia resa rugosa dal vento e dal sole e le mani deformate dall’artrosi, con gli occhi lucidi ridotti a due fessure aggiungono che il pianto della ninfa lo può udire solamente chi ha amato davvero o chi ha sofferto per la perdita di una persona cara. 
Chi ha veramente sofferto, ma il cui cuore spezzato non si arrende al sordo dolore della perdita ma continua a sperare ed amare. Solo chi non si inaridisce nel dolore, ma coltiva la memoria con la speranza.
 
Nessuno crede più a questa leggenda, presto se la scorderanno anche i pescatori, umili cantori delle pene di Agilla e anziani portatori della memoria di un mondo che non esiste più.
Per l’onda improvvisa al centro del lago e per il vento lamentoso ci sono spiegazioni razionali.
Anche sulle origini del nome del Trasimeno vengono avanzate ipotesi meno fantasiose, come quella di un dono di nozze al figlio del re etrusco Tirreno, dal quale prese il lago prese il nome attuale.

Ma è bello immaginare Agilla, nella sua veste bianca svolazzante, seduta su una barca al centro del lago, in cima al pontile oppure sui bastioni del paese che porta il suo nome, mentre piange e chiama il suo amore perduto.
Che non risponderà.

Mai più.

 


l'ha scritto phoebe1976 | 23:57 | permalink | vita vissuta, quark, caffetteria letteraria
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martedì, ottobre 09, 2007  
Addicted to Harry Potter
Sono sempre stata contraria alla saga del maghetto inglese nato dalla penna di J. K. Rowling.
L’ho sempre sottovalutato, schernendo chi ne era appassionato, elevandomi sopra i suoi fan in un delirio megalitico.
Perché io, si sa, leggo ben altro.
Ma non di solo Houellebeq si vive (e per fortuna, oserei dire…).

Ebbene, signori e signore, mi sono appassionata ad Harry Potter.
Sì, ebbene sì.
Ho cambiato idea.
Possono farlo tutti, perché io no?

Ho iniziato a fine giugno, quasi per gioco, con il primo capitolo della serie spinta da un caro amico e da uno spasimante che s’è arreso troppo presto.
Ne sentivo parlare in modo troppo entusiasta, la curiosità mi cresceva dentro.
In fondo, mi sono detta, era un libro piccolo e all’apparenza innocuo.
Giusto giusto 293 pagine e qualche illustrazione.
Proviamo.

Poco ingombrante e tutt’altro che minaccioso, “Harry Potter e la pietra filosofale” l’ho triturato in due giorni.
Ed è stato l’inizio della fine.
L’inizio di una mania che mi ha portato a macinare in allegria pagine su pagine, stesa sotto il sole estivo o arrampicata su di una panchina in pausa pranzo.
Mi sono lasciata allegramente trascinare nel mondo parallelo dei maghi, nelle vicissitudini del ragazzino con la cicatrice a forma di saetta sulla fronte.

Proprio stasera, sette ottobre, ho appena finito “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, il quinto libro, composto di ben 803 pagine.

A parte il genere fantasy che può non piacere, l’abilità della Rowling sta nel dipingere con colori completamente realistici un mondo nuovo, inventato completamente eppure vicinissimo e pieno di sfumature.
Un mondo in cui i Babbani (cioè i non maghi) non si accorgono di tutto ciò che gli frulla intorno o sono vittime di incantesimi per modificare la memoria, in cui le scope volanti sono normali mezzi di locomozione e la Metropolvere si può andare da un camino all’altro in tutto il mondo.
Come non appassionarsi?

La saga di Harry Potter, com’è arcinoto, si articola in sette libri, l’ultimo dei quali verrà commercializzato in lingua italiana il 5 gennaio 2008 (c’è sempre la versione inglese, ma le diverse traduzioni di nomi di persona e di luogo potrebbero generare confusioni, io consiglio di aspettare…) e narra sette anni di vita del piccolo mago, una sorta di passaggio dall’infanzia alla vita adulta in cui dovrà imparare a lottare contro il male.
Lo schema è semplice, la storia piuttosto lineare; ogni libro si dipana come un piccolo giallo da risolvere in cui i cattivi non sono poi così terribili e viceversa.
Il tutto condito dalle invenzioni geniali della Bowling, come il complicatissimo gioco del Quidditch o le fantastiche caramelle Tuttigusti + 1.

E mentre il percorso pedagogico di Harry si dipana, impariamo ad amare anche gli altri personaggi della serie; lui cresce, diventa adolescente, la storia cambia e si trasforma in un percorso che lo farà diventare uomo.

Un appunto devo farlo alla casa editrice Salani: io capisco che con la saga di Harry Potter ci risanate il bilancio, che vende e vi permette di pubblicare anche autori “minori”… ma si può pagare un libro uscito nel 2003 ben € 24,00? Per essere chiari, quasi cinquantamila vecchie lire.
Non si può, non si può.
Per il sesto tomo della serie dovrò aspettare un po’, magari fare un giro negli ipermercati che in genere scontano i libri (ah, che isole felici!!!).

Insomma, mi sono appassionata.
Certo, non posso dire che i libri della Rowling mi abbiamo cambiato la vita o abbiano lasciato un segno. Non sono nemmeno paragonabili alle opere di Tolkien, ed “Il Signore degli anelli” è proprio un altro pianeta. Non sono una fan alla ricerca instancabile di news, immedesimata fino al midollo.
Ma è una lettura godibile, divertente ed appassionante.
Si può volere di più?

Divertente storia, certo.
Di cui, però, la sua autrice sta cercando di sbarazzarsi. Stanca dell’immedesimazione in una saga che ha reso lei e la sua famiglia multimiliardari per generazioni.?
Mi sono ricreduta su Harry ed il suo mondo, avevo giudicato senza infilarci dentro il naso.
E sbagliavo.

Ma su Dan Brown mica no…




l'ha scritto phoebe1976 | 00:41 | permalink | vita vissuta, sick sad world, caffetteria letteraria, tg phoebe
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venerdì, settembre 28, 2007  
Autumn song
L’estate è proprio finita.
Da un pezzo.
Certo, per fortuna ancora abbiamo qualche lampo che ne prolunga l’agonia, qualche giornata ariosa e splendente, ore assolate e calde.
Ma parliamoci chiaro: è finita.
Tra meno di  pochissimo dovremo fare il cambio dei vestiti nell’armadio, arrenderci
all’evidenza ed arrotolarci nei maglioni di lana.
Se ne riparla più o meno tra 280 giorni se siamo fortunati. E poi, diciam
ocelo: è una benedizione che sia finita!! A parte la morte naturale delle zanzare e degli elicotteri assortiti che popolano in quantità industriale il Trasimeno, ci sono mille motivi per gioire della fine dell’estate.

- E’ sparita l’afa ed il caldo opprimente, a vantaggio di un clima mite e allegro, di un’aria frizzantina, di tramonti anticipati dai colori romantici.

- Dal fondo polveroso dell’armadio riemerge il piumone. Ed è bello rimetterlo sul letto immaginando di rotolarcisi dentro con la persona giusta. Pensandoci meglio, è bello starci sotto anche da soli, coi piedi che si allungano tra le coperte croccanti.

- Ricominciano le mie serie preferite e si ha l’opportunità di scoprire nuove manie devastanti e modaiole, alimentate anche da generosi amici Fastweb-dotati. In genere, si riscopre il bello di stare a casa davanti alla tv, con la gatta accoccolata sul letto che fa le fusa soddisfatta e tronfia, poltrendo e  abusando del telecomando.

- I film che aspettavi trepidante e curiosa arrivano al cinema, e speriamo non siano delle fregature ambulanti e che i tuoi registi preferiti non abbiano sparato tutte le loro cartucce.

- Manca poco, poi ci si riunirà a mangiare castagne intorno al focolare bevendo novello, ridendo e scottandosi le mani con la buccia bruciacchiata. Poi Natale sarà dietro l’angolo, e quindi il carnevale coi suoi coriandoli. Da lì, in un attimo, Pasqua e l’odore della primavera nell'aria. E boom! Eccoci di nuovo.

- Più tempo per leggere. Leggere, leggere, leggere. Potrei anche finire tutti gli Harry Potter se continuo così.


-  Ascoltare il nuovo album di Ben, che non sarà all'altezza dei precedenti, forse è vero. Ma è molto meglio lo stesso di tanta robaccia che c'è in giro. Farsi accarezzare dalla sua voce di velluto stesa sul letto a sognare, mentre fuori il vento  spazza la superficie del lago.

- I colori dell’autunno sono bellissimi. Gli alberi intorno al lago si accendono di rosso e giallo, disegnando finti incendi sulle rive del Trasimeno. Tutto sembra più vivo, più caldo. Ma è solo una finta, solo il canto del cigno.

E poi...

Ehm.
Ehm, ehm.





Speriamo che l’estate torni presto…



l'ha scritto phoebe1976 | 21:11 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, tg phoebe
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martedì, settembre 11, 2007  
Che resta dell'11 settembre?
Oggi è l'11 settembre.
Una data che ha perso la sua connotazione temporale per diventare un sostantivo.
Un po' come il Natale, quasi una festa da santificare. Mostrando cordoglio e dolore, rimirando documentari a manetta scuotendo la testa e mostrando i pugni.

Dov'eri tu l'11 settembre 2001?

Inutile stare a raccontare fatti risaputi.
Inutile stare a sobillare sterili polemiche su quali morti, iracheni o americani, cristiani o musulmani, siano più degni di una commiserazione inutile. Qual è la morte più valida? Più giusta? Ma esiste una morte giusta?
Inutile rivangare se e ma, ormai è successo e anche se non tutto è stato fatto, è troppo tardi.
E tutto il rutilare di documentari, interviste, ricordi che ci propineranno oggi non aggiungerà nulla all'orrore di quel giorno, nè a quello dei giorni (ed ann
i) seguenti.

Ed è per questo che non voglio parlare dell'11 settembre 2001 oggi.
Oggi vi voglio parlare solo e soltanto della piccola Zubaida Hassan.
Zubaida viveva in un piccolo paesino nello sperduto e brullo Afghanistan,
in un villaggio che la guerra al terrore non ha ancora travolto,
lontana oltre l'immaginabile dalla "civilizzata" Kabul.
Zubaida aveva 9 anni, suo padre non era talebano, sua mamma non portava il burqua, viveva una vita povera coi suoi fratelli e sorelle.
Aveva nove anni e non sapeva nulla del mondo, della situazione politica del suo paese. Zubaida camminava danzando al suono della sua musica interiore, finché un giorno un incidente domestico non el provoca ustioni gravissime su tutto il corpo. Non muore, ma terribili cicatrici la imprigionano. Secondo la “cultura islamica” per la quale la vita di una donna vale nulla, i suoi familiari l’avrebbero dovuta abbandonare.
Ma suo padre se la carica in spalla, vende tutti i suoi averi e va a cercare aiuto di ospedale in ospedale. Lontano, sempre più lontano dal suo piccolo villaggio.
Finché incontra un soldato americano. E da qui parte una continua serie di eventi che porteranno fino agli USA ed alla guarigione della bimba. L’incontro di due culture, di due mondi. Un mondo, gli Usa, che le regaleranno autostima e libertà, la possibilità di studiare, di esprimersi, di avere una personalità. Tutte cose negatele dall'essere donna in Afghanistan. Ma per l'amore che la lega alla sua famiglia, lascerà tutto per tornare. L’amore che vince su tutto, anche sull’odio, sull’incomprensione, sulla prevaricazione, sulla guerra.
Sulla guerra che è sempre assurda.
Ma la storia di Zubaida, la sua catena di solidarietà, ci insegna che sia
mo tutti uomini. Afgani, americani, italiani, tutti. Ed anche se il libro che ne racconta la storia è leggermente demagogo e buonista, la sua è una storia vera.
Ed anche se le urla di terrore degli uomini e delle donne imprigionate nel World Trade Center in fiamme saranno scolpite nella nostra memoria per sempre, non possono diventare una scusa per continuare ad odiare e trincerrasi dietro a necessità di protezione fittizie. O quasi.

Chissà dove sarà ora Zubaida, chissà se sta bene, se ha continuato a studiare, se è felice.
Io lo sperò.

Perchè lei è come la speranza...






l'ha scritto phoebe1976 | 22:31 | permalink | vita vissuta, sick sad world, caffetteria letteraria, tg phoebe
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lunedì, agosto 20, 2007  
Summer vacation/2 - Varie ed eventuali
Le vacanze sono finite.
Tre settimane scappate in un soffio.
Fuggite velocemente come farfalle bianche che si rincorrono in un prato.
Ti giri un attimo, ti distrai, e puff!
Non ci sono più.
Tre settimane sulla carta sembrano lunghe.

Che si fa in tre settimane?
Una si sta beatamente fuori dall’Italia spaparanzate al sole con la fida compagna di mille avventure, ma poi?
Poi che si fa?
Si torna nella città semideserta. E quindi?
Tante, ma proprio tantissime cose.

- Tanto per iniziare, io abito in un bellissimo posto, affacciata sul Lago Trasimeno. Cavolo, olandesi e crucchi assortiti percorrono mille milioni di chilometri per passare le vacanze qui. E io ci abito. Quindi godersi il panorama, prendere il sole, sedersi al bar in riva al lago sorseggiando Bacardi Breezer gelato direttamente dalla bottiglia, guardare bellissimi fuochi d’artificio stesi sul ciglio di un ponte, ingozzarsi alle sagre e camminare in ciabatte infradito e pantaloncini corti scordandomi che vuol dire truccarsi.

- Erano dieci anni che non ci andavo. C’ero stata con la Proloco del mio paese come premio per aver servito pesce fritto e risotto alla sagra del paese, insieme ad una masnada di compaesani con un range di età compreso tra i 6 ed i 75 anni. Un delirio. Ed eccomi qui ora, a Mirabilandia. Un giorno intero dedicato a tornare bambini. In fila ordinata per salire sui giochi più pericolosi, con nello stomaco un misto tra terrore e desiderio di provare tutto quello che non si conosce: le torri, il Katun, il Pakal.
E poi pranzare da Mc Donald e andare sulle montagne russe senza soluzione di continuità. E poi di nuovo sulle torri, con lo stomaco che arriva in gola.
E solo alla fine della giornata, comprare un ghiacciolo alla menta e stendersi sul prato, osservando come la gente si terrorizza da sola con giochi inventati dall’uomo stesso, riflettendo sulla necessità spiccata dell’uomo moderno di cacciare fuori la propria rabbia urlando come ossessi.
Liberatorio, comunque, lo è.
Abbastanza, perlomeno.

- Ho letto. Ma tanto, tanto, tanto. Tanto che ho quasi perso il conto. In spiaggia, sul bordo della piscina, su una panchina. Tanto. Più del solito, almeno, e questo sta indicare già un numero che tende a più infinito.

- Mi sono lasciata convincere da una cara amica a sfilare con l’abito da sposa di mia madre. Lo so, lo so. Porta male.
Pazienza.
Ma io e la mia compagna d’avventure ci siamo lasciate convincere, spinte anche dalle nostre mamme che disperavano a) di vederci vestite mai da spose (ora possono almeno dirlo) in vita loro b) di togliere il loro abito da sposa dalla naftalina. Siamo arrivate lì e a parte uno sparuto gruppetto di nostre simili, c’erano una valanga di ragazzine simil-anoressiche emule di Kate Moss agguerrite e con la falcata da top model.
Terrore e voglia di uccidere chi mi ci aveva trascinato mi hanno invaso la mente.
Poi però è andata bene, le mamme si sono commosse, noi ci siamo divertite e non sono nemmeno inciampata.Di trovare uno straccio di sposo, però, manco l'idea.

- L’ultimo scampolo di ferie, poi, l’ho passato ospite della mia coppia di fidanzati preferita a Gabicce Mare, tra sole, relax, mangiate di pesce colossali e passeggiata per Viale Ceccarini. C’è stato anche il tempo per scoprire che a Riccione c’è un negozio strano che non credevo potesse essere aperto in Italia. Vedi te, magari c’è speranza…

- Ho incontrato vecchi amici che non vedevo da tanto, coccolandoli un po' e promettendo maggior frequenza. Si sa, la vita incasina e si finisce per sottovalutare le amicizie, dargli meno importanza, farsi prendere dal turbinio.

Ed ecco che le tre settimane sono volate via.
Agosto è volato via, e dalla finestra entra già un’arietta più fresca che spazza il lago.

L’estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va…


E si torna al lavoro, al tran tran, alle beghe in ufficio, alle file alla rotonda.
Allo smog, alle sere pigre, alla vita quotidiana.
Sognando le ferie, passate e future.
Mi dispiace anche di non esser riuscita a scrivere quanto e come avrei voluto, ma ho scoperto che avere mia madre che gironzola per casa domandandomi le cose più assurde (per poi non sentire la risposta) non aiuta l’ispirazione.


Confido nell'autunno...



l'ha scritto phoebe1976 | 23:50 | permalink | vita vissuta, sick sad world, caffetteria letteraria
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martedì, luglio 17, 2007  
Chi disprezza compra
L’ho sempre disprezzata, arricciando il naso ogni volta che me ne passava sotto lo sguardo una.
Ha il sapore della BigBabol ciancicata” dicevo disgustata.
Eppure, complice il logorio della vita moderna, i troppi impegni, il poco sonno e la pubblicità nemmeno troppo occulta che gli faceva una cara amica, l’ho provata una sera, salendo le scalette dell’acquedotto per andare a Umbria Jazz.
Il primo sorso non mi ha entusiasmato, e nemmeno il secondo.
Ma, dicevano, vedrai come ti sveglia!!! In fondo, non so se sia vero, ma ha caffeina da vendere, magari un po’ mi avrebbe tirato su.
Il sonno non mi è passato e non mi sono sentita poi così con le ali.
Ma per una strana alchimia, più ne bevevo e più mi piaceva. Ma che ci mettono dentro? Una specie di droga? Non lo so e non mi interessa più-
Ed ora eccomi, nel giro di 10 giorni sono passata da acerrima nemica a fan sfegatata della Red Bull.
In particolare, adoro la sua versione sugar free, reclamizzata e citata anche da Rosario Dawson in Grindhouse e di cui io ignoravo l’esistenza e la commercializzazione in Italia.

Effetti collaterali apparenti, nessuno.
A parte la voglia di berla, chiaramente.
Nessun effetto, a parte una leggere tachicardia mattutina se esagero nelle dosi, ovvio.
Ma basta regolarsi. No?

E questo a discapito di tutte le mail che incriminano questa bevanda come perfida e malefica. Sul web se ne fa un gran parlare, questo è certo.
Sotto accusa sarebbe il famigerato GLUCURONOLACTONE, presente in dosi massicce nella bevanda, spacciato da allarmisti e scienziati part-time come agente chimico altamente dannoso, una specie di droga allucinogena brevettata dalla Difesa degli USA per aiutare i soldati in Vietnam a resistere allo stress da guerra. Ma per Wikipedia, questo pericoloso agente chimico nient’altro sarebbe che un semplice carboidrato complesso naturalmente presente nell'organismo umano e presente in natura in alcuni comunissimi alimenti, come il grano ed il vino rosso.

Chi ha ragione?
Per ora, siccome mi piace, continuo a berla.
Con moderazione.
Farà più male dell’alcol?

Così come ho rivalutato la Red Bull, ho buttato giù dalla torre più alta altri preconcetti tanto che, tra l'incredulità generale, ho messo da parte la mia spocchia e mi sono buttata nella lettura del tanto celebrato Harry Potter e della sua saga.
Per scommessa, per curiosità.
Se piace un po' trasversalmente un perchè dovrà pur esserci.
Credo.

Ed il primo libro l’ho letto in due giorni nonostante non avessi nessuna aspettativa.
Ora sto divorando il secondo, ed il progetto è quello di esser pronta a leggere il settimo ed ultimo capitolo della saga pronto in stampa come regalo di Natale 2007.
Ci riuscirò?

Sembrano piccole cose, e lo sono chiaramente.
Ma forse sono sintomo di un piccolo cambiamento nel mio animo inquieto.
Sì, proprio io che ho sempre visto le cose o bianche o nere, senza la benché minima possibilità di sfumare la vita.
Ma in realtà comincio a pensare che cambiare idea, ricredersi sia una delle cose più belle che possano accadere.
Solo gli stolti rimangono fermi nelle proprie posizioni e non si evolvono.
Forse, a trentuno anni suonati, sto imparando l’arte di vivere e di essere diplomatici.

Ora, detto ciò, non pensiate che cambi idea su Federico Moccia…


l'ha scritto phoebe1976 | 00:26 | permalink | vita vissuta, sick sad world, caffetteria letteraria
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giovedì, maggio 24, 2007  
Incipit
Leggere non è un passatempo come un altro.
Non è come fare la maglia, o piantare un roseto. Massimo rispetto per tutti gli hobby, per carità, anche per l’uncinetto.
Mia madre è una campionessa del punto catenella avvitato all’indietro e carpiato in avanti.
Il punto è che leggere non è solo un modo per far passare le noiose code dal dottore o alle poste. Non è connesso nemmeno alla voglia di conoscenza o alla necessità di imparare qualcosa. Semplicemente leggere è una passione.
Leggere è la voglia di entrare in un mondo nuovo, aprire le finestre ad una vita che non è la nostra e sederci dentro comodamente. Vivere emozioni, storie e luoghi lontani.
Affogare in sentimenti che non ci appartengono, scovare posti, vivere vite.
Scordarsi per un attimo di essere Phoebe e diventare qualcuno diverso.
Simile o opposto.
Comunque diverso.
Leggere è guardare dentro uno specchio deformante: non siamo del tutto noi, ma non siamo nemmeno un’altra persona.
Un pezzettino di noi rimane, storpiato dalla foga della narrazione. Eppure è lì, presente, in uno scambio senza fine tra cui legge e chi mette le parole sulla carta.

Il mio amore per la lettura, nonché la feticistica passione per il possesso dei libri, mi hanno spinto a rispondere alla catena lanciatami dal duo di di CoffeePlease.

Cinque incipit di libri importanti, che hanno significato qualcosa. Non i più belli, non i più importanti. Solo cinque libri che hanno significato qualcosa.
Eccoli a voi.

Il teorema della mucca nuova - Laura Zigman
Se un anno fa qualcuno mi avesse domandato perché secondo me gli uomini mollano le donne e non si fanno più vivi, avrei risposto: Mucca Nuova. Mucca Nuova sta per Teoria della Mucca Nuova, che a sua volta sta per Teoria della Mucca Vecchia e della Mucca Nuova che, in sintesi, illustra un’amara, triste verità. Gli uomini mollano le donne e non si fanno più vivi perché a loro interessano solo le Mucche Nuove. La teoria non è farina del mio sacco, anche se io le ho dato un nome nuovo e l’ho perfezionata in base alle mie esigenze.

Survivor – Chuck Palahniuk
Uno, due, tre. Prova.
Uno, due, tre. Prova. Prova.
Forse quest’affare funziona. Non lo so. Neanche so se riuscite a sentirmi. Ma se ci riuscite, ascoltate. E se state ascoltando, bé, allora quello che avete trovato è la storia di tutto ciò che è andato storto. Questo è il cosiddetto registratore di volo del Volo 2039. la scatola nera, come si dice, anche se è arancione. Dentro c’è un nastro metallico, cioè la registrazione incancellabile di quello che resta. Quello che avete trovato è la storia di ciò che è successo.

Il piccolo principe – Antoine De Saint-Exupéry
Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato “Storie vissute della natura”, vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale. Eccovi la copia del disegno. C’era scritto: “I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla. Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede”. Meditai a lungo sulle avventure della jungla.

Fahrenheit 451 – Ray Bradbury
Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo tra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia.

Piattaforma – Michel Houellebecq
Mio padre è morto un anno fa. Io non credo alla teoria secondo cui si diventa veramente adulti solo alla morte dei genitori: veramente adulti non lo si diventa mai. Davanti alla sua bara ho avuto pensieri incresciosi. Si era goduto la vita, quel vecchio porco; se l’era spassata alla grande. “Ti sei riprodotto” gli dissi tra me e me con una certa foga, “hai ficcato il tuo grosso uccello nella fica di mia madre”. Diciamo pure che ero piuttosto teso: non capita tutti i giorni di avere un morto in famiglia. Il cadavere m’ero rifiutato di vederlo. Ho quarant’anni e di cadaveri ne ho già visti abbastanza; adesso preferisco evitare. Che poi è il motivo per cui non ho mai voluto animali domestici.

La mia selezione è sicuramente discutibile.
Manca molto di me, ma ce n’è anche abbastanza da far girare la testa.
Un gran calderone fatto di classici ed attualità, banalità e scelte azzardate.
Proprio come sono io.
Inoltre, come noterete cliccando sui link correlati, si tratta anche di libri dai prezzi abbordabilissimi. e al giorno d'oggi non è poco.

Passo la palla e la catena a tre lettori di un certo livello, anche se molto diversi da tra di loro: il creativo, dinamico e donnaiolo della Bassa (nonchè segretamente innamorato di me) Trip; il polemico, affabulatore e sfacciato Lucenellarete (anche se legge Dan Brown); l’affascinante Giuseppe, curioso ed alla ricerca di sé e degli altri.
Attenti a non interrompere la catena.
Chi la spezza non avrà certo sette anni di sfortuna, ma incapperà in un libro noiosissimo dopo l’altro fino alla fine del mondo e verranno torturati a suon di Susanna Tamaro e Federico Moccia.
Nei secoli dei secoli.
Amen.
E non tromberà per un anno, ovviamente.

Vedete un po’ voi…

 



l'ha scritto phoebe1976 | 01:07 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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lunedì, maggio 21, 2007  
Wannabe
Leggo.
Con voracità.
Qualsiasi cosa.
Così, nonostante la mia scarsa propensione per manuali di auto-aiuto, saggi pret-à-porter e libercoli miracolosi, mi sono fatta convincere da una mia amica a bermi tutta d’un fiato un’interessante pubblicazione di Giulio Cesare Giacobbe: “Come diventare bella, ricca e stronza”.
In fondo, capirete, 124 pagine non è che siano un monte insormontabile.
Così mi sono buttata, complice una giornata passata a costruire scampoli di abbronzatura estiva.
Anche perché la seconda di copertina lo definisce pomposamente come una sorta di “Principe” di Machiavelli (mica pizza e fichi) ad uso e consumo delle donne, capace di rivelare cosa gli uomini davvero vogliono e come tenersi il partito dei propri sogni.
Addirittura?
Cavolo!
Come perderselo?

Apro una parentesi: questo libro me l’hanno prestato e costa € 12,00. Visti i prezzi dei libri, credo che cambierò presto vizio e inizierò a sniffare.
Leggere costa troppo.
Davvero.
E non ci sono promozioni o sconti che tengano.
Ce l’avete il numero di uno spacciatore?

Ma torniamo a noi. Il libro parte bene, benissimo.
Di divide in tre parti, correttamente divise in come diventare:
- bella
– ricca
– stronza.

La più corposa ed interessante è la prima parte, molto divertente e sarcastica. Da essa emerge a chiare lettere la professione reale dello scrittore: lo psicologo.
Essere belle?
Si può, tutte possiamo esserlo.
Che problema c’è?
Basta che cominciamo finalmente a credere in noi stesse, superando gli stereotipi e le fisime che noi stesse in quanto genere femminile ci siamo imposte ed abbiamo reso celebri ed inarrivabili attraverso le riviste patinate e la moda.
Mmmm… ma a imporre questi modelli sono state le donne o gli stilisti gay?
Ok, non importa, non tergiversiamo.
Taglia zero? Macché, all’uomo non importa.
Sedere station wagon? Sciocche, all’uomo piace proprio così!
Complessate dal seno piccolo?


Vabbè, non è che a tutto ci sia un rimedio, non siamo in un film americano degli anni cinquanta… accontentatevi, donne!
Alla fine, insomma, ogni donna è bella se si crede bella, se sa riscoprire e rivalutare la propria sensualità sepolta viva dal femminismo sciocco fatto di reggiseno bruciati in piazza e di tentativi di omologarsi all’esser maschio.
Una omologazione verso il basso, sia chiaro.

Il luogo della bellezza, ci ricorda Giacobbe, non è il corpo bensì la mente.
La vera bellezza è questione di autoimmagine: se crediamo di essere belle, automaticamente lo siamo. Ora, è sicuramente vero e provato che la sicurezza rende belli, valorizza e amplifica anche dove c’è poco da stare allegri. Però, sia chiaro, non fa miracoli.
Anzi, nel caso della chiattona, ti rende un’icona.

Una volta che vi sentite sicure di voi, è il momento di tirare fuori la libido che c’è in voi.
Basta fare le educande, se vi volete tenere non un uomo qualsiasi, ma quello dei vostri sogni, dovete darvi da fare e diventare delle regine del Kamasutra. Ritrovare la seduttività delle donne di una volta, coperte di crinoline eppure arrapanti.
Mignotte, ma con candore.
Facile, no?

Poi però il libro si perde in una serie di luoghi comuni così tremendamente comuni da risultare insopportabili persino a me.
L’uomo? L’uomo è una creatura sempliciotta, intrappolata nella routine lavoro/sesso/cibo. Tutto il resto è noia.
Il tradimento? Normale, normalissimo, nonché completamente avulso alla sfera dell’affettività. In fondo, fisicamente parlando, l’uomo produce miliardi di spermatozoi  a botta, mentre una donna al massimo una coppia di ovuli al mese.
Capite come sia logico per un uomo volare di fiore in fiore… non solo logico, naturale!!!
Gli uomini vogliono solo una creaturina scema che li accondiscenda e gli faccia credere di essere meravigliosamente belli ed intelligenti.
Insomma, una donna meno neuroni ha, meglio è.
Ma è davvero così?

Il libro è ovviamente scritto in chiave ironica, anche perché non è scritto da una zitella con le ruote, bensì da un uomo. C’è incomunicabilità tra i sessi, è vero.
Confusione di ruoli.
Gli uomini sono davvero tutti tori al pascolo alla ricerca sempre di nuove mucche da montare e pronti a scappare una volta finito il tutto?
C’è solo questo?

Tuttavia, l’ironia tanto sbandierata per tutte le 124 pagine non basta a compensare l’inconcludenza e la ripetizione vana dei concetti. Per non parlare della banalità con cui vengono trattate paranoie umane e canoniche differenze uomo/donna.
Certamente riduttivo.

Non posso dire che sia un’opera geniale, e certamente non è assimilabile al buon vecchio Niccolò, ma può essere certamente da spunto per una riflessione.
Siamo tutti ossessionati dalla ricerca dell’altra metà della mela. Bramiamo una persona “perfetta” per noi e desideriamo esserlo noi stessi.
Perfetti.
Come la Barbie, come i protagonisti di Beautiful.
Come Brad Pitt ed Angelina Jolie.
Siamo ossessionati.

Dimenticando la bellezza vera.
E se questo libro, riscoprendo e ribadendo l’invenzione dell’acqua calda, può far riscoprire anche solo ad una donna (o ad un uomo, perché il complessato del nuovo millennio è proprio il sesso forte) la fiducia in sé stessa e la consapevolezza di esser bella anche con quel rotolino lì… ben venga!
C’è da precisare che con me non ha funzionato.
Ma, cari lettori voi lo sapete, io sono patologica.

Forse per qualcuno do voi c’è ancora speranza…

 



l'ha scritto phoebe1976 | 23:54 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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martedì, marzo 27, 2007  
Caos calmo
Ci sono libri che inizi a leggere così, per sfida.
Giusto perché, intorno a te c’è chi lo ha amato alla follia e chi non lo userebbe nemmeno come fermo per una porta che sbatte.

Insomma, tutti intorno a te ne parlano e tu non hai una idea tua.
Che altro si può fare se non leggerlo?
Tu, proprio tu, che di libri fai finta di capirne... non l'hai ancora letto?
Inevitabile.
Con timore, forse.

Con zero aspettative, a dire il vero.

Sicura e certa di trovare la solita boiata finto intellettuale che spesso si cela dietro un libro di un autore italiano cosiddetto giovane, ma già osannato dalla critica e benedetto dalle vendite.
E così che ho iniziato a leggere “Caos calmo” di Sandro Veronesi.

Ed è così che dentro c’ho trovato molto di più.