La stanza di Phoebe
mercoledì, maggio 07, 2008  
French Kiss
Io sono sbadata.
E anche un po' imbranata.
Anzi, sono terribilmente imbranata.
Capirete che il mio rapporto con tutte le estremità del mio corpo, sbatacchiate contro angoli acuti e spigoli appuntiti, non è che sia buonissimo.
Prendete per esempio le mie unghie. Le mie disastrose unghie.
Non le mangio, per carità: troppa fatica.
E' che mi si spezzano, si rompono, rimangono incastrate vattelapesca dove.
Una volta ne ho fracassata una sbattendola contro il volante. Veramente, ora che ci penso, più di una volta...
E poi faccio fitboxe.
Figurarsi.
E a fare la manicure mi scoccio, non sono capace. Va a finire sempre che mi taglio 2 cm di unghie e anche le dita se va male.
 
Accanto a me mia sorella, la mia nemesi.
 
Mia sorella ha iniziato a mangiarsi le unghie appena gli si sono formate nella pancia di nostra madre ed è andata avanti a divorarsi in modo vorace e famelico anche le dita fino all'età di 24 anni, anno in cui la sua estetista la iniziò alle meraviglie della ricostruzione delle unghie e della french manicure.

Se vivete fuori dal mondo in un eremo in cima ad un   monte e pensate che la french manicure sia una malattia della pelle, vi istruirò io a dovere illuminando la vostra vuota e poco glamour vita.

La french manicure è una tecnica per la cura delle unghie che mette in evidenza il contrasto tra la parte principale delle stesse e la punta usando lo smalto con due colori diversi (in genere bianco e trasparente, ma ce n'è per tutti i gusti soprattutto quelli trash). Non importa la lunghezza delle unghie e può essere fatta sia sulle proprie che applicando delle unghie finte dette tip. Il tutto ricoperto abbondantemente da una specie di gel che le indurisce fino a renderle simili a piccoli coltellini (se lunghe, ovviamente) e che impedisce a mia sorella di rosicchiarsele pena dolorose sedute di ricostruzione dal dentista.
Il gel indurisce le unghie fino a renderle praticamente indistruttibili.
sempre che non si scollino e ti saltino via.
Che impressione.

Logicamente, se si vogliono unghie tutte uguali della stessa identica lunghezza bisogna usare 'ste famose e benedette tip, perché tutte le unghie precise non ce l’ha nemmeno la regina delle nullafacenti a meno che non si pratichi iniezioni di calcio in vena.
Ora, il costo di questa operazione si aggira intorno agli 80/90 euro per la prima “installazione” e circa 70 euro al mese per il mantenimento ed eventuale sostituzione di pezzi.
Sì, sostituzione di pezzi. Proprio come per un frullatore o un robot.
Ah, sempre che l'estetista sia onesta.
Cosa rara, ahimè.

Si comincia così, per provare.
Per caso, per vedere come ti stanno addosso.
In fondo sono belle, come negarlo?
E poi diventa una malattia.
Donne giovani e meno giovani che passano la giornata a rimirarsi le unghie per notarne le minime imperfezioni.
Anatemi scagliati ad estetiste colpevoli di aver steso micron diversi di gel sull’anulare e sull’indice.
Brillanti, disegnini, pupazzetti ed applicazioni per decorare il tutto come se piovesse.
Ed unghie via via sempre più lunghe.
Una specie di ossessione.
Una vera escalation.

Io guardo queste giovani donne ed il mio cervellino si fa diverse domande.
Prima di tutto, come fanno queste donne a svolgere una vita normale senza sentirsi Edward Mani di Forbice? Come fanno a battere sulla tastiera senza scrivere asdfex
E le lenti a contatto? Come fanno a mettersi le lenti a contatto senza affettarsi a julienne una pupilla?
Per non parlare di pratiche più “intime” che non vedo come possano essere svolte con quelle innaturali appendici. a meno che tutto questo rischio non aggiunga una certa perversione ed eccetazione. in fondo, il mondo è bello perchè è vario.

Ma magari mi sbaglio.
Sono io che ho un pregiudizio, perché trovo illogico spendere dei soldi (e parecchi anche) per una cosa del genere.
Ma, in fondo, una ossessione è una ossessione e merita rispetto anche solo per questo.
Ognuno ha le sue, libri o unghie non credo possa fare molta differenza.
Purché mia sorella non si trasformi nel corso degli anni in una novella Lee Redmond.

Sia chiaro, io dalla D’Urso non ce l’accompagno manco morta…


l'ha scritto phoebe1976 | 22:21 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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domenica, aprile 27, 2008  
I'm like a bee
La mia famiglia comprende personaggi molto originali che da sempre animano la vita del mio paesello ai limiti estremi della provincia.
Ma ben più della zia ubriacona che balla sui tavoli della Proloco mentre tutti giocano a briscola e del cugino costruttore di astronavi, l'originale di famiglia è sempre stato il fratello minore di mio padre.

Minore di tre fratelli, introverso, particolare e "diverso" dai ragazzi di paese che scorrazzavano in bicicletta o in Vespa dietro le gonne delle ragazze.
Curioso, colto ed insofferente della vita di provincia, mio zio era un personaggio stravagante che da bambina mi incuteva timore ed una strana forma di reverenza che sconfinava nella paura.

Scoprii solo dopo la sua morte l’universo in cui si era trincerato. I dischi di Sinatra e Battisti, i libri di Proust, le poesie di Sciascia, i quadri di Chagall. Lo scoprii per caso, quando mia nonna mi spinse in quella che era stata la sua camera dicendo: “Prendi quello che vuoi di queste cianfrusaglie, io non voglio nulla. Quello che rimane qui lo brucio nell’orto. Almeno farà concime!

Era nato con una piccola malformazione ai genitali, mio zio, che col tempo era diventata invalidante. Niente di grave, una di quelle che oggi vengono risolte subito dopo la nascita con un piccolo intervento e poco dolore. Ma mia nonna, spaventata dalle chiacchiere di paese e arcigna come sempre, non aveva voluto nessun intervento. “Così magari diventerà prete” aveva sentenziato quasi con una picca d’orgoglio, incurante del dolore psicologico e fisico che avrebbe causato.
Altri tempi, altra cultura. Forse.

Alto ed asciutto, come se fosse stato creato apposta a contrasto di mio padre, avvolto in soprabiti scuri e sempre vestito di nero, a pensarci ora nella mia mente lo raffiguro come una specie di Piton snello e coi baffetti curati e lisci.
Aleggiava serioso in casa, lo sguardo cupo di chi si sente in gabbia e sempre controllato, ignorando la caciara di noi bambini e l’allegria stopposa della televisione.
Soffriva di paranoie, mio zio. Si sentiva minacciato, seguito, braccato.
Da chi non credo lo sapesse nemmeno lui.
Servizi segreti, UFO, mafia, folletti de boschi, la sua terribile madre.
Non credo nemmeno che sia importante.

Io, bambina con le trecce di sei anni, lo guardavo come si osservano gli insetti in una teca. Lo guardavo fisso sgranando gli occhini nocciola, con lo sguardo curioso con cui si osserva ipnotizzati i movimenti lenti ed oscuri di un ragno enorme nascosto dietro un vetro. Troppo spaventata per allungare una mano e toccarlo, ma allo stesso tempo attratta in maniera irresistibile.
Non so cosa provasse lui per me, unica nipote femmina.
Durante gli interminabili pranzi domenicali da mia nonna sentivo la sua curiosità calarmi addosso, come se volesse capire osservandomi cosa frullava nella mia testolina.
Non parlava mai.

Il suono della sua voce proprio non lo ricordo, né occasione di parlare con lui davvero mi fu mai data. Ero solo uno strano tesserino nano per lui, non importante in quanto situato al margine opposto della società. Margine in cui lui stesso si era confinato oppure in cui era nato senza scegliere.

Non mi parlò mai direttamente tranne un pomeriggio di maggio.
Il sole brillava caldo e l’aria sapeva d’estate.
Avevo ingoiato il pranzo domenicale di mia nonna in fretta, proprio come si fa con le medicine, ed ero scappata nei prati dietro casa. Avevo iniziato a girare su me stessa forte, sempre più forte, come se quel mondo frullato e scomposto potesse togliermi da dosso il senso di oppressione che quelle domeniche mi davano sempre. A forza di girare caddi senza fiato nell’erba a pancia in su e mi misi a studiare il volo di un’ape.
Di fiore in fiore.
Lenta e barcollante, ma efficace e sicura.
Bella, vero?” 
La voce baritonale di mio zio mi raggiunse da dietro immobilizzandomi.
Si stese nell’erba accanto a me e la sua vicinanza mi lanciò addosso un imbarazzo che ancora ricordo.
Guarda,” continuò incurante della mia paralisi “la vedi quell’ape che ronza?
Annuii con troppa convenzione, ma lui sembrò non accorgersene, gli occhi fissi sul piccolo insetto “Secondo le leggi della fisica non potrebbe nemmeno volare, è troppo tozza.
Strappò un fiore dal campo  e si alzò in piedi. La sua ombra mi cadde addosso, mentre un’altra ape si posava sul “suo” fiore.
Però lei mica s’arrende, sai? Non solo vola, ma fa anche il miele. E lo sai perché?
Feci segno di no scuotendo la testa, scioccata dalla sua attenzione e dal modo con cui mi si rivolgeva. “Perché ha volontà e con quella può far tutto. E’ tignosa, testona e lotta tutti i giorni
Ecco” disse inginocchiandosi davanti a me e mettendo la sua faccia affilata all’altezza della mia “tu sei come l’ape. Puoi fare tutto quello che vuoi e tutti quelli che dicono il contrario si sbagliano. E tu glielo dimostrerai.
Mi porse il fiore e io lo presi.
Poi mi accarezzò la testa e si alzò.
Uscì dal prato girando intorno alla casa e non lo rividi mai più.

La vita, i sogni, i desideri e la frustrazione lo portarono lontano dal lago e per molti anni lo immaginai pirata dei Carabi, supereroe mascherato o arruolato nella legione straniera.
Finché un giorno di dicembre una telefonata mi fece capire che le cose non erano esattamente andate così.
Lo avevano trovato morto all’altro capo del mondo, mani e piedi legati ed una canna di pistola infilata in bocca. Era morto da solo, così com'era vissuto.
Lo archiviarono come suicidio e mio padre fece finta di crederci.
Come tutta la famiglia del resto.

Non so ancora cosa lui abbia visto in me in quell’ultima domenica di maggio che passò a casa, ma nei momenti di sconforto mi piace ripensare alle sue parole. Mi paice pensare di essere come quella piccola e caparbia ape e che un giorno realizzerò tutti i miei sogni.

Con la tigna, ovviamente...


l'ha scritto phoebe1976 | 21:10 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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giovedì, aprile 17, 2008  
Sexy Toys

Io e mia sorella minore non usciamo quasi mai insieme.
Anzi, proprio MAI.
Non per mancanza di tempo, o per antipatia.
E' che proprio lei ha un modo di vivere opposto al mio, s'è fidanzata a 14 anni ed è la classica ragazza di provincia chiusa in un microcosmo tutto suo e per la quale il mondo esterno è rappresentato dalle pagine di DipiùTV.
Proprio non abbiamo dialogo.

Ma la mia nipotina compie sette anni e ci voleva un regalo degno di questo avvenimento mondano.
Perciò me la sono trascinata dietro con grande entusiasmo nel meganegozio di giocattoli più cool ed affollato del centroitalia.
Io rimango subito frastornata dalla miriade di luci, lucine, colori, canzonette e giocattoli che invadono ogni centimetro quadrato del negozio. Mia sorella, da par suo, tira dritta alla meta come la più consumata delle casalinghe in cerca dei guanti per lavare i piatti al supermercato sotto casa.
Il posto è gremito di gente e soprattutto di bambini urlanti.
Cominciamo bene.
 
Reparto bambole.
Un putiferio di bambine urlanti si litigano i laccetti per capelli delle Winx.
Li voglio anch'io.
Ora vado nel mucchio e li prendo.
In fondo sono più grossa, non dovrei avere difficoltà.

Lilla: “Phoebe non ti distrarre!!! Siamo qui per il regalo, ricordi?”
Phoebe (dicendo addio ai laccetti delle Winx): ”Ehm… sì…”
Lilla: "Allora, vediamo un po’. Mia ha detto A. (ndr. mia cugina, la madre della bimba) che vuole una Bratz Fashion"
Phoebe: "Uh??"
Lilla: "Ufff, ma sì... una di queste!"
E mi schiaffa in mano una Barbie vestita da puttanone che manco Priscilla la regina del deserto alla festa del panino con la porchetta si veste così.
Phoebe (secca): "No, mi rifiuto"
Lilla: "Ma come sarebbe a dire? Dai, che costa pure poco... E poi così ci sbrighiamo che c'ho da fare"
Phoebe: "A parte che € 19,00 per questo incentivo alla prostituzione mi sembrano troppi, ma poi... ti pare un regalo??? Per una bambina??"
Lilla: "..."
Phoebe: “Ma dai, sembra Barbie-zoccola!!”
Lilla: “…”
Phoebe: "Ma non sarebbe meglio un libro? Magari di favole!"
Lilla: "Perchè vuoi che tua nipote ci odi? Perchè? Vuole quella per il suo compleanno o no?"
Phoebe: "Ma che vuol dire??? La vogliamo far omologare? Dimmi!!! La vogliamo far diventare una di quelle ragazzine che a 13 anni se ne vanno mezze nude e truccatissime al centro commerciale a farsi guardare l'accenno di tette da ventenni arrapati e sbavanti? E l'innocenza? E la fantasia?  Eh? EH????"
Lilla: "Non starai esagerando? E' solo una bambola..."
Phoebe: " E poi, tutta sta fissa per la moda a sette anni... mica si può! Una bambina perde di vista i veri valori della vita! Ma i genitori dove sono, dove?????"
Lilla: "..."
Phoebe (alzando il tono della voce): "Guarda, guarda che bocca che c'ha sta bambola!!! No, dico, sembra fatta apposta per alludere a un pompino. No, dico, guarda!"
Lilla (guardandosi intorno): "Shhhhh!!! Non urlare! Siamo in un negozio di giocattoli, ma sei matta!?"
Phoebe: "Eh, vabbè... ma non si può... ma non possiamo regalarle una cosa tipo il piccolo chimico (mi sbraccio indicando un espositore un paio di metri più in là) o simile? Almeno mi vien su intelligente, versatile..."
Lilla: "Scusa eh, ma te la chimica non l'hai sempre odiata? Non era il tuo unico 5 fisso alle superiori?"
Phoebe: "Vedi? E' perchè non mi hanno mai regalato un piccolo chimico!!!"
Lilla: "..."
Phoebe (oramai senza freni): "E poi guarda come è costruita fisicamente questa qui! Gambe chilometriche, sedere tondo, vitino inverosimile e tette enormi. E gli occhini enormi!Un modello di donna improponibile!!! Se fosse vera sarebbe idrocefala come minimo… La deve aver progettata un perverito!!!
Lilla:(scuotendo la testa) "..."
Phoebe:"Di sicuro la farà diventare anoressica! Il mito della secca, ecco cos’è!"
Lilla (saccente): "Già... esattamente come ha fatto la Barbie con noi!"
Phoebe (guardandosi):"..."
Lilla (beffarda): "..."
Phoebe (guardandosi le chiappe): "..."
Lilla (con sorrisetto soddisfatto):" E quindi?" 
Phoebe: "Prendiamo anche il vestitino fucsia e nero da palo n. 4?"
Lilla (facendo spallucce): "Perchè no?"

Agguantiamo l'orrido feticcio pre adolescenziale ed i suoi (costosissimi) accessori, mentre il mio afflato da Signorina Rottermeier trova la pace nel fondo della mia anima.
 
E ci avviamo pacificamente alle casse...



l'ha scritto phoebe1976 | 16:18 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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giovedì, marzo 27, 2008  
I matti voglion l'aria
Da qualche mese ho iniziato a soffrire di fastidiosissimi mal di testa, prima occasionali, poi con cadenza settimanale ed infine senza nessun preavviso almeno due volte la settimana.
Sarà il freddo, mi dicevo, oppure la vecchiaia.
O qualche iattura.
Mentre tamponavo la situazione sciogliendo bustine di Oki in mezzo bicchiere d’acqua, ho sentito intorno a me le teorie più fantasiose.
E’ la cervicale.
No, è il nervo trigemino.
Macchè è tutta colpa del plantare, o al limite del dentista.
Ma prendi la pillola? No? Allora sono gli ormoni.
Io dico che è il global warming.
No, è colpa di Berlusconi.

Fattostà che sotto Natale la mia dottoressa ha ritenuto opportuno spedirmi a fare una visita neurologica presso l’ospedale della mia città.
Mi danno l’appuntamento tra 60 giorni.
Mentre prego di non avere un tumore al cervello a progressione esponenziale, mi sono chiesta come faccia il Dr. House a fare gli accertamenti in venti minuti. Maledetta fiction televisiva.

Finalmente arriva il giorno tanto agognato e mi reco nel nuovissimo polo ospedaliero della mia città.
Dopo lavori non inferiori a quelli necessari per la costruzione del tunnel sotto la Manica, nella mia città è stato inaugurato quest’enorme complesso ospedaliero fantascientifico ed ultramoderno (costato stramiliardi, ma questa è un’altra storia) in cui, sono certa, mi daranno risposte a tutte le domande.
Mi rendo subito conto che dove parcheggiare così lontano da rientrare in un cap diverso da quello dell’ospedale. Nella nebbia. Il parcheggio è sterminato e senza indicazioni di suddivisioni: temo che non rivedrò mai più la mia macchina.

Entro all’ospedale e mi dirigo al banco informazioni che mi rifila una serie di direttive così complicata che mi viene il mal di testa in automatico.
Mi ci vorrebbe il Tom Tom, ma alla fine non mi perdo nel dedalo di viuzze e corridoi (vabbè, son finita nelle cucine, ma questa è un’altra storia) e arrivo a destinazione.
La mia destinazione è uno stretto corridoio azzurro tempestato di porte blu. Tutto blu. Sarà per caso un colore che distende o il frutto di un architetto suonato? Su ogni porta c’è un nome o una indicazione. Guardo la mia prescrizione: il vuoto, c’è indicato solo genericamente “visita neurologica”.
Ok, mi armo di pazienza e chiedo.
Passa una infermiera: “Mi scusi, ho appuntamento per una visita neurologica. Dove devo andare?”
Risposta seccata: “Chieda nel box infermiere, che vuole ne sappia?
Ricordando a me stessa quanto sia dura la vita delle infermiere, mi dirigo al box e non la mando affanculo.
Almeno non subito: il box è vuoto.
Turpiloquio libero.

Nella successiva mezz’ora mi sbraccio con passanti, infermieri, dottorini in erba e portantini: niente, nessuno sa nulla.
Finché dall’ascensore appare lui, bello come il sole nel suo sventolante camice bianco, emulo del miglior George, avvolto dall’aura della professionalità.
Lui, è sicuramente lui!!!
Gli corro incontro come il viandante davanti ad un’oasi.
Gli allungo la prescrizione speranzosa, la legge e mi informa che no, non è lui il mio medico, ma può indicarmi la porta giusta.
Che è in fondo a destra, come il bagno nei ristoranti.
Abbandono il mio salvatore con malcelato dispiacere e busso.
Mi apre uno pseudo medico alto come me e dall’aria accidiosa.
Dottore:”AH!! Lei è la signorina Phoebe?” mi chiede con voce spiccia e dall’accento inconfondibilmente calabro.
Phoebe: “Ehm, sì
Dottore: “E’ in ritardo di mezz’ora!!! Lo sa che questo è un ospedale pubblico e che gli appuntamenti sono presi ravvicinati? E’ essenziale la puntualità!
Phoebe: “Ma, io veramente…
Dottore: “Le donne!”
Phoebe: “…”
Dottore: “Ok, si sieda e mi dica
Riassumo per sommi capi le caratteristiche e le frequenze del mio mal di testa, mentre lui scribacchia in medichese chissà che cosa su di me. Chiacchiero, chiacchiero, finché lui ad un certo punto si alza in piedi, mi viene davanti ed inizia con una serie di giochetti. Segua il dito, chiuda gli occhi, si tocchi la punta del naso, in piedi su una gamba (coi tacchi???), ecc ecc.
Pensavo che ad un certo punto tirasse fuori le macchie di Rorschach e invece no.
Ed è stato un peccato, perché è una vita che sogno di fare quel test e rispondere sempre “farfalla” alla domanda “Cosa ci vede qui?”. E invece nulla.
Il dottore invece tira fuori un sottilissimo ago ed inizia a punzecchiarmi ovunque.
Se mi lascia segni lo scortico vivo.
L’utilissima visita si conclude con la prescrizione di una risonanza magnetica ( e vi ricordo che soffro di claustrofobia) e di un eco-doppler vattelapesca dove, di cui il servizio sanitario nazionale mi farà gentile omaggio (o quasi) tra circa 5 mesi. Potrei essere impazzita dal mal di testa.
Ma, colpo di scena... il mal di testa è passato!!! Non si ripresenta da circa un mese, almeno non in forma acuta ed ho deciso di rimandare la tanto odiata risonanza.
Merito del dottorino?
Della primavera che attutisce la cervicale?
Aiuto divino?

Io non ne ho la certezza, ma il merito credo che sia del pilates che non ho abbandonato grazie alla insaziabile tigna che mi divora ed al quale nel frattempo mi sono appassionata.

Sono arrivata anche e toccarmi le punte dei piedi.
Son grosse svolte.
Dico davvero.

Ehi, la smettete di ridere!?


l'ha scritto phoebe1976 | 23:01 | permalink | vita vissuta, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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venerdì, marzo 21, 2008  
Dell'elogio della mediocrità
L'Italia di problemi ne ha tanti.
Chi sono io per negarlo?
E' sotto gli occhi di tutti.
E' afflitta da tanti mali che ne impediscono lo sviluppo e la prosperità, sia economica che culturale: la mafia, l'ignoranza, Berlusconi, l'arroganza, il Vaticano, un apparato statale che funziona come la balena di Pinocchio.
Se ne parla sempre, in maniera più o meno obiettiva, e dappertutto.
Senza trovare soluzioni logiche, però.
Problemi troppo grandi, forse.

Logiche troppo complesse e distanti, magari.

E allora torniamo alla vita di tutti i giorni, per capire se questi "grandi mali" se ne stiano annidiati pure lì oppure no.
Taciturni e vigili, come gli occhi gialli di un gatto appostato al buio.
 
Quello che emerge dalla quotidianità, spietato e cinico, è l'elogio della mediocrità che è intorno a noi.
 
Sei intelligente, capace, propositivo, rispettoso, creativo e pieno di idee? Se non conosci nessuno è assai difficile che tu faccia carriera, ma anzi verrai etichettato come "rompiballe" in meno di dieci minuti d'orologio.
Troppo smanioso, controcorrente, fastidioso come le zanzare d'estate. E io di zanzare, vivendo sul Trasimeno, me ne intendo. 
Credetemi.
 
Sei un leccaculo senza arte nè parte, ma bravissimo nell'arte di allungare la lingua e muoverla a colpetti rotatori senza tapparti il naso? Tranquillo, un posto per te ci sarà sempre, specie se sei esperto nel maneggiare la cattiveria e il cinismo.
E se lavori in un ufficio pubblico, senza nemmeno accorgertene se farai un numero sufficientemente alto di parole crociate la tua scrivania lieviterà magicamente ai piani alti. Ma tranquillo, pure se lavori in una azienda privata, se stai zitto e dici sempre di sì, accumulerai tanti piccoli privilegi e coccole buoniste. Se poi spii e denigri i colleghi ad ogni occasione possibile, ancor di più. Se sei donna e ti vesti come una delle Pussycat Dolls sventolandola sotto il naso del capo, anche meglio.
Ogni cosa che farai sarà lodata e stra-lodata perché, in fondo, l'hai fatta e non importa né come né quando.
 
Tu, abile ed intelligente, ti devi adattare.
O diventi come loro o continui a fare le tue cose per bene nell'ombra, senza però sognarti mai di ricevere un benché minimo apprezzamento. Anzi, a lagnarsi passi pure per Calimero perciò se non ti senti in grado di effettuare la "giusta" trasformazione puoi solo startene zitto e buono aspettando il giorno di paga.
E zitto se i colleghi lavorano la metà di te, se allo squillare della campanella fuggono come cavalli selvatici lasciandoti con una pila di pratiche tristi e desolate che il tuo senso del dovere ti impedisce di abbandonare a loro stesse o ti scaricano sulla scrivania tutto quello che non gli va di fare chiedendoti "per favore" con un sorriso più falso di una moneta da tre euro.
Amico mio caro, c’è poco da fare: il tonto sei tuo.
Il potere della ruffianeria e della piccineria, un'arte di cui sei sfornito, vincerà sempre.
Ed è anche abbastanza tipico di quest’Italia arruffona e del tiriamo-a-campare, dove anche a scuola se sei bravo sei sfigato e secchione a prescindere.
 
Sembra paradossale.
Sembra una giustificazione per qualcosa che non riesce, per una insoddisfazione personale.
Per inettitudine.
Ma non è così.
O almeno non lo è sempre.
 
Mio padre mi recita sempre il balzello "Le persone intelligenti danno fastidio, perchè mettono in difficoltà le stupide". Sarà vero? Sarà che è più facile avere a disposizione dipendenti e/o sottoposti non tanto svegli per non dovercisi confrontare tutti i giorni?
E' davvero solo una questione di chi-ce-l'ha-più-lungo?
 
E quindi?
Che si fa?
Ci si arrende davvero al destino cinico e baro?
Si diventa come Dilbert?
Oppure si scende a compromessi e ci si adegua al comune pensiero?
 
Oppure si gioca il jolly.
L'idea dell'apertura del bar sulla spiaggia in Costarica non mi sembra malaccio.
No, non una fuga.
Proprio un volare verso altri lidi fottendosene di chi è ottuso come le mucche quando ruminano, un cambio di vita radicale.
 
E che vita...



l'ha scritto phoebe1976 | 20:58 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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mercoledì, marzo 12, 2008  
Differenziamoci
Io sono facile agli entusiasmi.
Mi appassiono alle cose e mi faccio prendere la mano.
Così, in men che non si dica, da semplice attività o curiosità, diventa presto una mania.
Incontrollata.
Ed incontrollabile.
Sicuramente non facile da gestire per i miei familiari ed amici.

Ecco, stavolta mi sono appassionata ferocemente alla raccolta differenziata.
Non so come mai finora avessi deliberatamente ignorato l’argomento: pigrizia, disinteresse, noncuranza.
Poi due settimane fa mia madre è tornata a casa dall’ennesima lezione di yoga con questa idea brillante per migliorare il paese, il mondo e un po’ anche l’universo.
La vogliamo fare?
Considerando che il Umbria la raccolta differenziata è effettuata da meno del 35% degli abitanti, ho calcolato che era proprio arrivato il momento di darsi una svegliata.

Ho iniziato titubante, ignara dei meccanismi che dividono i rifiuti in macrocategorie:
- organico
- carta
- plastica
- vetro
- alluminio

Per esempio, il tetrapak dove va?
E’ plastica o carta?
Dopo attente ricerche mi hanno fatto notare che la scritta “CA” impressa sui contenitori (che vanno sciacquati prima di essere messi a riciclare) li annoverano di diritto tra la carta in seguito ad una convenzione internazionale.
Ma questo non potevo saperlo.
E le buste della corrispondenza?
Ovviamente nella carta, ma la finestra di plastica sul retro va tolta ed accatastata tra la plastica.
Stesso discorso per le etichette sulle bottiglie di plastica: vanno staccate e buttate tra la carta.
Tutto fa brodo.
E le bottiglie del bagnoschiuma e dei prodotti per capelli? Possono essere riciclati anche quelli? No, perché da quello che sapevo non tutti i polimeri della plastica sono riciclabili allo stesso modo. Io già non so cos’è un polimero, come faccio a distinguerli? Il mio unico 5 alle superiori era in chimica, mi servirebbe un Bignami.
Sto anche meditando di coinvolgere mio padre, ex ragioniere con velleità pseudo-agricole, nella creazione e nell’uso del compost in un angolo  apposito del giardino. Sì, vabbè, puzza un po’. Forse pure più di un po’.
Ma volete mettere la soddisfazione?

Ah, poi c’è tutto quello che non si ricicla, ahimè.

Esagerata?
Può darsi.
Ma ad essere sincera mi esalta l’idea del recupero di materiali che sembrano destinati al macero ed all’inutilità. L’idea che possano essere lavorati con un dispendio di energia  minimo e riportati a nuova vita mi affascina quasi come il tema della reincarnazione.
Che poi per me la trasformazione di lattine, cartoni, bottigliette di plastica e affini in qualcosa di completamente diverso è un mistero gaudioso proprio come le lacrime della Madonnina di Civitavecchia, quindi non chiedetemi dettagli  tecnici per carità.

Però forse fare qualcosa per questo nostro pianeta allo sfascio si può.
Magari è una goccia nel mare, ma costa così poco che è uno sforzo affrontabile con scioltezza e un piccolo impegno da parte di tutti.
Che il pianeta è nostro, dei nostri figli e lo dobbiamo trattare bene, ecc ecc. Lo abbiamo capito tutti questo, no? Eppure non funziona. Il Italia siamo fanalino di coda, la pecora nera del riciclo (e di un sacco di altre cose, ma stendiamo un velo pietoso).
Però vi informo che nel mio comune se fai la raccolta differenziata (nel resto d’Italia non so) e porti tutto alla Ricicleria ti danno una tesserina magnetica come quella del supermercato su cui raccogli punti. Alla fine dell’anno questi punti spazzatura non ti permettono di avere piatti, pentole e pressione o tovagliette di fiandra, ma uno sconto sulla TARSU.
Il ché, di questi tempi…

Certo, ora che c’ho la fissa del riciclo e guardo con soddisfazione i bidoni della plastica e della carta nel mio garage riempirsi con lo stesso occhio del padrone che vede ingrassare l’asino, fossi in voi starei attenta.

Ho grossi progetti.
Come iniziare a riciclare la carta in ufficio.
O utilizzare il riscaldamento solo quando strettamente necessario.
Sto meditando di abbandonare il latte detergente come struccante per eliminare la produzione di dischetti anti-ecologici non riciclabili, a favore di una più etica schiuma struccante.
Magari potrei mettere dei pannelli solari sul tetto.
E un piccolo apparecchio eolico in giardino per produrre energia elettrica homemade.




Fermatemi…





l'ha scritto phoebe1976 | 21:00 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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domenica, marzo 09, 2008  
Il lago
Tempo fa, feci un famoso ordine su BOL.
Il maledetto, arrivato con ritardi e peripezie varie, non conteneva solo l’ultimo Harry Potter, ma anche latri svariati libri di cui io sono una temibile divoratrice.
Nel pacco c’erano anche due libri di uno scrittore delle mie parti, Marco Rufini, che aveva attirato la mia curiosità anche su consiglio della proprietaria della mia libreria di riferimento. Proprio lei ad ottobre mi aveva invitato alla presentazione di “Afa”, ultimo libro di Rufini.
Incuriosita dalla vicinanza geografica e fissata con le parole palindrome sarei voluta andare, ma per una serie di coincidenze e circostanze assortite non andai.
E l’idea di leggere qualcosa di suo rimase sospesa nell’aria fino all’arrivo del pacco.
Insieme ad “Afa”, incuriosita dal titolo ed attratta da uno sconto sostanzioso, presi anche “Il lago” del tutto ignara di quello che avrei trovato.

Sabato l’ho iniziato, per scherzo.

Ed ho scoperto che parla del MIO paese.
No, non dico per dire.
Parla proprio del MIO paese.
Usanze, modi di dire, espressioni, luoghi, linguaggio. Anche i cognomi sono tipici.
Devo dire che fa una certa impressione.
Parecchia.

La storia si presenta come un thriller e si apre con il ritrovamento nel 1949 di un cadavere mezzo decomposto sulle rive del lago Trasimeno.
Pochi mesi prima erano scomparsi due uomini. Uno era Gaspare, un pescatore dal carattere schivo e cupo, tornato dalla guerra d’Africa con l’animo carico di segreti e rancori. L’altro uomo scomparso è il suocero di Gaspare, Ivo. Parte l’indagine e il racconto, tra flash-back, lettere e testimonianze, verso un finale sorprendente.
Mentre il lago se ne sta lì, placido ed immoto. Ma anche custode di segreti inenarrabili, muto spettatore e amaro confidente.
Ma la storia è solo una scusa.
Quello che mi colpisce è l’affresco della “gente del lago” che ne esce fuori. Schiva, solitaria, onesta e dura come la tramontana che spacca le rive d’inverno. La ritrosia alla chiacchiera, ma il cuore aperto e sincero di chi è schietto per natura.
La faccia scolpita dalle intemperie, le mani callose ed il cuore vivo.
L’amore per il lago, per questa troscia, come la chiamano in maniera dispregiativa i “perugini” che mal capiscono l’affetto sconsiderato che vive nel cuore della maggior parte di quelli che, su quelle rive, ci sono nate.
Un lago avaro, che si allarga e si stringe a seconda delle stagioni.
Un lago bellissimo, che riempie il cuore e dona serenità a chi lo sa guardare.
E’ stato bello ritrovare lo stesso amore tra le pagine di un altro.

Arrivata in fondo al libro, ho scoperto tra i ringraziamenti anziani concittadini ed uno zio alla lontana che non c’è più, dante.
Quand’ero piccola sua moglie aveva l’edicola del paese e lui l’aiutava con poca convinzione. Ero piccola, ma avevo imparato in fretta che a chiamarlo zio ci guadagnavo uno o due pacchetti di figurine.
Aveva fatto la guerra d’Africa, lui, e lo raccontava a noi bambini con l’enfasi che solo il dolore ed il ricordo sanno dare agli avvenimenti scavati nella roccia della memoria. Ed ogni volta non mancava mai di aggiungere un particolare truce, un tocco di mistero nella descrizione del deserto e delle sue insidie, un ricordo raccapricciante di sangue versato per la patria. Che la patria si fotta, aggiungeva alla fine.
Il suo racconto preferito era quello della sua diserzione e fuga con alcuni commilitoni su una barchetta traballante, verso le coste italiane. Il sole, il caldo, la sete. La morte di uno di loro. E gli altri che, per disperazione, se lo mangiano.
Avevo otto anni, e mio zio Dante da quel giorno lo guardai in maniera diversa. Un po’ schifata, ma anche ammirata perché alla fine lui al suo lago c’era tornato.

Eccolo qui il mio paese, stampato sulle pagine di un libro.
Il mio paese all’epoca dei miei nonni, ma non poi così diverso da oggi.
Il mio paese in un libro.

Chissà se un giorno ne scriverò uno anche io…



l'ha scritto phoebe1976 | 23:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, famiglia phoebe
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lunedì, marzo 03, 2008  
Se a Madonna la conserva così, voglio provare anch'io

Ho 32 anni.
Classe 1976.
Una giovanetta, per molti aspetti.
Ancora una bambina, per altri.
Una cariatide se si parla di mal di schiena a problematiche posturali.
Ma, di questo, ne avevamo già parlato diffusamente.

La novità è che la scorsa settimana, nonostante plantari e compagnia cantante, sono finita messa al tappeto da un mal di schiena ad altezza lombare che mi ha fatto sentire più o meno agile come la mia prozia novantaseienne.

Con mio grande scorno, quindi, mi sono dovuta piegare alle insistenze di mia madre, appassionata d di yoga e medicina alternativa, e del mio istruttore di fiducia: mi sono addentrata nel mondo del pilates.

Proviamo, ho pensato.
Ad Hollywood impazza e tutte le bonazze che contano lo professano come una religione.
Magari funziona.
E poi non si suda nemmeno.
E lo fa anche Madonna.
 
Ora, non so se si è capito fin qui ma io sono un tipo abbastanza competitivo.
Non solo mi piace vincere, ma sono sempre la saputella della situazione, quella che a lezione di step coreografato o aerobica si piazza in prima fila sculettando.
Capirete che andare a fare pilates non riuscendo nemmeno a toccarsi le punte dei piedi a gambe tese mi ha messo addosso una certa agitazione. 
Ma di necessità, virtù: sono andata.
Tanto, mi dicevo, mica sarà pesante.
Posso farcela.
Mi alleno da una vita.
Io.

Io, io, io un paio di stivali.
Non ho mai sofferto così in vita mia.
Non pensavo che si potesse faticare tanto senza nemmeno sudare.
E' contro natura.
Allunga, stira, respira e tieni la posizione.
Contrai gli addominali, tira in dentro l’ombelico, muscoli pelvici in tensione e rilassa le spalle.
Poi l’insegnante è un vero nazista.
Tieni le gambe tese!  TESEEEE!!!
Ok, ok, ho capito… ma se non mi ci stanno???
Allunga, allunga.
Magari cresco di qualche centimetro.
Il tutto con il sottofondo di musica new age molto rilassante, che mi urta il sistema nervoso.

La mattina dopo la prima lezione, il risveglio è stato altamente traumatico. Non solo ero tutta indolenzita, ma la schiena urlava vendetta ed anche gli organi interni sembravano ribellarsi a tutto sto allungamento coatto.
Come se non bastasse avere tutti i muscoli a pezzettini, ho dovuto sopportare anche lo sguardo canzonatorio di mia madre.

Phoebe: “Che hai da guardare così?”
MammadiPhoebe (sorridendo sarcastica): “No, niente…”
Phoebe: “Mpf…”
MammadiPhoebe: “No, è che ti sbatti tanto sullo step, fai fitboxe… E poi…”
Phoebe: “E poi che?”
MammadiPhoebe (sghignazzando malefica): “E poi io che c’ho 57 anni sono più allenata di te!”
Phoebe: “…”
MammadiPhoebe: “Ricordati che io sto in piedi sulla testa”
Phoebe: “…”
MammadiPhoebe (ghignando): “Dovresti venire a yoga con me: meditazione, esercizio fisico, vita naturale…”
Phoebe: “Vado a fumare una sigaretta”
MammadiPhoebe: "Ma tu non fumi!??”
Phoebe: “Da oggi sì.”

Comunque domani ho la quarta lezione.
Se sopravvivo ed arrivo a quest’estate, avrò certamente un fisico favoloso.
Addominali a prova di bomba.
Sedere che sfida la forza di gravità.
Cellulite in vacanza alle Canarie.

Sennò io al signor Pilates lo denuncio per maltrattamenti…



l'ha scritto phoebe1976 | 09:11 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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martedì, febbraio 26, 2008  
Growing paints
Una volta la maggiore età si raggiungeva a 21 anni.
Oggi, grazie alla riforma del 1975, per essere maggiorenni basta compiere 18 anni.
Maggiorenni, cioè dotati della capacità di agire. Che consiste, per i non dotati di studi giuridici, nella idoneità di un soggetto a porre in essere atti giuridicamente validi.
Un passo importante, quindi.
Una soglia da varcare che ha molti significati e sfumature: assunzione delle proprie responsabilità, capacità di prendere decisioni, possibilità infinite. E soprattutto la patente. Ecco, diciamo che in una scala da uno a cento, la patente a 18 anni vale 101.

Poi vai all’Università, e pensi che la laurea ti regalerà una vita meravigliosa e ti dischiuderà le porte della vita “vera”.
Studi, ingoi rospi, immagini. Ma vivi anche di feste, alcol, flirt, giorni passati ciondolando in biblioteca e spettegolando sull’assistente di commerciale.
Sì, proprio quello carino.
I giorni sono lunghi, i problemi dilatati e sciolti in una adolescenza prolungata che sembra senza fine.

Poi la laurea arriva e, se sei fortunato (o sfortunato, dipende), inizi a lavorare.
Questo, pensi, ti regalerà la maturità.
Ma non è così.
Un lavoro insoddisfacente da 1000 euro al mese, gli amici di sempre, la dieta che non funziona, i sogni, le serate, l’amore che non arriva.
Ti svegli a trent’anni e, spesso, vivi come un ventenne.
Ma allora, quando si cresce?
Siamo condannati all’adolescenza eterna?
Ed anche fosse così, questo è proprio un male?

Beninteso, non intendo qui condannare il maschio tipico italiano, il Peter Pan che si rifiuta di crescere e di fare qualcosa di diverso che guardare sotto la gonna di Campanellino. E dire che ne avrei ben donde.
Parlo di una sensazione diversa, quella di sentirsi sempre col paracadute.
E questo non perché non si metta su famiglia, non si paghino le bollette o non si viva pienamente la propria vita.

Parlo di una presa di coscienza diversa, di quando all’improvviso si squarcia il velo e si vedono le cose per come sono.
Si vedono le prime rughe intorno agli occhi, quelle che nessuna crema all’acido di chissà quale pianta riesce ad estirpare perché sono TUE.
Si vedono i propri genitori per come sono: fragili, invecchiati, a volte anche sopraffatti da un mondo che iniziano a non riuscire più a godersi al 100%.
Vedi tu padre, lo vedi lì accanto al termosifone che guarda Frizzi.
La bocca tesa, la schiena un po’ curva.
La tua roccia, la tua salvezza, l’antagonista di tante battaglie.
Provato dall’accaduto, triste per non aver saputo difendere in maniera adeguata la propria famiglia, come a trasgredire un codice non scritto. Lo vedi lì e non puoi fare altro che abbracciarlo, dirgli che gli vuoi bene, cercare di infondergli un po’ del tuo calore.
Diventare da protetta a protettrice.
Vedere gli occhi di tua mamma ancora innamorati di lui, e pensare che in fondo è tutto ciò che vorresti diventare da grande.
Occhi belli, grandi e nocciola come i tuoi, ma impotenti.
Come impotente sei tu, senza più la certezza che tutto andrà bene, che ti rimboccheranno le coperte se ne avrai bisogno stampandoti un bacio sulla fronte.
Come una nave che lascia il porto, ora è tempo di migrare, cambiare, evolvere.

Diventare donna davvero…



l'ha scritto phoebe1976 | 00:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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lunedì, febbraio 25, 2008  
Cooking Phoebe Reloaded
Oramai l’avete capito, mi sto dilettando in cucina.
Un po' per diletto, un po' per necessità ad essere sinceri.
Secondo mia madre, per avere e tenersi un uomo alla mia età pare sia necessario anche questo e quindi proviamo.
Magari mi nasce dentro una grande passione che non sapevo di avere.
Magari divento una cuoca eccezionale.
Il nuovo Vissani, magari.
Yes, we can!
Ok, la smetto...

Inoltre, visto il successo della prima volta, mi sembrava carino fare un bis ed ho deciso di ritentare con un classico (ma che non stanca mai) della cucina umbra, che certamente non potrà non rendere felici tutti i buongustai: la torta al testo.

Celeberrima e anelata dagli umbri in terra straniera, è un piatto unico gustoso che va bene per tutte le stagioni ed anche facile da preparare. Insomma, se lo so fare io…

Ingredienti:
- 1 kg di farina
- 8 cucchiai d’olio
- un uovo
- 1 hg di parmigiano
- 1 bustina di lievito per torte salate da 1 kg
- sale qb
- latte

Disporre la farina a fontana sulla spianatoia e versare il lievito, l'olio, il sale, il parmigiano e l’uovo poco alla volta nel centro. Impastare energicamente gli ingredienti, ammorbidendo se necessario l’impasto con acqua o latte secondo i gusti.
Nel frattempo mettere il testo a scaldare sulle braci (come vorrebbe la ricetta antica) o sulla cucina a gas. Esistono infatti comodi testi in ghisa che possono risolvere la vita a chi il camino non ce l’ha o non ha voglia di usarlo).
Stendere la torta con il mattarello, non troppo sottile (circa un centimetro) e posizionarla nel testo caldissimo, bucandone la superficie con i rebbi di una forchetta. Rigirare la torta di tanto in tanto, facendo cuocere entrambi i lati.
A cottura ultimata, tagliarla a pezzi e farcirla come più vi aggrada.
Il classico della cucina umbra prevederebbe il prosciutto crudo o salsiccia e erba (ndr. verdura cotta varia, secondo gusti e stagioni: spinaci, rape, ecc), ma sono previste massima libertà e fantasia, alcune pure ispirate alla cucina fusion più estrema: melanzane grigliate e speck, prosciutto cotto e salsa tartufata, rucola e stracchino, salame piccante, nutria arrosto, porchetta, ecc ecc.
Tutte buonissime e tutte da provare.
Anche se la nutria, io, la digerisco male.

Come mai vi allieto con questa ricetta proprio stasera?
Perché oggi per la prima volta da brava massaia l’ho fatta tutta da sola in modo abbastanza agevole.
E le mie amiche, accorse alla mia magione per la classica serata Amici (sul cui trash, buonismo ed elogio alla mediocrità preferirei non parlare) se la sono spazzolata in allegria e buonumore.
Scusate tanto se è poco.

Son soddisfazioni…

PS. Lo so, trovare fuori dall'Umbria un testo in ghisa per la cucina a gas non è facile, ma se volete tentare questa ricetta e desiderate acquistarne uno, scrivetemi una mail che ci organizziamo!!


l'ha scritto phoebe1976 | 01:14 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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giovedì, gennaio 17, 2008  
Burglary
Brutti bastardi.
Brutti schifosi luridi mostri striscianti.
Rifiuti umani della società.
Esseri subumani.

Siete venuti in casa mia, l’avete messa a soqquadro, spaccato porte, divelto infissi, smurato una finestra, buttato tutto per aria.
Avete rovistato dappertutto, buttato per aria cassetti, toccato le nostre cose, spostando mobili alla ricerca febbrile della cassaforte.
E l’avete trovata, sì, eccome!
Nonostante fosse in un  posto quasi impossibile l’avete trovata e tagliata con il frullino elettrico che avevate con voi.
Sì, vi siete pure attaccati alla nostra energia elettrica per farlo!!!
Tanto era pomeriggio inoltrato ed i vicini avranno sicuramente pensato che mio padre si dedicasse a piccoli lavoretti di manutenzione… che altro poteva essere?

Albanesi, rumeni, marocchini, terroni o umbri, non so chi voi siate, ma siete dei mostri. Non meritate di stare al mondo, di respirare l’aria delle persone per bene.
Delle persone che vivono e lavorano rispettando le leggi e rispettandosi (più o meno) a vicenda.

E’ vero, vivo in una bella casa, con un giardino grande.
Ma i miei genitori hanno lottato per tirarla su, si sono sposati con un mucchio di cambiali e un cestino di sogni. Non siamo ricchi, siamo una famiglia come tante che lotta tutti i giorni.
Che volete da noi? Perché noi?
Ci avete pedinato, osservato, studiato per settimane o forse per mesi. Abitudini, tempi, tutto studiato. E’ bastato che  a casa non ci fosse nessuno per nemmeno un’ora per fare tutto questo.
Avete aspettato che mio padre uscisse e vi siete appropriati di un pezzetto della nostra vita.
Di oggetti che erano nostri, donati con amore.
Ricevuti con altrettanto amore.

E per fortuna non c’era nessuno, perché se solo aveste torto un capello ai miei genitori, a mia sorella o a uno dei miei animali ve l’avrei fatta pagare cara. Vi avrei cercato dappertutto. E vi avrei trovato.
Lo giuro.
Brutti bastardi.
Stronzi.

Vi odio.

Vi odio per aver rubato l’anello di fidanzamento di mia madre, un rubino pegno d’amore di quasi quaranta anni fa.
Vi odio perché avete portato via il solitario di mia sorella, pegno d’amore di oggi e di domani.
Vi odio per aver portato via i gioielli di mia nonna, l’ultimo ricordo di lei che ci restava. Comprati nel corso della vita, risparmiando, conservando, amando come solo lei sapeva fare.

Non vi vergognate? Non avete uno straccio d’anima?
Cosa vi abbia ridotto così, senza morale e senza anima, non so e non mi importa.
Non posso perdonarvi, non posso.
Brutti bastardi schifosi.

Vi odio perché avete tolto a me e alla mia famiglia la tranquillità di vivere sicuri nella nostra casa, perché ci sentiamo violati e stuprati.
Vi odio perché non è giusta questa sensazione che ho addosso, il freddo che mi è sceso nelle ossa, la paura che provo guardando alla finestra il giardino buio.
Vi odio perché non riesco più a dormire, perché mi sento svuotata ed atterrata. Terrorizzata dalla violenza con cui avete trattato la mia casa e con cui avreste potuto trattare noi. E non è un film.
Vi odio e non c’è giustificazione al vostro modo di vivere. Non c’è fame, disperazione, dipendenza o emergenza che sia che possa giustificare quello che fate.
Non posso perdonarvi, non posso.

Vi odio, vorrei vedervi morti.
Di una morte lenta e dolorosa, lentissima.

Non mitiga certo quello che avete fatto l’aver perso per strada gli orecchini che mia nonna mi aveva regalato. Trovarli abbandonati mi ha fatto venire le lacrime agli occhi e ha solo aumentato la certezza che lei mi guardi da lassù.
Ma questo non vi riguarda, brutti schifosi.

Perché i ricordi non potete rubarceli.
L’amore e l’affetto delle persone care che sono corse a preoccuparsi per noi non potete portarlo via.
Per voi sono cose che non valgono niente, perché non potete passarle al vostro lurido ricettatore. Non hanno un valore monetario, non sono fisiche.
Ma per noi valgono più delle cose materiali.

E sono nostre per sempre…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:19 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, tg phoebe, famiglia phoebe
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lunedì, gennaio 14, 2008  
Tales of the unexpected
A trentadue anni cominci a credere di sapere un po’ tutto.
Pensi di aver visto più o meno tutte le cose più strane e pazze, pensi che nulla ti sorprenderà con la forza dirompente di un sasso che spacca il vetro di una finestra in un assolato pomeriggio di primavera.
Sei convinto che le persone non possano più sorprenderti affatto, di sapere esattamente come reagiranno ad ogni piccolo o grande scossone della vita.
Sei convinto di sapere come gira il mondo.
Ne sei convinto, arrogantemente convinto.

E proprio quando ne sei certo, quando non credi che le persone che ami o che hai intorno ti sorprenderanno mai, quando pensi di sapere tutto e di leggerlo nella faccia della gente come in un libro stampato, allora la vita ti fa vedere i suoi denti bianchi, digrignandoli e soffiando come un gatto a cui hai pestato la coda, saltandoti alla gola.
Piccolo arrogante presuntuoso tesserino.
E non è che sia sempre un male.
O che faccia male.
Anzi.

Fai la cosa che ti fa più paura, la affronti a viso aperto con la faccia dell’incoscienza e scopri che il diavolo non è mai brutto come lo si dipinge e che bastava lo stesso coraggio che serve per salire sulle montagne russe.
E niente di più.
Solo una piccola dose di follia.
E la consapevolezza piena di fare la cosa giusta.
Averlo saputo, l'avresti fatto prima.
Ma ogni cosa ha i suoi tempi, dicono.

Riscopri che le persone che hai intorno ti amano, si fidano del tuo giudizio e sono più aperte di quello che tu potessi mai anche solo immaginare.
Credere che il mondo possa anche girare dalla parte che dici tu.
Che non sia un posto del tutto sbagliato.

Succede così che chi non senti da tempo si riaffaccia alla tua vita per comunicarti una decisione fondamentale per la sua esistenza, facendoti sentire importante anche se i sentimenti che vi legavano sono morti e sepolti, rivelando una sensibilità nei tuoi confronti che ti lascia interdetta.
Stupita.
Ma sa di buono, di vero.
Di leggero rimpianto per quello che non è stato.
E la fine della telefonata ti ha lasciato un sorriso, una fede rinnovata nell’essere umano.
Forse, e dico forse non tutte le persone sono cattive.
O sceme.
O entrambe le cose.

Pensavi che non sarebbe mai successo, pensavi di sapere tutto.
Credevi che fasciarsi la testa prima di averla battuta fosse l’univa way of life possibile per l’essere umano.
Ma sbagliavi.
Pensavi fosse tutto difficile, ma forse non lo è.
Forse basta credere. E se non basta, crederci un po’ più forte.

E la vita può sorridere…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:40 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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venerdì, dicembre 28, 2007  
Il pozzo dei desideri
Mio nonno aveva un pozzo nell’orto, uno di quelli antichi costruiti in muratura.
Era coperto da un piatto di metallo alto tre dita e sovrastato da un pergolato di viti che in tarda estate traboccava d’uva.

Da piccola mi piaceva bighellonare al limitare del pozzo, immaginando troll che ne uscivano fuori con le loro facce rugose e butterate e una mazza chiodata in mano. 
Venivano a cercare me, è ovvio, ignara principessa di un mondo fatato allevata per sbaglio tra gli umani.
Oh, ma avrei lottato, gliel'avrei fatta vedere io a quegli stupidi troll testoni!

Chiaro che la mia fantasia era già vivida in maniera imbarazzante a sei anni, tanto che ero considerata una bimba buona e riflessiva, taciturna persino.
La verità era più semplice: vivevo in un mondo mio, raccontandomi favole, immaginando storie e sognando folletti e fate. Un mondo magico, diverso, da sogno.

Solo mio nonno sapeva capirmi ed assecondarmi a suo modo, raccontandomi favole altrettanto strampalate prelevate direttamente dalla cultura contadina.
La sua cultura.
Con qualche ritocco, certo.

Vedendomi appoggiata al limitare del muretto del pozzo con le gambe penzoloni, in un pomeriggio d’autunno si sedette sotto il pergolato a pochi passi da me. Tirò fuori un coltellino ed una mela e cominciando a sbucciarla iniziò a raccontare.
Vedi” mi disse “questo è un pozzo magico, non è mica come tutti gli altri. Questo, cara mia, è un pozzo dei desideri”
Immediatamente destò la mia curiosità di bambina, e con gli occhi nocciola sgranati lasciai la mia scomoda postazione, da cui peraltro non riuscivo a vedere nemmeno un troll, per accomodarmi accanto a lui.
Dopo un sapiente silenzio, riprese: “Lì dentro ci vive un folletto avido, ma molto potente. Può fare tutto esaudire ogni desiderio, ma solo se chi lo esprime è una persona buona e diligente. E soprattutto se si lava sempre i denti
Io i denti me li lavo sempre!!” gli risposi mettendo in mostra la mia dentatura che, per la verità, aveva qualche dente assente momentaneamente.
Mmmm… sempre?
Bèh… quasi!
Brava” disse prendendomi sulle ginocchia “Perché il folletto esaudisca i tuoi desideri, devi buttare una monetina nel pozzo girata di spalle e con gli occhi chiusi. Ma devi pensare intensamente al tuo desiderio, lo devi vedere nella tua testa. Sei capace di farlo?
Annuii con forza, ma subito un pensiero prese il sopravvento: “Ma io non ho monete!!
Mio nonno sorrise e dalla tasca tirò fuori una monetina che a me parve bellissima, con un delfino inciso su.
Tutta tronfia, sotto lo sguardo sorridente di mio nonno, mi girai di spalle al pozzo, chiusi gli occhi, mi concentrai e lancia la monetina dritta in mano al folletto.
Quale fosse il mio desiderio non lo ricordo, ma siamo alla fine dell’anno e forse è il caso di formularne di diversi.
Vorrei, vorrei…
1) che tutto ciò per cui ho lottato nel 2007 si concretizzi, e che il mio amore cresca sereno e rigoglioso.
2) trovare la forza di finire la mia opera prima, di farla leggere e magari…
3) la serenità e la salute per tutti quelli che amo e che mi amano
3) che non accada mai più una tragedia come l’assassinio di Benazir Bhutto, che la libertà e l'autodeterminazione dei popoli trionfino e la pace regni sovrana.

E voi?
Cosa chiedete al folletto del pozzo dei desideri?
Mica avrete paura dei troll?
Quante monetine vorreste buttare?
E quali, visto il valore calante dell’euro?

Esprimete i vostri desideri ad occhi chiusi, mi raccomando.
Concentratevi… e via!
Abbiate il coraggio di esprimere i vostri desideri e di lottare per realizzarli… anche con l’aiuto del folletto, certo!

…e buona fine, miglior principio!


l'ha scritto phoebe1976 | 21:20 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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domenica, novembre 25, 2007  
Cooking Phoebe
Leggenda vuole che io non sappia cucinare nemmeno un uovo al tegamino, che sappia fare giusto un panino al prosciutto o poco più.
La mia incapacità di cucinare si adatta  alla perfezione con l'immagine di single svagata, pasticciona e sognatrice che la gente spesso si fa di me.
All'onor del vero, a volte c'hanno anche ragione. ma come ho già dimostrato, c'è molto di più.

Certo è che non cucino molto spesso, almeno non ora come ora.
Quando frequentavo l'Università, l'intera economia domestica della mia casa gravitava intrno a me.
Ma ora...

Presa dal vortice degli impegni, nella mia lista delle priorità e dei miei interessi, non la cucina come piacere non compare ad un livello molto alto.
Diciamo che per me mangiare è un bisogno non un piacere, e quindi non ho il gusto di spadellare a destra e sinistra per ora e creare nuove pietanze accostando odori e sapori in avveniristiche creazioni.

Ciò non vuol dire che non sappia provvedere alla mia sussistenza e sopravvivenza minima, né che non sia in grado di provvedere alla quotidianità.

Certo, non so nulla di nouvelle cusine e non sono in grado di cucina un fagiano in bellavista né una ratatouille da campioni. Sopravvivo, questo sì.
E’ che, nonostante il mio chef di riferimento che tanta ispirazione è in grado di fornire alle masse, mi manca la fantasia, la creatività in cucina.

Sotto una guida posso fare tutto, da sola solo i classici.

Ma c’è una cosa che mi riesce particolarmente bene, una ricetta facile, tutto sommato dietetica e che fa impazzire i miei amici nonché tutti quelli che l’hanno assaggiata almeno una volta: si tratta della mia famosa torta al cocco e cioccolato.
Non è che sia proprio mia... in casa mia ce l'ha portata mia madre, che a sua volta ha rubato la ricetta a non so quale compagna del corso di yoga.
Ma non è questo il punto.

Mi riesce bene e stop, quindi è MIA.
Non c'è cena, ricorrenza o riunione di amici in cui non mi si chieda: "Porti la torta?". E, immancabilmente, non ne avanza nemmeno una fettina per il giorno dopo.
La ricetta è facile, così facile che pure un single senza grandi abilità o un bambino di 10 anni (che poi più o meno è lo stesso) possono metterla in pratica con agilità.
In fondo, se ci riesco io…

Pronti? Si inizia!
Ecco gli ingredienti:
- uno di yogurt magro (possibilmente yogurt bianco Muller. Sì, lo so, è pubblicità, ma con il Muller viene più buona. Se non vi sta bene, fate come vi pare, ma io vi ho avvertito!)
- un barattolino (utilizzando quello dello yogurt di cui sopra) di zucchero
- tre barattolini di farina
- mezzo barattolino di olio di semi
- un barattolino di farina di cocco
- una bustina di lievito per dolci
- tre uova
- cioccolato a piacere tagliato a pezzetti piccoli
Mescolare tutti gli ingredienti fino a raggiungere una consistenza cremosa, mettere il composto in una teglia bassa unta con burro e infornare a 160° per circa mezzora.
Una volta raffreddata, cospargere di zucchero a velo.

E buon appetito!!


l'ha scritto phoebe1976 | 23:56 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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domenica, settembre 16, 2007  
Outing
Ognuno ha i suoi sordidi segreti.
Piccoli, ignobili, oscuri, scabrosi e terribilmente confidenziali minuscoli nei nella vita di una persona rispettabile ed in gamba.
Ognuno ha i suoi.
Qualcosa di non presentabile, che non si vuole mostrare ai conoscenti, ma solo agli amici più cari.
Una piccola macchia che ci rende diversi da come appariamo in superficie.
Una specie di sfaccettura irregolare.

C’è chi ascolta di nascosto Gigi D’Alessio e finge di adorare i primi dischi degli U2 per darsi un tono dotto.
Chi non perde una puntata di “Un posto al sole”, ma lo denigra in pubblico etichettandolo come “robaccia di terza categoria”.
Omaccioni palestrati che nel tempo libero colpivano petunie.
Intellettuali occhialuti e spocchiosi che adorano i film di Meg Ryan.

Io, nel mio piccolo, uno scabroso segreto ce l’ho: io ricamo.
Sì, lo so che non mi calza a pennello, ma è così.
O meglio, sono capace di ricamare e sono (ero) anche bravina, anche se da un po’ non lo faccio più.
Per mancanza di tempo, ovviamente.
E perché, a dire il vero, mettermi a fare il corredo alla mia età mi sembra ridicolo. 
Sì, bèh, ecco.
Ricamo.
Anche se non fa molto single ribelle o donna emancipata.
Puzza di milleottocento e rotti.
Di trine e vecchi merletti.
Non è che sia un vanto nel 2007, non è che incontri uno e gli dici “Sai, io ricamo”.
Non è che sia molto trendy.
Non è che faccia molto "Sex & The City" a meno che una non si senta Charlotte.

E’ successo così.
Sono sempre stata una bambina irrequieta anche se molto buona.
Mi annoiavo spesso e tre mesi di vacanze estive sono lunghe da gestire.
Così, a dieci anni, mi hanno mandato insieme a mia cugina dalle suore. Tutte le mattine d’estate, dal lunedì al venerdì, dalle nove a mezzogiorno, le suore che gestivano d’inverno l’asilo privato della mia città davano lezioni di ricamo a cui accorrevano ragazzine dai 9 ai 17 anni.
Per me era uno sballo.
Ero fuori dal controllo parentale per mezza giornata, in mezzo a femmine più grandi di me che parlavano di ragazzi ed avevo pure il permesso di tornare a piedi da sola a casa di mia nonna con mia cugina Tamara di 14 anni che era all’epoca una ragazza molto popolare.
Se ero fortunata, il giovedì che c’era il mercato potevamo anche incontrare qualche ragazzo più grande che si sarebbe fermato a parlare con mia cugina e le sue amiche.
Insomma, mi divertivo ed imparavo.
Anche se nel mentre dell’insegnamento spesso le suore ci leggevano le vite delle sante e non è che fosse molto divertente, a meno che non si spettegolasse a bassa voce nel mentre.
Prima i punti base, come quello a catenella, quello palestrina o erba, fino all’intaglio ed al gigliuccio, passando per il punto pieno e quello piatto.

Oddio, a ben pensarci sono passati vent’anni.
Come sono vecchia.
Venti anni.
20.
Un’altra vita!

Ad ogni modo, ci sono andata per quattro estati, poi tutto è finito.
Il mondo è cambiato, le suore invecchiavano.
Siccome il ricamo era troppo complicato da gestire da sola e non avevo lenzuola da ricamare, mi sono data al punto croce.
Mi piaceva molto ricamare d’estate, concentrarmi sulla precisione dei punti, sul disegno, sui fili e suoi colori. Dimenticare tutto, comprese le incertezze e le paure che crescere e sentirsi bruttine generano nella mente di una adolescente coi brufoli, gli occhiali e l’apparecchio ai denti.
Poi ho smesso.
Altri interessi, altri passatempi, i maschi.
Insomma, un po’ di tutto.

Però resta il fatto che sono capace di ricamare. E bene.
Lo so, è strano.
Curioso.
Non mi si addice molto, soprattutto.
Io che non so cucinare, che sono pigra con le faccende di casa, che stiro come una badante filippina ubriaca di vodka, non sembro un tipo da ricamo.
Ma sono capace di farlo, non posso negarlo né nasconderlo.

Ma ho una consolazione: un sordido segreto come questo ce l’hanno più o meno tutti, vero?
E soprattutto, sono o non un bel donnino da sono da sposare?

Il corredo lo porto io, grazie…


l'ha scritto phoebe1976 | 22:38 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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mercoledì, luglio 25, 2007  
Fobie/1
Correva l'anno 1983.
Mio padre, per il mio settimo compleanno, mio padre mi fece un regalo strepitoso.
Mi regalò uno di quei registratori da rapper anni'80 a due casse, di quelle che i RUN DMC si portavano sulle spalle.
All'epoca, la vera innovazione era l'audiocassetta, moderno supporto che andava ad intaccare decenni di assoluto predominio del vinile.
Altri tempi.
Oggi l'audiocassetta è morta è sepolta e pure mia madre ha piena coscenza di che cosa sia un MP3.
Bèh, più o meno...
Certo che all'epoca invece, l'audiocassetta era una svolta.
Più comoda, portatile, innovativa, easy. E l'aggeggio regalatomi da mio padre aveva ben due alloggi per le cassette, permettendo di fare delle copie di quelle già in possesso. Una vera figata tecnologica.
Chissà quando mio padre ha perso il gusto per la tecnologia, forse quando è stato scavalcato da una ondata di digitale non a lui comprensibile.
Mah, non so.

Ad ogni modo, all'epoca era un regalo fichissimo.
Erano gli anni di Bimbo Mixdelle canzoni registrate dalla radio trattenendo il respiro perchè non si sentisse il fruscio e pregando perchè lo speaker non entrasse troppo presto, di Micheal Jackson e di Flashdance.
Mi ricordo la gioia immensa per un regalo così. Per me che vivevo in simbiosi con il giradischi arancione portatile ascoltando "A mille ce n'è..." per ore, quello fu un momento di svolta.
E me ne stavo lì, sulla soglia del camino, a giocare esplorandone le fantastiche potenzialità. Fu così che presto imparai le meraviglie del tasto "REC", funzione che mancava nel povero primitivo giradischi arancione.
Registravo la mia voce che raccontava storie alle bambole, intervistavo il mio cane,
sproloquiavo insomma. Ma si sa, a sette anni non si ha padronanza di sè e delle proprie azioni. E se qualcosa attira la tua attenzione, si può anche abbandonare tutto per un gioco nuovo. Non serve molto, basta una palla che rimbalza, la luce che filtra dalla finestra e fa gli arcobaleni per terra, tua cugina che ti chiama per fare le bolle di sapone giù in giardino. E tornando, dopo un paio d'ore di giochi senza pensieri, accorgersi di aver lasciato giù premuto il tasto "REC". Mandare indietro per un pezzetto ed ascoltare cosa era rimasto impresso sul nastro. E scoprire cose che non avresti voluto sapere. Che non avresti dovuto sapere.

Fruscio del nastro.
Singhiozzi.

Una voce.
La riconosco, è mio padre.
"Dai, su. Non fare così, s'aggiusta tutto"
"No, non è vero. Non s'aggiusta nulla..."
Singhiozzi ancora più forti.
"Magari inventeranno una nuova medicina, qualcosa..."
"E nel frattempo? Sarà sempre troppo tardi per papà..."
"Ma i dottori che dicono?"
"Che l'
alzheimer non perdona"

E così, per caso, a sette anni venni a sapere che mio nonno, la persona che tutti i gioni mi veniva a prendere a scuola, che giocava con me, che mi prendeva a cavalcioni sulla schiena fingendosi un cavallo da rodeo come nei film western che gli piacevano tanto, stava male.
Ma male in che modo non lo capivo.
A guardarlo stava bene, a dirla tutta era un omone grande e grosso e non sembrava malaticcio; così mi dimenticai dell'accaduto.

Me ne accorsi un pomeriggio d'inverno, nella vecchia cucina buia dei miei nonni materni riscaldata da una stufa borbottante,  un paio di mesi dopo. Non riusciva ad slacciare la mia cartella, le mani gli tremavano. Arrivai io e tirai fuori le penne ed i quaderni per i compiti.
Più tardi, in quella che sarebbe dovuta essere una partita di rubamazzo accesissima, sbagliò tutto e io stravinsi. Abbassò le carte sul tavolo e mi guardò con uno sguardo vuoto.
I suoi occhi chiari erano come persi in un labirinto senza via d'uscita, lontano dal mondo. "Ma tu chi sei?" mi disse guardandomi diretto negli occhi.
Non riuscii a dire nulla, impietrita nella sorpresa e nella improvvisa consapevolezza che l'uomo che amavo più di mio padre non sapeva più chi fossi.
Solo a pensarci mi ripiomba addosso tutto il gelo e la disperazione, la gola mi si chiude e inizio a tremare.
Poi mio nonno si scosse, si guardò intorno confuso per un attimo e poi mi chiese :"Tesoro, vuoi pane e marmellata?".
Ma io sapevo che non sarebbe durata.
Ormai avevo capito.
Avevo perso l'ingenuità.
La sicurezza che lui avrebbe sempre pensato a me.

Sono passati quasi 25 anni, ma ancora a volte mi sogno quest'episodio.
Mi ritrovo nella vecchia cucina dei miei nonni materni, con la stufa che borbotta ed il cane acciambellato sul cuscino che mi guarda coi suoi occhi liquidi.

Più dei ragni, più dei luoghi chiusi, la mia paura, la mia vera ed unica fobia non superabile è questa, che chi amo perda la ragione, che non mi riconosca più.
Quel giorno d'inverno di quasi 25 anni fa ho pianto, ho pianto davvero tanto.
E mio nonno, per me, è morto quel giorno.
Quel giorno in cui non ha riconosciuto la sua nipotina adorata, il suo piccolo amore.

Al suo funerale, poco più di tre anni dopo, non ho versato una lacrima, ma sono rimasta lì, fredda, come immersa nel gesso.
Mio nonno, per me, non era quello che era stato negli ultimi tre anni.
Mio nonno era altro, era il mio cavaliere, il mio scudo, il mio eroe.
Ed ora era tornato libero.
Libero di starmi accanto silenzioso, guardandomi coi suoi occhi chiari.
E' così, io lo sento.

Basta crederci davvero. Basta amare...



l'ha scritto phoebe1976 | 20:13 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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domenica, luglio 01, 2007  
Amore filiale
Driiiin, driiin!!!

Telefonata di metà pomeriggio della amorevole figlia alla madre.
Perchè io SONO una filglia molto amorevole e anche legermente apprensiva, specie con la mia poco pratica madre.
Ma torniamo al telefono che suona...

Driiiin, driiin!!!

Mamma di Phoebe: "Pronto?"
Phoebe: "Oh, mà? Tutto bene? Che fai?"
Mamma di Phoebe: "No, niente. Ho appena finito di fare yoga, ero un po' squilibrata. Dovevo meditare."
Phoebe: "..."
Mamma di Phoebe: "Dimmi, volevi qualcosa?"
Phoebe: "No, ecco. Ti volevo avvertire che non sono a cena stasera, vado con M. e C. a cena"
Mamma: "Mmm. Bene."
Phoebe: "Bene."
Mamma: "..."
Phoebe: "Che c'è mamma? Tutto ok? Sei strana..."
Mamma: "No, è che... è arrivata una pianta per te"
Phoebe: "In che senso una pianta?"
Mamma: "Una pianta, quanti sensi vuoi che abbia la parola pianta! Te l'ha portata il fioraio"
Phoebe: "Ma per me? Ma sei sicura?"
Mamma: "Sì, sì. C'è sopra il tuo nome..."
Phoebe:"Ah."
Mamma di Phoebe: "Nel biglietto c'è scritto... mmmm... aspetta... Spero che tu possa coltivare questo piccolo dono... e qualcos'altro. Non capisco..."

Phoebe: "Mah... non so proprio chi possa avermela mandata... davvero, eh! Non vedo l'ora di arrivare a casa per vederla..."
Mamma: "Eh!"
Phoebe: "Sono proprio curiosa di saper... Ehi! Un momento, ferma tutto. Hai letto il biglietto??? MAMMA!!!!!"
Mamma (colta in fallo): "Ehm, chi... io? Ehm... Bèh, dovevo! E se era una bomba??"
Phoebe: "..."
Mamma (sempre più concitata): "E poi il biglietto non era chiuso"
Phoebe (scettica e col sopracciglio alzato): "Vorresti forse dire che il biglietto era pinzato sul cellophane o sulla carta?"
Mamma: "No, era dentro una bustina"
Phoebe: "Allora vedi che l'hai aperta???"
Mamma: "Ma che vuol dire? Non era chiusa, c'era solo il lembo infilato dentro! Se non volevano venisse aperta da chiunque dovevano incollarlo!"
Phoebe: "ma spiegami... lo dovevano chiudere con la fiamma ossidrica????"
Mamma (consapevole che la miglior difesa è l'attacco): "Vedi? Con te non ci si parla... Che deve fare una povera, vecchia e stanca madre?? Non sei equilibrata. Non capisco perché non vieni al corso di yoga anche tu."
Phoebe: "..."
Mamma (in tirata zen): "Se solo tu conoscessi di più il tuo karma, scopriresti che prendertela per queste picc..."
Phoebe (ora arrabbiata davvero): "Mamma, piantala co'ste menate yoga. Te l'ho detto mille volte: non voglio che mi apri le lettere, la corrispondenza,i bigliettini e simili. Non voglio che tu mi apra nemmeno la pubblicità dell'Ipercoop, chiaro??? Se voglio te la faccio leggere io, cazzo!"
Mamma (che oramai ha assunto la posizione dell'albero): "Non capisco perchè tu te la prenda così. In fondo non c'era scritto nulla. Ed era aperto. E soprattutto non dire parolacce per favore."
Phoebe:"Mamma, sei pregata di considerare il fatto che ho la veneranda età di 31 anni! Non ti puoi comportare sempre come quando alle medie inferiori leggevi di nascosto il diario di mia sorella! E cazzo lo dico quando mi pare, ok??"
Mamma (nella posizione del loto): "Guarda che io facevo bene a spiare tua sorella, lo fanno tutte le mamma che credi? Dovevo sapere."
Phoebe: "Ma che vuol dire se lo fanno tutti, mamma!!! A parte che non è vero, e poi che vogliamo fare? Siccome tutti picchiano i bambini, li picchi pure tu?"
Mamma (all'improvviso isterica): "Io non vi ho mai picchiato!!"
Phoebe: "Ma che vuol dire, era un esempio!!! Va bene, basta, mi arrendo..."
Mamma: "Insomma, mi chiedi scusa?"
Phoebe (esausta e sconsolata): "No, mamma, mi arrendo e basta. E' inutile..."
Mamma: "Sei la solita esagerata. Con questa storia del rispetto la fa