La stanza di Phoebe
giovedì, aprile 10, 2008  
Filmografia
Io al cinema vado abbastanza spesso, ma quasi mai ci scrivo qualcosa sopra che possa anche solo lontanamente somigliare ad una recensione. 
Non importa che il film  mi colpisca enormemente o mi annoi fino alla lussazione della mascella causa sbadiglio incontrollato.
E’ che non mi ci sento proprio nelle vesti del critico cinematografico con baschetto e dolcevita, lo lascio fare a chi è più bravo di me.
Io che ne so di luci, fotografia, montaggio, colonna sonora?
Proprio nulla.
Ecco, al massimo posso disquisire di sceneggiatura, interpretazione e “fisicità” dei personaggi.
E anche se un attore sia bonazzo oppure no, e anche quanti punti meriti il suo fondoschiena.
Questo sì.
Mica altro.

Però gli ultimi film che sono andata a vedere mi hanno fatto venire voglia di mutare il mio atteggiamento. In fondo ogni film ha qualcosa da dire ad ognuno (tranne i cinepanettoni che tanto piacciono a mia sorella ed al suo orrido fidanzato), competente o meno.

Il libro è sempre meglio del film
Con questa banalità suprema si potrebbe riassumere tutto il mio pensiero su “Caos calmo”, diretto da Antonello Grimaldi ed interpretato da Nanni Moretti, Isabella Ferrari, Valeria Golino e Alessandro Gassman. Tratto dall’omonimo bestseller di Veronesi, il film partiva svantaggiato sotto diversi aspetti:
- il libro da cui è tratto ha generato opinioni discordi e molto forti. In poche parole, o amore o odio sfrenato. Io che il libro l’ho amato molto,  ho visto il film come un’eresia e vorrei salire su uno sgabello elencandone le inconcludenze. Chi il libro l’ha odiato, piuttosto che andare al cinema è rimasto a casa a fare le parole crociate in tedesco senza dizionario.
- Nanni Moretti non è noto per essere esattamente simpatico al grande pubblico, con la sua aria da primo della classe e la cadenza da saputello che non lo fa risultare granché comunicativo. Poi ci sono le idee politiche dichiarate che non guastano, ma lo rendono inopinatamente “di parte” (ndr. Andando a votare mettetevi una mano sulla coscienza, me raccomando: pensate a Phoebe vostra!!!). A parte questo, gli attori scelti, in particolar modo i protagonisti principali, non sono “esattamente” come li avevo immaginati. Nanni Moretti troppo vecchio e bruttino, ma perfetto nelle manie e nei tic del protagonista, mentre la Ferrari troppo bella e algida in un ruolo che non è il suo. Perfetti Gassman e la Golino, personaggi minori non adeguatamente esplorati e appena abbozzati.
- rendere al cinema un libro che parla dell’attesa del dolore, della introspezione e dell’abbandono non era facile. E infatti Grimaldi secondo la mia modesta opinione non ci riesce affatto, troppo concentrato sui fatti per cogliere le sfumature ed i piccoli dettagli che hanno reso il libro un prezioso alleato dei giorni tristi della mia vita. Così il protagonista sembra pazzo, illogico e la storia non ti avvolge con un caldo abbraccio consolatorio, così come accadeva con la prosa di Veronesi.
Voto: 6 (per l’impegno e la colonna sonora)

La bellezza (pulp) dell’inaspettato
La sera in cui sono andata a vedere “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen non avevo grosse aspettative. Non sapevo quello che avrei trovato perché non avevo né letto la trama, né alcun tipo di recensione o presentazione, ma mi ero fatta semplicemente trasportare dal baccano causato dagli Oscar vinti e stravinti, nonché dalla inquietante pettinatura di Javier Bardem. 
Un must della primavera/estate 2008.
Maschi, copiatelo.
All’uscita, dopo aver fatto a fettine la mano di uno dei miei accompagnatori e conficcato le unghie nella poltrona del multisala ad ogni pallottola sparata come nemmeno la mia gatta ai tempi della sua gioventù dorata, ero entusiasta.
Non ho dormito tutta la notte, ma ero entusiasta.
Anche questo film è tratto da un libro, che novità, scritto dal grande Cormac McCarthy e reso perfettamente sullo schermo dal genio visionario dei due fratellini al vetriolo.
Tutti gli attori sono perfetti, dalla rivelazione Javier Bardem (miglior pazzo del cinema dopo Christian Bale in “American Psycho”) a Josh Brolin e Woody e Harrelson, fino ad un grande Tommy Lee Jones sceriffo disilluso con la faccia affollata di rughe e pensieri.
Giustamente ed abbondantemente pulp, nel film la violenza non è gratuita né ingiustificata, ma sottende una sua assurda morale (riassumibile col lancio di una monetina) che, per quanto non condivisibile, accende la fantasia malata dello spettatore inchiodandolo alla poltroncina.
Godibile anche la parodia, ma solo se capite bene l’inglese.
Voto: 10 (con abbraccio accademico, ma guardatevi le spalle)

L’italietta che siamo
L’ultimo film di Paolo Virzì imperversa in televisione in tutte le forme che l’Auditel e Berlusconi hanno creato. Pubblicità, ospitate, speciali, marchette assortite. Verrebbe voglia di non andarlo a vedere al cinema e di bruciarne i manifesti, vista la faccia sorridente ed ardentemente ritoccata qua e là (ma quanto avrà speso dal chirurgo plastico??) della Ferilli nazionale che campeggia ovunque con i suoi modi irritanti e finto-cafoni.
Ma in “Tutta la vita davanti” Sabrinona non è altro che un personaggio secondario.
I veri protagonisti sono una serie di giovani e promettenti attori che donano al film la brillantezza della vita reale. Protagonista principale è Isabella Ragonese, che interpreta Marta, giovane laureata in filosofia a cui la società italiana offre come unica possibilità il lavoro in un call center con un contratto a progetto. In un clima da apparente villaggio vacanze fatto di balletti, venditori che ballano la haka e discorsi motivanti, si muovono gli altri personaggi:
- l’astro nascente Elio Germano, venditore fragile e sotto pressione, schiacciato dall’ansia prestazionale
- Valerio Mastandrea, sindacalista sfigato che non riesce a farsi ascoltare dalle persone che vorrebbe aiutare
- la bravissima Micaela Ramazzotti, terribile madre snaturata e coatta sui generis che regala una comica scena di nudo con Mastrandrea già cliccatissima in Internet.
- poi ci sono “gli adulti” Sabrina Ferilli e Massimo Ghini, cannibali dei loro simili, pronti ad approfittare dell’ignoranza dell’altro, ma anche della sua disperazione ed a gettarcisi sopra come vampiri per trarre il loro guadagno mantenendo le loro faccette sorridenti e botulinizzate. Perfetti, sorridenti e soli.
Quello che esce fuori è un’Italia senza speranza e senza finale buonista, ignorante e schiava della tv, in cui il diverso è il laureato. Un’Italia che ha dimenticato da dove viene e che non sa dove vuole andare, che non ha la forza di cambiare e nel frattempo guarda il Grande Fratello.
Voto: 8 (ma solo se mi rimediano testo e coreografia originale del balletto motivazionale interturno)

Ed ecco qua, la mia critica cinematografica è giunta alla fine.
Spero di non avervi annoiato e di non aver scritto troppe fregnacce. Se l’ho fatto e mi avete scoperta oggi per caso, mi scuso; siete lettori abituali del mio blog, allora ci siete abituati e quindi vi sta bene.

Prossime visioni previste saranno:
- “Juno” talmente acclamato e pompato come la nuova “Little Miss Sunshine” da scatenare la mia curiosità pseudo-indie. Speriamo non mi deluda.
- Nonostante le critiche e le opinioni negative, andrò a vedere “Il cacciatore di aquiloni” tratto dal best seller di Khaled Hosseini. Come per “Caos calmo” sono molto scettica, perché trattandosi di un libro molto emotivo e famoso renderlo “uguale” all’originale non sarà stato possibile. Vedremo
- “Il treno per il Darjeeling” di cui non so nulla a parte lo sbandierato nudo di Natalie Portman (che secca com’è, nuda non dovrebbe essere uno spettacolo) e la presenza di Adrien Brody. Ecco, della fisicità di quest’ultimo mi fido ad occhi chiusi, quindi andrò di certo a vederlo.

Coming soon…


l'ha scritto phoebe1976 | 08:09 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, doveva succedere proprio a me
commenti (6)


mercoledì, gennaio 09, 2008  
Il ritorno della Jihad - part 2
Il mio rapporto coi libri è maniacale, oramai lo sapete alla perfezione.
Lo ammetto con una certa naturalezza, ognuno ha le sue debolezze e le sue dipendenze.
Meglio i libri degli psicofarmaci.
Credo.
Almeno spero.

Ma il mio amore verso i libri non è fine a sè stesso.
Ho anche vere e proprie infatuazioni per le case editrici.
Amori che possono derivare non solo dalla selezione degli autori e dai prezzi della copertina, ma anche da futili motivi prettamente estetici come la qualità della carta, i formati, i colori e lo stile di impaginazione.

Prima fu la Fazi, specie la collana Lain, che adoravo ed adoravo. Non solo per formato e colori, anche per avermi fatto scoprire il meraviglioso e surreale mondo di Jonathan Carroll, e difendevo a spada tratta finché, con mia somma delusione, ha pubblicato le pruriginose avventure di Melissa P.
A sua discolpa devo dire che i soldi fanno gola a tutti, però le scelte si pagano.
E allora ciao.

Chi invece non mi delude mai per scelte editoriali e gusto è la Minimum Fax, casa editrice romana, grazie alla quale ho scoperto piccole perle come Valeria Parrella, Antonio Pascale, Carola Susani, A.M. Homes e tanti altri.
Autori poco noti, soprattutto gli italiani, e bistrattati in favore di scelte editoriali a volte più facili, come tradurre in italiano bestsellers stranieri piuttosto che tentare il nuovo, a volte indubbiamente più redditizie come i libri di Vespa.
O i pruriti di una ragazzina minorenne.
Ammesso che sia lei a scrivere…

Oltre alle case editrici, mi fisso anche con le collane.
Adoro per esempio i tascabili della Einaudi, o i vecchi cari Oscar Mondadori. Mi sanno di pulito, di preciso, di ordinato. Di fresco. Mi piace vederli in fila nella librerie.
L’ho già detto che sono maniacale, vero?

A parte le mie varie fisse e manie da psicotica, una cosa che mi manda fuori dalla grazie di Dio è l’atteggiamento delle case editrice quando da un libro del loro catalogo viene tratto un film. Senza stare a sindacare sui soliti luoghi comuni (“AH! Vuoi mettere? Il libro è sempre meglio del film!!”), il comportamento di una casa editrice quando da un libro sta per venire distribuito un film che potenzialmente può essere un blockbuster è il seguente:
- pubblicare una nuova edizione strafiga, con possibilmente la locandina del film appiccicata sopra in bellavista (che nel 90% dei casi rende tutta l’edizione orribile ed imbarazzante da portare in giro) ad un prezzo da prima uscita.
- ritirare dal mercato le precedenti edizioni economiche
- fregarsi le mani
- contare i soldi tintinnanti.

Esempi recenti sono “Io sono leggenda” di Richard Mateson che da circa tre mesi è venduto SOLO nella nuova edizione extralusso con il profilo di Will Smith (un bel profilo, per  carità) a € 13,00 invece dei € 7.90 previsti per un tascabile della Fanucci. E vabbè che, detto tra di noi, gli economici della Fanucci ti si rompono in mano mentre li leggi, la rilegatura si sfalda e ti rimangono in mano mazzetti di pagine, però per una che legge 32 libri l'anno come me sei euro di differenza non è che non contino nulla!
Stesso triste destino è toccato a “La bussola d’oro”, primo capitolo della saga “Queste oscure materie” di Philip Pullman in occasione dell’uscita del film omonimo. Film, tra l'altro, molto discusso per l'esemplificazione che fa delle teorie di Pullman. Ma questa è un'altra storia.
Per non parlare de “Il profumo” di Patrick Suskind che mi capitò di voler regalare ad un amico proprio all’uscita del film. Può un libro uscito nel 1985 costare quasi € 18?

Io capisco la crisi dell’editoria, ma non è che la posso sanare io.
Già mi pare di aiutarla in maniera abbastanza “importante".
Almeno per il mio portafoglio.

Non dico che le case editrici non debbano trarre profitto dalle trasposizioni cinematografiche, ma potrebbero fare le edizioni extralusso con le copertine lucide da ricettari patinati per i lettori occasionali attirati dal battage pubblicitario e lasciare le edizioni economiche ai lettori abituali. Un po’ come ha fatto la BUR all’uscita di “Seta” di Alessandro Baricco.
Mi sembra una questione di rispetto, non trovate?

Ma in Italia forse i lettori sono troppo pochi, non contano nulla e le librerie sono spesso vuote (tranne a Natale). Per questo le librerie tradizionali lasciano il posto alle catene, che vendono anche dischi, cd, patatine e caffè. Una specie di Carrefour del libro, insomma.
Non che ci sia nulla di male, ma la poesia dove va a finire?
Sono forse una inguaribile romantica?
Una povera matta ossessionata dai libri?
Una sognatrice che cerca casa tra le pagine linde di un volume accatastato sopra a cento altri?

Forse, ma anche molto di più…



l'ha scritto phoebe1976 | 22:38 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, musica e cinema, caffetteria letteraria
commenti (22)


venerdì, settembre 28, 2007  
Autumn song
L’estate è proprio finita.
Da un pezzo.
Certo, per fortuna ancora abbiamo qualche lampo che ne prolunga l’agonia, qualche giornata ariosa e splendente, ore assolate e calde.
Ma parliamoci chiaro: è finita.
Tra meno di  pochissimo dovremo fare il cambio dei vestiti nell’armadio, arrenderci
all’evidenza ed arrotolarci nei maglioni di lana.
Se ne riparla più o meno tra 280 giorni se siamo fortunati. E poi, diciam
ocelo: è una benedizione che sia finita!! A parte la morte naturale delle zanzare e degli elicotteri assortiti che popolano in quantità industriale il Trasimeno, ci sono mille motivi per gioire della fine dell’estate.

- E’ sparita l’afa ed il caldo opprimente, a vantaggio di un clima mite e allegro, di un’aria frizzantina, di tramonti anticipati dai colori romantici.

- Dal fondo polveroso dell’armadio riemerge il piumone. Ed è bello rimetterlo sul letto immaginando di rotolarcisi dentro con la persona giusta. Pensandoci meglio, è bello starci sotto anche da soli, coi piedi che si allungano tra le coperte croccanti.

- Ricominciano le mie serie preferite e si ha l’opportunità di scoprire nuove manie devastanti e modaiole, alimentate anche da generosi amici Fastweb-dotati. In genere, si riscopre il bello di stare a casa davanti alla tv, con la gatta accoccolata sul letto che fa le fusa soddisfatta e tronfia, poltrendo e  abusando del telecomando.

- I film che aspettavi trepidante e curiosa arrivano al cinema, e speriamo non siano delle fregature ambulanti e che i tuoi registi preferiti non abbiano sparato tutte le loro cartucce.

- Manca poco, poi ci si riunirà a mangiare castagne intorno al focolare bevendo novello, ridendo e scottandosi le mani con la buccia bruciacchiata. Poi Natale sarà dietro l’angolo, e quindi il carnevale coi suoi coriandoli. Da lì, in un attimo, Pasqua e l’odore della primavera nell'aria. E boom! Eccoci di nuovo.

- Più tempo per leggere. Leggere, leggere, leggere. Potrei anche finire tutti gli Harry Potter se continuo così.


-  Ascoltare il nuovo album di Ben, che non sarà all'altezza dei precedenti, forse è vero. Ma è molto meglio lo stesso di tanta robaccia che c'è in giro. Farsi accarezzare dalla sua voce di velluto stesa sul letto a sognare, mentre fuori il vento  spazza la superficie del lago.

- I colori dell’autunno sono bellissimi. Gli alberi intorno al lago si accendono di rosso e giallo, disegnando finti incendi sulle rive del Trasimeno. Tutto sembra più vivo, più caldo. Ma è solo una finta, solo il canto del cigno.

E poi...

Ehm.
Ehm, ehm.





Speriamo che l’estate torni presto…



l'ha scritto phoebe1976 | 21:11 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, tg phoebe
commenti (10)


venerdì, giugno 29, 2007  
Play off
Ho ascoltato Radio Deejay per tanti anni. Non tanto per la programmazione, ma per i personaggi.
Adoravo Fabio Volo, Linus e Nicola, nonché ovviamente l’uomo dei sogni, Alessio Bertallot, e la sua voce suadente.
Certo, se in linea generica, la programmazione musicale dell’emittente è una schifezza.
Più o meno, è quella che potrebbe piacere ad un sedicenne arrapato e brufoloso.
Decisamente troppo unz unz per i miei gusti, anche se con le dovute eccezioni.

Ma nella radio io non cerco solo musica.
Abituata a medio-lunghe percorrenze mi piace anche la radio parlata, purché discreta, intelligente e divertente. Così, piano piano, ho integrato con Radio 2 ed il suo intrattenimento sicuramente più colto.
Ma mi mancava qualcosa.

E così un giorno, a causa del favoloso ed ipertecnologico rds della mia radio, all’improvviso mi sono trovata catapultata dentro Play Radio. Buona musica, mai banale. Un intrattenimento piacevole, allegro, interessante. Una radio giovane, nata dalle ceneri di RIN più o meno un paio di anni fa, snella e senza troppe sovrastrutture. A qualsiasi ora del giorno, una radio vivace, interattiva, al servizio pieno dell’ascoltatore.
Andare la mattina in ufficio accompagnati da “Il buono, il brutto ed in cattivo”, dove troneggia Tommaso Labranca e Luca Viscardi (nonché il mitico Cinaciabella) è diventata una piacevole abitudine, un appuntamento con una ironia che vorrei trovare anche in TV. Play Radio è diventata casa mia. Ho pure partecipato ad un Play Now, nonostante non avessi mai nemmeno pensato di provare a telefonare ad una radio, vincendo adesivi e gadget assortiti, nonché l’ultimo libro di De Carlo (da me criticato in diretta). E c’è chi mi riconobbe al volo. Strano, ma vero. Potere della radio. Play Radio, mi dicono, sabato 30 giugno alle 20 chiuderà i battenti. Per sempre. Per una manovra finanziaria che non sono tanto riuscita a capire, è stata acquisita da Finelco (che possiede già 105 e RMC) che ha deciso di chiudere baracca e burattini, smantellando fino da sabato sera gli studi da dove trasmetteva.
Sulle sue frequenze, come spiega Luca Viscardi che di Play radio è il direttore, nascerà Virgin Radio, che promette di essere l’ennesima radio generalista e qualunquista.
Grazie, ne avevamo davvero bisogno.

A parte l’ironia, vorrei ringraziare tutti quelli che mi hanno intrattenuto in questi mesi, dalla Giada e Stefano Gallarini (con cui ho avuto il piacere di parlare) fino alle repliche a tarda notte di Fabio Canino, che accompagnano il mio ritorno a casa.
Grazie.
Mancano due giorni alla chiusura e mi chiedo: come farò da lunedì?
Chi mi terrà compagnia?

Sono orfana, aiutatemi…


l'ha scritto phoebe1976 | 00:02 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, tg phoebe
commenti (4)


venerdì, maggio 04, 2007  
Everybody sing a song
Da piccola spesso mi chiedevo come mai la mia vita non avesse una colonna sonora come ce l'hanno i film.
Come mai i momenti di panico non fossero accompagnati da una musica dal ritmo incalzante, quelli teneri da una melodia mielosa, e così via. 
Lo trovavo molto triste, come se mancasse qualcosa alla vita vera rispetto a quella di celluloide.
Sono sempre stata una bambina originale, oramai dovreste ben saperlo.

Da grande ho scoperto che non è del tutto vero, anche la nostra vita ha la sua colonna sonora ben definita e che rimane stampigliata a caratteri rossi nella nostra anima.
Certo, in maniera molto più incoerente rispetto allo studio accurato che si fa per la soundtrack di un film.
Molto più a casaccio.
Accade quindi che canzoni apparentemente senza nulla in comune con l'attimo che si sta vivendo, si leghino ad esso in maniera indissolubile.

Così, non ricordo perché, una orrida canzone tormentone degli Eiffel 65 intitolata "Blue" mi fa sempre tornare in mente la prima volta che ho avuto la certa consapevolezza che il mio fidanzatino storico mi metteva le corna con una che pesava il doppio di me (non metaforicamente parlando) e che iniziava la mia singletudine infinita.
La mia vita da brava ragazzetta di paese si concluse così.

C'è poi "I still haven't found (what I'm looking for)" degli U2 che mi ricorda pigre ed afose serate passate a letto con colui che, ne ero convinta (sbagliando in maniera abissale), sarebbe stato l'uomo della mia vita. Me lo ricordo bene, quel momento.
Girava nell'aria la voce di Bono e lui mi chiese "Hai trovato quel che cercavi?" e io, romantica come solo io sono in grado di essere, risposi:"A dire il vero, non sono nemmeno ben certa di quel che sto cercando...". E col senno di poi doveva essere proprio la risposta sbagliata, visto com'è finita...

Tra i ricordi più imbarazzanti, mi tocca ammettere che parte della soundtrack della mia vita è composta anche da "Non me lo so spiegare" di Tiziano Ferro.
Lo so, lo so.
Non dite nulla.
Non aggiungete altra vergogna alla mia già strabordante.
A mia parziale discolpa posso affermare che è la canzone della mia disperazione più nera, legata a fiumi di lacrime e giornate di pioggia torrenziale, chiusa in macchina da sola a sbattere la testa contro il volante.
Ero in un momento di demenza aberrante, perdonatemi.
Ma ancora oggi, a distanza di più di tre anni, quando sento questa canzone (ora ripresa dalla sempre tempestiva Pausini e di nuovo battuta a tamburo da tutte le radio) mi torna in mente tutto il dolore e la tristezza di quel periodo.

Potere della musica.

Ironia della sorte, continuando in avanti nel tempo, alla morte di mia nonna associo per un curioso caso del destino "La camisa nera" di tal Juanes. ma perchè, direte voi?
Non me lo ricordo con certezza, ma credo che sia stata la prima canzone che è uscita fuori dallo stereo della mia auto dopo 3 giorni interi di silenzio e lacrime.
Un silenzio di cui non mi accorgevo nemmeno, tanto ero sotto shock.
E avrei voluto che ad accompagnare quel momento fossero state le note di Jeff Buckley che canta "Hallelujah" o la voce potente e mistica di Aretha Franklin che intona "Angel". Magari Ben Harper che canta straziante a cappella "Would I could go". E invece no. Ma si può? M'è toccato 'sto tizio infoiato e capellone, nonché leggermente tamarro, che canta "Tengo la camisa negra hoy mi amor esta de luto...". La sua unica hit europea, credo.
Spero.
La vita, spesso, è ingiusta.

Poi c'è stata anche "High and dry" dei Radiohead, bellissima canzone che mi ricorda un momento di scoramento ed abbandono delle mie facoltà mentali senza pari, che l'ascolto a palla della suddetta canzone nel lettore cd trasformava nel viaggio in un limbo abitato solo dalla mia malata fantasia.
Per fortuna si è trattato di un breve periodo, terminato il quale ho deciso che Tom Yorke ed i suoi Radiohead sono bravissimi, eccezionali e nelle mie corde. ma vanno presi a piccole dosi.

Come dimenticare inoltre "What else is There?" e tutte le altre canzoni dei Royskopp? Vi sembra musica romantica? Mah! Eppure io la associo automaticamente a lunghe ed "impegnative", nonché piacevoli assai, serate molto poco mondane.

Di associazioni inconsuete ed assolutamente originali tra canzoni ed eventi della mia vita, poi, ne posso trovare a bizzeffe.
Ad esempio "Noi non ci facciamo compagnia" di Biagio Antonacci la associo ad un assolato e frenetico Festival del Fitness a Rimini di tre anni fa, quando, dopo una giornata estenuante, ci siamo ritrovate io e tre amiche stanche almeno quanto me, sdraiate impunemente dentro un'aiuola fuori dal centro fieristico romagnolo a cantare a squarciagola "Noi non ci facciamo compagnia, bruci vita e fai volare il tempo io ti vengo dietro ma in affanno..." stese sull'erba ed impossibilitate a muovere un qualsiasi muscolo.
Ditemi voi che c'azzecca con un evento adrenalinico e caciarone come il festival... niente!
Ma immancabilmente se alla radio ripropongono questa canzone, ovunque siamo noi quattro becere iniziamo a cantare stonando.
E quando dico ovunque, intendo proprio OVUNQUE.
Dappertutto.
Compresi posti très chic
che servono aperitivi complicati.

Alla fine della fiera, dunque, la mia vita ha una colonna sonora.
Incasinata, ma ce l'ha.
Come ce l'ha la vita di ognuno di voi, immagino.
Dettata dal caso, dagli incontri, dalla pubblicità, dal destino.
Non sempre coincide con i propri gusti musicali, spesso ci troviamo a canticchiare senza senso anche canzoni che riteniamo orride e cantate da personaggi di cui non compreremmo mai un cd nemmeno sotto tortura.
Ma se si compie un'associazione di idee è finita. quella canzone non solo ti ammorberà la mente per un ragionevole (e breve) lasso di tempo, ma ogni volta che la radio la tirerà fuori dal cappello a cilindro dell'amarcord non potrai fare a meno di rivivere le stesse sensazioni.

Ora, ad esempio, mi frulla di continuo in testa "Closer", la nuova canzone dei Travis. Mi immagino momenti della mia vita come
in un riassuntone stile “
uscita-dalla-casa-del-Grande-Fratello” con sottofondo di questa canzone. Si può essere più scemi? Mi immagino scene al rallentatore, particolari, romanticherie.
Insomma, mi immagino in un filmato di tre minuti montato da un tizio drogato della Endemol.
Sono pazza?
Plagiata?
Io nemme
no lo guardo il Grande Fratello!!!!!

Magari è solo che la musica, volente o nolente, fa parte della vita di tutti i giorni. Esce dalle radio, dalla televisione, la si canticchia in giro.
Ti ritrovi un motivetto tra le labbra e non sai come. Si lega ad un ricordo e non ti lascia più.
E voi?
Siete immuni dal morbo della colonna sonora?
Potete e volete farne a meno?
Avete scheletri nell’armadi ben peggiori del mio Tiziano Ferro?
Fuori la verità, vi aspetto!


A tempo di musica, ovviamente!


l'ha scritto phoebe1976 | 21:21 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema
commenti (26)


giovedì, aprile 26, 2007  
Le vite degli altri
Avevo sentito parlare così tanto bene di questo film da riuscire a convincere un povero malcapitato ad accompagnarmi a vederlo in un piccolo teatro adattato a cinema in pieno centro.
Già perché, nonostante l’Oscar come miglior film straniero ed una critica da leccarsi i baffi, “Le vite degli altri” nella mia città è stato snobbato dai grandi cinema ed ha trovato asilo al cinema Zenith.
Credo ci sia un cinema Zenith in tutte le città.
Piccolo, teatrale, politicamente schierato, appassionato. 
E scomodo.
Molto, molto scomodo.
Specie se si è abituati alle coccole consumistiche ed alle comodità del multisala della Warner. Ma dell’opera prima di Florian Henckel von Donnemarsmarck ne avevo sentito parlare così tanto da fare questo piccolo sacrificio.

Berlino, 1985.
Il muro di Berlino è solido e ben alto, messo lì a dividere le due Germanie, invalicabile.
Glasnot e Perestroika non sono ancora termini entrati nei libri di storia e Gerd Wiesler è un vecchio e rispettato agente della Stasi, considerato un maestro degli interrogatori, rigido e spietato portabandiera del regime. Proprio a lui il suo superiore affida un delicato compito: indagare e sorvegliare la vita privata di Georg Dreyman, commediografo di successo, e della sua compagna Crista Maria Sieland, attrice di successo, concupita dal viscido e schifoso Ministro della Difesa.
E proprio per questo Gerd si trova ad indagare sulla vita della coppia, alla ricerca di qualcosa che possa compromettere il commediografo. Piazza cimici e microfoni nell’appartamento, iniziando ad ascoltare le vite degli altri e condividendo ogni loro passo, ogni loro parola, ogni singola emozione.
E proprio l’intreccio che si creerà tra la sua vita e quella degli altri lo cambierà, l’avvicinerà all’essere umano, stravolgendo la sua esistenza e quella degli altri.
Vivere una vita che non è la sua, sentire da vicino l’amore, la passione, il suono di Beethoven, le parole di Brecht.
Che effetto può fare ad una mente indottrinata lo scoprire le passioni? Assaporare, anche se solo da lontano, la vita.
Vederla, accarezzarla quasi, ma non toccarla davvero
.

Un film toccante, vivo, con attori bravissimi ed una sceneggiatura che, nonostante l’ovvia lentezza dovuta all’argomento, strega lo spettatore.
Non posso fare  ameno di pensare che se il protagonista fosse stato, che ne so, Kevin Spacey (a cui peraltro il protagonista Ulrich Muhe assomiglia parecchio) il film sarebbe stato oggetto di un battage pubblicitario senza pari.

Un film che fa riflettere.
Ci lamentiamo, urliamo, strepitiamo.
Ma noi, qui, ora, oggi, adesso, siamo liberi.
Non liberi al 100%, certo, ma abbastanza liberi da poter esprimere le nostre idee senza lo spettro della tortura.
Siamo liberi di leggere quello che vogliamo, di camminare senza essere seguiti, di vivere la nostra vita. Certo, ci sono le intercettazioni telefoniche, i satelliti, Fabrizio Corona, il grande fratello che ti guarda con occhio vigile e controlla i tuoi conti, le tue chiacchiere, i siti che visiti.
Ma, tutto sommato, siamo liberi.
C’è la mancanza di libertà imposta dalle regole sociali, dalle tradizioni, i paletti messi su da noi stessi, certo.
Nessuno è libero davvero, ma noi, se vogliamo, possiamo esserlo.
Proprio come sceglie di fare Gerd, pagando in prima persona.
Proprio come fanno i protagonisti del film.

Vivendo la nostra vita.



l'ha scritto phoebe1976 | 23:41 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema
commenti (13)


giovedì, marzo 22, 2007  
Per il bene della scienza e del progresso
Già.
E' uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

E così mi sono sacrificata e sono andata a vedere “Ho voglia di te”.
Per amore della scienza, sia ovvio.
Non perché Scamarcio mi smuova la benché minima tempesta ormonale.
Chiaramente.
E poi, c’è la Lauretta in questo film, ragazzina di paese cresciuta in casa mia sempre col sorriso sulle labbra a cui non era possibile non volere bene. Timida e  schiva, impegnata a mascherare la sua fragilità dietro una allegria che spesso  non era sua.

Il film è subito, fin dall’inizio, chiaramente indirizzato ad un pubblico di scuola media inferiore innamorato dell’amore e succube dei primi pruriti adolescenziali. La storia è troppo scema per essere divertente, troppo poco coinvolgente per essere melensa o romantica. Troppo per tutto e troppo poco per altrettanto, insomma.

Certo, c’è Scamarcio ed i suoi occhi azzurri, ma in questo film è troppo (quest’aggettivo si lega alla perfezione con il film, incredibilmente semplice e ridondante allo stesso tempo) ed insopportabilmente ragazzino e mi riservo di vederlo prossimamente in “Mio fratello è figlio unico” per dargli un voto come attore.

Il film si apre bene, con il protagonista che torna a Roma sulle note di “The passenger” di Iggy Pop. Stai a vedere, ho pensato, che magari…
Invece no, subito dopo si devia su Tiziano Ferro e non ce n’è più per nessuno.

Non sto a raccontarvi la storia, anche se potrei riassumerla in un lampo, preferendo con un certo sadismo che ve lo gustiate tutto. Dall’inizio.
Vi dico solo che ho sbadigliato in preda alla banalità per tutto il film, finchè Step/Scamarcio ha affermato che da New York non si vedono le stelle la notte, mentre lì (da Roma) si vede tutta la volta celeste.


Vabbè, secondo me lui ha intascato i soldi e buttato giù tutto.
Ed ha fatto anche discretamente bene.
E poi gli perdono tutto, perché bello, intelligente nonostante il clichè che gli hanno stampato addosso e perchè sta con Valeria Golino.

Ora, io due paroline due le vorrei dire a Federico Moccia.

Caro Fede, ammesso che tu possa venire fin qui a leggere le mie baggianate, io un paio di sassolini dalle scarpe me li devo togliere.
Prima di tutto… in che mondo vivi?
Sono tutti ricchi o benestanti, ben vestiti e intenti a non far nulla in un mondo completamente decontestualizzato dal quotidiano. Capisco che i giovani d’oggi siano ripiegati su loro stessi, però…
E poi... Roma è una metropoli e la sua assolata solitudine estiva è forse la cosa più bella del film. Ma, Fede cacchio, è una metropoli da 5 milioni di abitanti e passa non il mio paesello sulle sponde del Trasimeno. Capisci che se uno gira alla ricerca della sua amata senza avere indizi, è parecchio difficile che la possa trovare!!

E a dirla tutta, Fede tesoro, siamo realistici. Se fosse una storia vera non si sarebbe conclusa con l’happy end, ma a scelta:
1) il protagonista torna con la ex stragnocca, lasciano la povera Laura (una di noi, massimo rispetto) a piangere sconsolata ed abbandonata
2) il protagonista torna con la ex stragnocca, che però si sposa lo stesso derubricando giustamente Scamarcio al ruolo di amante e perfezionandosi nell’arte del “piede-in-due-staffe”.
3) il protagonista, dopo l’abbandono dell’ex stragnocca, decide che non è il momento per storie seriededica alla sua libertà, perché deve ritrovare i propri spazi e vivere la propria vita. Insomma, tromba a destra e a manca.

Che votate? Io la terza, assolutamente.


Ah, no, che fai Federico, te ne vai?
Aspetta, aspetta un attimo. Non ho ancora finito con te.

Io, caro mio bello, “Tre metri sopra il cielo” (3MSC in breve… ma come si fa… ci volevi mettere pure una faccina???) l’ho letto. Si, si. Non te lo aspettavi, eh? E invece sì. L’ho aspettato in economica e l’ho letto, e tutto anche perché non mi piace giudicare senza aver provato. Il secondo no, non ce l’ho fatta. A tutto c’è un limite.

E dopo attenta analisi, tralasciando il contenuto giovanilistico e l’uso approssimativo della fantasia a discapito della banalità, posso affermare che hai avuto una gigantesca botta di culo.
No, dico davvero. Hai saputo mirare al cuore della generazione che scrive con le k e abbrevia tutto: parole, nomi, concetti, tutto.
Ok, ispirazione giovanile mi sta bene. Però il tuo primo libro sembra scritto da una ragazzina di seconda media. Dimmi la verità, hai per caso rubato il diario segreto della tua cuginetta? E non tirare fuori la scelta del target: scrivere libri per ragazzi non vuol mica dire scrivere come loro o pensare che chi legge sia ignorante e deficiente. A 14 anni io leggevo Stendhal. E va bene che ero sui generis come adolescente, però TUTTI in classe avrebbero saputo scrivere meglio di com’è scritto “Tre metri sopra il cielo”, anche lo sgobbone fallito del terzo banco partendo dal fondo, quello lì accanto alla finestra.
T’ha detto culo.
O magari sei stato bravo a mirare basso, consapevole che nessuno legge più e che il potere economico è in mano ai ragazzini che ricattando i genitori, rei di poco tempo e poco amore, sono i padroni dell’euro e della cultura pop. Ragazzini e ragazzine abbandonati in città enormi ed ostili tra il mito del brand, internet flat, la tv e il sesso ammiccato e ammiccante raccontato dalle gonne minimali delle veline. Quindi tanto vale abbassarsi al loro livello invece di contribuire alla loro crescita, parlando la loro lingua, raccontando il mondo di tutti i giorni con spruzzate di vita parolina, mescolando tutto con grandi quantità di sentimentalismi gratuiti.

Insomma, sei uno sciacallo. Si può dire? Beh, oramai l’ho detto, è tardi. Sei uno sciacallo che si traveste da finto giovane alla moda lucrando sull’immaginario di ragazzini drogati dalla TV e  ai quali i programmi pomeridiani della De Filippi hanno ciucciato gli ultimi neuroni.

Sì, lo so. La tua non è stata una vita facile, il successo è arrivato tardi e per caso. Hai lottato, creduto in te, fatto sacrifici. In fondo, chi era tuo padre? Capisco i tormenti, le difficoltà, le lacrime amare.
Ma tu, classe 1963, non ti vergogni nemmeno un po’?
Possibile?
Come dici? La mia è tutta invidia?
Certo!
Magari io!
Per carità, è il sogno di tutti quelli con minime velleità letterarie avere una botta di culo come la tua, imboccare un “3MSC” che faccia ottenere soldi, fama, gloria ed una imitazione favolosa di Fiorello, per poi passare la propria vita a scrivere sotto falso nome sceneggiature per film polacchi con sottotitoli in russo per espiare i propri peccati.

Perché è questa l’unica via.
L’unico strada verso la redenzione.
Questo, o leggere tutti gli autori russi in una notte.

 
Pentiti, peccatore, pentiti!!!!!!!!!!



l'ha scritto phoebe1976 | 23:54 | permalink | vita vissuta, femmine vs maschi, musica e cinema, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
commenti (25)


sabato, marzo 03, 2007  
Col favore degli astri

Ci sono film che colpiscono, non tanto perché appartengono al nostro vissuto, ma solo perché raccontano emozioni.

E “Saturno contro” è uno di questi.

Almeno per me.

L’ultimo film di Ferzan Ozpetek è la storia di un gruppo di quarantenni che si barcamenano tra le avversità del nostro tempo, tra crisi economica, terrorismo internazionale e la paura per il contagio delle nuove malattie e sulla cui apparente tranquillità emotiva si scaglia come uno tsunami la tragedia.

Tra i protagonisti troviamo Antonio (Accorsi), sposato con Angelica (Buy) e il loro rapporto entra in crisi da quanto l’uomo ha una relazione con Laura (Ferrari), proprietaria di un negozio di fiori in centro. A sua volta Davide (Favino), scrittore di successo di romanzi per ragazzi, convive con Lorenzo (un Luca Argentero assolutamente tutto da scoprire e rivalutare), un pubblicitario creativo. Del gruppo fanno parte anche Roberta (Angiolini), amica di Lorenzo appassionata di astrologia che si droga e ha una bassa considerazione di sé; Neval (Ylmaz), traduttrice e interprete sposata con un poliziotto balbuziente e umbro DOC (Timi); Sergio (Fantastichini), che è stato un ex-compagno di Davide, nullafacente che vive con una piccola rendita eredità della madre. Paolo (Michelangelo Tommaso che per me sarà sempre Filippo, il figlio un po’ tonto di Ferri di “Un posto al sole”), appena entrato in contatto con il gruppo, laureato in medicina, grande fan di Davide e bisessuale.

Lorenzo involontario protagonista, è colpito da un ictus durante una delle loro allegre e colorate cene ed entra in coma. Sulla panca dell'ospedale gli amici veglieranno il suo sonno, in attesa della ricongiunzione del loro mondo affettivo e del ripristino dello status quo.

Intorno a loro girano meravigliosi personaggi minori, come Lunetta Savino nel ruolo della matrigna di Lorenzo e Milena Vukotic, infermiera rassegnata alla sua vita ed al suo lavoro, capace di una triste ironia irresistibile.

Il film è tutto qui, nell’attesa del dolore e della sua assimilazione.

Nello sgretolamento del mondo che la piccola “comune” si era costruito. Un mondo solido, vivo. Fatto di legami forti, tra persone diverse eppure uguali. Che si conoscono come le proprie tasche nonostante le diversità.

 

Almodovar italiano?

No, non credo. Non mi piace il paragone.

Ferzan non ha la violenta satira dissacrante di Pedro, è più un fine cesellatore di sentimenti. Gli manca anche l’esplosione colorata e lo studio del colore che caratterizza lo spagnolo.

L’unica cosa che hanno in comune è, forse, la coralità dei loro racconti ed il non aver paura di esplorare certi tipi di rapporti ritenuti “non convenzionali”. Ma basta parlare di una coppia omosessuale per essere il nuovo Almodovar?

 

Molta parte della critica non ha apprezzato il film; l’hanno definito manieristico e stantio, e forse in parte è vero.

Ma non bisogna mai dimenticare che quello che forse rende grande un film è l’empatia con il telespettatore.

E io sono quattro giorni che continuo a pensarci.


Continuo a pensare a quanto il personaggio di Roberta (abuso di droga a parte) mi somigli. Con le sue paure, le sue insicurezze e la certezza di essere un disastro su tutta la linea. Il tutto mascherato da un’allegria sopra le righe che spesso caratterizza anche me.

Nel suo peregrinare all’ospedale, non riesce mai ad entrare a visitare Lorenzo, come se non vedendolo negasse la sua malattia. E nel momento della sua morte, mentre tutti vanno a dargli l’ultimo saluto all’obitorio,  lei si ferma. Non ce la fa, non riesce a girare l’angolo arrotondato dietro al quale c’è la verità che non può più negare.

E rimane lì, incapace di superare un ostacolo troppo grande lei, incapace di vivere.

Proprio come ho fatto io.

Come se non vedere, riuscisse a modificare una realtà innegabile.

Come quando senti la sveglia, e metti il repeat per passare cinque minuti in più.  Ma non è che non ti devi alzare lo stesso, e magari dovrai pure fare le cose di fretta.

Come una pianta ha cui giardinieri inesperti hanno troncato le radici, Roberta senza Lorenzo si sente persa, senza punti di riferimento. Inchiodata ad una vita, al trascorrere dei giorni senza una bussola ad orientarla. Senza sapere cosa fare e dove andare.

Forse mi ha colpito perché è proprio così che mi sento anche io.

I miei punti di riferimento mi hanno abbandonato con motivazioni più o meno irreversibili, ed ora mi ritrovo a navigare a vista.

A dover camminare con le mie gambe.                        

Non che non sia giusto, in fondo ho 31 anni e si suppone che sia ora.

Forse ho fatto sempre troppo affidamento sugli altri, sugli affetti che credevo veri.

Ed ora è il momento di affrontare le cose. Da sola.

 

L’ultimo pensiero di Lorenzo prima dell’ictus era stato “Non voglio novità, colpi di scena. Voglio che tutto rimanga così per sempre. Anche se per sempre non esiste”.

No, non esiste.

Tutto cambia e non sempre questo è un bene.

 

Anche se non si hanno i pianeti contro…

 


PS. A scanso di equivoci, fatevi il piano astrale anche voi!



l'ha scritto phoebe1976 | 11:39 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, doveva succedere proprio a me
commenti (13)


martedì, gennaio 09, 2007  
Un buon non-compleanno

Da bambina, il personaggio delle favole in cui più mi ritrovavo non era né Cenerentola, né Biancaneve. Non mi sentivo la Bella Addormentata punta dal fuso, né Cappuccetto Rosso che porta il pranzo alla nonna inconsapevole del lupo cattivo che l'attende nel bosco.

Il mio personaggio preferito era ed è Alice.

Alice è sbadata, curiosa e pigra.

Insomma, è esattamente come me.

Sognatrice distratta e discontinua, ricca di una immaginazione che trascende i confini del sogno e della realtà, capace di addormentarsi in un prato e ritrovarsi incastrata in un sogno surreale.

Ma dorme davvero, poi?

Da bambina potevo passare ore a cantare davanti ad una versione (molto trendy e tecnologica per l’epoca) di lettore VHS tutte le canzoni della versione Disney, con mia sorella (ancora priva dell’orrido fidanzato) seduta accanto a me.

Dite la verità, ora capite molte cose in più di me.

Vero?

 

Mia madre si chiedeva sempre, e credo lo faccia tutt’ora, cos’è che spinga Alice ad inseguire il Bianconiglio ed a incaponirsi così tanto per sapere dove vada a ficcarsi e perché mai sia in ritardo, nonostante lui la tratti con malcelata indifferenza.

Vedi? E’ scema!” mi ripeteva.

E io omettevo di dirle che il Bianconiglio lo avrei seguito volentieri anch’io giù per la sua tana senza fondo, se solo fosse passato per i colli del Trasimeno scuotendo il suo grosso orologio a cipolla mezzo incriccato.

Di Alice mi ha sempre attratto il colore sfavillante, l’immaginifica immaginazione che che anima tutto trasfigurandolo in essere umano ed in una girandola di personaggi al limite massimo del non-sense. Il Cappellaio Matto, la Regina di Cuori, la Lepre Marzolina, il ghigno dello Stregatto, il Brucaliffo, solo per citarne alcuni.

Immaginazione, non-sense e testa perennemente tra le nuvole.

Proprio come me.

 

Ingenua, Alice, da non rendersi conto che lo Stregatto la prende in giro con indovinelli senza senso e che la Regina di Cuori non è proprio una personcina del tutto normale, specie perché maltratta i fenicotteri rosa ed il pavido marito.

Guarda il mondo ad occhi sbarrati, Alice, vedendo oltre le cose.

Canta insieme ai fiori, insegue i palmipedoni.

Immaginando quello che non c’è, specialmente proprio dove non c’è.

 

E io sono davvero così, incapace di vedere il male e di immaginare la cattiveria delle persone.

Come novella Alice, non riesco mai a riconoscere il nero e guardo il mondo e la gente ad occhi sbarrati.

Se da un lato tutto ciò è molto bello, perché permette di conoscere persone meravigliose e di avvicinarsi senza filtri alle cose belle della vita, dall’altro stramaledico tutti i giorni il mio carattere ingenuo, che riesce a vedere del bene in tutti.

Ingenua, sì. Incapace di ragionare con malizia.

Schiaffeggiata dalla vita se poi vengo a sapere che qualcuno "trama" all'ombra della mia esistenza. 

Sempre stupita della cattiveria, quando si manifesta.

Scema, direte voi.

Bèh, lo dico anch’io.

Ma sempre dopo aver battuto bene bene il naso contro la porta chiusa della tana del Bianconiglio.

E mi dico sempre: “Cambierò!”, ma poi non lo faccio mai.

 

Ma dovrei?



l'ha scritto phoebe1976 | 17:41 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, musica e cinema, doveva succedere proprio a me
commenti (25)


lunedì, novembre 20, 2006  
Grande festa alla corte di Francia

Sull’onda del successo di de “Il giadino delle vergini suicide” (tratto dall’opera prima di Jeffrey Eugenides) e di “Lost in Traslation”, Sofia Coppola ci trasporta in un battito di ciglia adeguatamente truccate nella sfavillante corte di Versailles di fine settecento per farci conoscere, vivere e amare come la più odiata regina di Francia: Maria Antonietta.


La regista e la pubblicità mi avevano promesso un’opera rock, una sorta di Moulin Rouge ambientato dentro la bellissima scenografia di Versailles e affogata da disperazione e crinoline.

Ci avevano promesso l’attullizzazione di un personaggio nato già moderno, una Lady D di tre secoli fa.

Avevano promesso l’affresco della vita di una regina-bambina che non riesce a crescere, che non sa nulla del mondo fuori le mura della reggia, che alla ragion di stato ed al dovere sacrifica la sua vita ed il suo cuore, rifugiandosi in un mondo di scarpe, pizzo, minuetti e gioco d’azzardo e sublimando in sé gli orrori di una corte imbalsamata ed ammuffita nell’etichetta pomposa ed instupidita dal troppo lusso e dall’ingordigia.

Tutte, o quasi, le promesse vengono disattese.


Meravigliosi costumi, che ti vien voglia di imbragarti in un bustino e di incipriarti i capelli.

Colonna sonora da urlo, niente da dire.

Fotografia meravigliosa e scenografia mozzafiato, per carità.

Ma la storia, sebbene risaputa, latita.

La prima mezz’ora scorre fluida ed ingannatrice, lasciando presagire grandi cose.

Poi il film si aliena da sé stesso diventando monocorde, a tratti noioso e futile.

Superficiale, in una parola.



Kirsten Dunst è perfetta nel ruolo della ragazzina sbattuta dentro il carrozzone di Versailles senza una preparazione adeguata; ma il film percorre all’incirca venti anni di storia (ed è forse questo il suo limite più grande) e la sua interpretazione diventa presto sopra le righe, incapace di emozionare.  Troppo presa dall’avere parrucche sempre più alte, vestiti sempre più belli ed affogata da centinaia di scarpe (Ah, ci fossero state le Manolo all’epoca!!!), diventa una caricatura senza spessore.

Ma non è colpa sua.

I personaggi intorno alla regina vengono appena tratteggiati e non si riesce ad amarli. Anche la sua storia con il bel Fersen non appassiona, non intriga. E’ solo noia, senza nessun sex appeal. Il film scivola senza aggiungere nulla ai libri di scuola. Nulla di rilevante, almeno.

Sicuramente divertente, invece, l’interpretazione di Luigi XVI ad opera di Jason Schwartzman, la cui inettitudine trascende i limiti umanamente immaginabili, diventando una tenera caricatura di un monarca incapace.

Insomma, doveva essere la storia di una ragazza, di una di noi. E invece non emoziona, non riesce ad uscire fuori da una didascalica biografia con accenni intimisti.

Durante il film ho avuto più volte la sensazione che stesse per partire la voce fuori campo di Claudio Capone, intento alla spiegazione dei risvolti politico/economici del periodo storico in esame, ed è un peccato che questo non sia avvenuto.



Da salvare assolutamente, a parte gli aspetti tecnici sopra citati e davvero ineccepibili, la bellissima scena del ballo in maschera a Parigi, bellissimo videoclip dai colori meravigliosi in cui il minuetto è sostituito dal rock.

Molto intensa anche la scena finale, in cui Maria Antonietta saluta l’ultima alba che inonda di luce Versailles dalla carrozza che la porterà alla Bastiglia, sua ultima dimora.

 

Solo una domanda mi ha attanagliato tutto il film. C’erano tutti: Fersen, la Du Barry (una graffiante Asia Argento, qui nel suo ruolo naturale), la contessa De Polignac…



E Lady Oscar??????



l'ha scritto phoebe1976 | 12:14 | permalink | sick sad world, musica e cinema
commenti (28)


venerdì, aprile 07, 2006  
Robbba seria

Eccoci.
Siamo finalmente arrivati.
Ed è drammatico, terribile, terrificante.

Non è che sia così drammatico in verità.
E’ che per prendere una decisione così importante, uno ci deve riflettere.
Non può andare così a cuor leggero.
Proprio no.

E’ aprile.
Lo sapevamo tutti che avremmo dovuto prendere una decisione e che essa stessa poi influirà sulle nostre vite nei mesi seguenti.
Liti, discussioni, prese di posizione.
Confronti anche forti.

Ma ora dobbiamo decidere.

E’ il momento. Il NOSTRO momento.


Dove andiamo in vacanza???

All’inizio si era propense per la Croazia, ma siamo state sconsigliate.
Posto troppo pudico e noioso per giovani (o simil-giovani donzelle), specie considerando le vacanze passate.

Grecia? Ancora?
O
Spagna? Che pare essere molto cara?
Croazia?
Altre idee?

Io, personalmente, mi sono innamorata di Creta, tanto per mantenere il trend delle isole. Mi pare bella, piena di fascino e cultura.
Ma vorrei consigli.
Voi che ne dite?
Gradirei, gentile pubblico, che teniate in considerazione i seguenti elementi.
- siamo in un numero variabile da 3 a 5 donzelle
- le nostre ferie sono previste in agosto
- non abbiamo un budget ristrettissimo, ma gradirei non prendere una sassata come a Mykonos
- io personalmente gradirei un posto che possa essere un gradevole compromesso tra cultura ed intrattenimento mondano
- mare, mare, mare!

Fuori l’immaginazione e le vostre esperienze passate!
Conto su di voi!!!

Ah, ora che ci penso… non è che vi aspettavate altro?
Tipo una tirata pre-voto?
Perché quello oramai dovrebbe essere chiaro!
Per quello, incrocio le dita e spero nell’intelligenza e coscienza del popolo italiano.

Andate a votare!! E fatelo bene!!!!



l'ha scritto phoebe1976 | 17:57 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, mi consenta una parolina
commenti (14)


lunedì, marzo 20, 2006  
Le idee sono a prova di proiettile. Sarà vero?

Come si fa a dormire dopo aver visto “V for vendetta”?
Questo mi sono detta alle due di venerdì sera. Perché di carne al fuoco, nella mia testa, ce n’è troppa. TROPPA.
E dire che in genere tra i miei neuroni c’è un gran casino già a prescindere, consideratelo.

I fratelli Wachowski ne scrivono la sceneggiatura, tratta  dall'omonimo fumetto di Alan Moore, illustrato da David Lloyd e pubblicato per la prima volta sulla rivista a fumetti inglese Warrior tra il 1982 ed il 1985. Moore, senza entrare nel fastidioso spoiler, illustra una società inglese dispotica molto simile a 1984 di Orwell, in cui, in seguito ad una grave crisi interna ed estera, un partito unico di estrema destra ha preso il potere trasformando la Gran Bretagna in uno stato totalitario.
Questo comprende l'eliminazione del dissenso, delle minoranze, la costruzione di campi di concentramento ed un controllo totale delle attività dei cittadini.
A dominare su tutto, strumento del partito, il monopolio mediatico del governo (Ehm ehm... ricorda nulla?) e l’onnipresente televisione che troneggia in ogni dove, martellando la mente con idiozie fasulle e manipolando le notizie ad arte per creare nella gente il terrore ed instillare la PAURA.
Paura del diverso, dell’ignoto delle malattie (divertente il riferimento all’aviaria), della morte. Dimenticandosi della giustizia, della libertà, dell’autodeterminazione, del valore della vita.
Tutte belle parole di cui anche la nostra società si riempie la bocca, ma il cui significato reale sta venendo rapidamente dimenticato.

Tutto viaggia sui binari del piatto e perfetto terrore, finchè non arriva V.
A metà tra Zorro e una inespressiva bambola bukkaki. Insomma, un tizio tutto vestito di nero, con in faccia la una maschera di Guy Fawkes, il protagonista della fallita "cospirazione della polvere da sparo" del 1605, un complotto della nobiltà inglese cattolica per assassinare Re James I d'Inghilterra e altri nobili protestanti facendo saltare in aria la House of Commons. Un giorno che in Inghilterra è festeggiato, ma come uno scampato pericolo.

Chi è? Nessuno lo sa. E’ la gente, il popolo, la massa, è Edmond Dantes. E’ una bambina che corre per strada, siamo noi. Sei tu.
Ed all’improvviso il popolo, la sua frustrazione inespressa, la sua paura, sono tutti negli occhi tremanti di una splendida Natalie Portman, che perdendo tutto alla fine del tunnel trova la sua coscienza.

Non intendo rovinarvi la visione del film, voglio che lo vediate, ma la scena più bella ve la devo raccontare. Il dittatore (un tesserino a metà tra Hitler, Topolino e Gandalf) parla alla nazione mettendola in guardia e cercando di arginare la pericolosa anarchia che presto si scatenerà. Parla in Tv, certo. Tra i salotti, le cucine ed i bar dove prima si accalcava la gente sono vuoti.
Parla al nulla.
Al vuoto.
L’incanto è rotto.
Gli occhi sono aperti.

A parte le critiche sottese all’amministrazione Bush e, specchio riflesso qui in Italia, al nano liftato (ah, questo blog è schierato a sinistra se lo volete sapere, ma accetta volentieri il contraddittorio ed il dialogo. Se voi non lo accettate, ecco la porta), ciò che colpisce è il parallelismo tra la gente del film e NOI, gente vera. Seduti in poltrona a ciucciare le notizie sull’aviaria, su Cogne, sulle veline  e sull’ultimo importante tronista della De Filippi, abbiamo perso di vista l’orizzonte.

Negli anni’70, i temuti anni di piombo, ovunque si parlava di politica: nei bar, dal parrucchiere, dal meccanico, in TV. E tutti ne erano interessati, ognuno aveva la propria idea, non solo l’intellettuale. Oggi no, parlare di politica non è mica trendy. Avere un’idea non è importante. E se uno ce l’ha è subito tacciato al volo di estremismo e di essere allegro come un aspirante suicida.

FASCISTA DEL CAZZO.
COMUNISTA MANGIABAMBINI.

Poi accendi la TV e guardi un reality.
O magari, se sei proprio troppo avanti, leggi Dan Brown.
Il massimo.

Il riflusso nel privato è oramai arrivato ai suoi massimi livelli e sta uccidendo il nostro paese. Questo lo sta uccidendo, non l’influenza dei polli. Siamo diventati un paese frivolo, preda di un materialismo consumistico che non riusciamo a permetterci. La Milano da bere degli anni ’80 non esiste più o magari non è mai esistita. Oppure se l’è bevuta qualcuno, ma non sono stata io, giuro!

Di politica, di sociale, di valori si deve parlare. Meglio se con gente che non la pensa come te, che viene da realtà e culture diverse perché il contraddittorio politico (finché dura…) è l’anima di tutto. Sennò come si cresce? Certo, teorie ed idee vanno argomentate e ci si può accalorare, prendere fuoco.
Ed è questo il bello, sentirsi dentro le cose.

Tutta questa tirata, per arrivare… dove?
Dove Phoebe?

Tu, proprio tu?

Tu che hai sempre sostenuto che la politica è come la religione, un’idea personale e privata. Proprio tu?

Tu che parli di scarpe e amori impossibili, di frequentanti e tendenze, TU OSI PUNTARE IL DITO?

Sì, io. Ho cambiato idea. Che non si può??
Come direbbe mia nonna: "E' ora che basta."

Qualcosa da dire?

Ora, scusatemi. Mi vado a rasare i capelli.

Riflettete, gente…

l'ha scritto phoebe1976 | 10:25 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, mi consenta una parolina
commenti (65)


venerdì, marzo 03, 2006  
Run, baby, run!

Per salvare il blog dalla paranoia nichilista e dalla depressione e me stessa dalla visione ripetuta nella mia mente degli ultimi episodi salienti della mia vita (e senza considerare questo fastidioso mal di denti, che mi fa desiderare ardentemente di avere la dentiera) ho cercato di impegnare i prossimi giorni in una sfilza di impegni senza sosta.

Così, giusto per non aver tempo di piangermi addosso guardando il Festival dib sanremo, autocommiserando me stessa e la mia cellulite.

Ergo, il mio fine settimana sarà sfavillante, mondano e casinaro. O almeno, questo è sicuro, pieno.
Ma proprio PIENO.

Stasera
Concerto del grande vecchio, che approda a Perugia alle 21 e 15. A me e al solerte Giacomo i biglietti sono stati gentilmente forniti dagli inferi, a cui stiamo approntando un busto in marmo ricoperto di foglie d’oro a grandezza naturale.

Sabato mattina
Shopping!!!  Sta per arrivare la primavera e quindi l’estate, insomma il caldo. E per me non c’è momento migliore per sputtanare qualche euro in colori accesi e canottiere che poi guarderò languida finché il clima esterno non sarà per lo meno sufficientemente adeguato. Quindi, puntatine rapida al mercato e poi di corsa verso i miei negozi favoriti, !

Sabato pomeriggio e domenica
Siccome sono folle, e chi è folle ha sempre un discreto seguito, io e le mie amiche ci siamo iscritte alla Convention dell’Anno. Non dieci, non dodici, ma ben 15 ore di lezione con presenter provenienti da tutta Italia nonché da tutto il mondo.

Domenica sera
Svengo a letto, o tutt’al più mi metto a guardare uno dei miei telefilm preferiti che, come al solito, conosco solo io e altre 4 o 5 persone.

Dopo un fine settimana così, il lunedì tornare al lavoro sarà rilassante.
E di sicuro, vedrò tutto sotto una luce migliore, rilassata.

E magari sarà arrivata la primavera….

Update di lunedì 6 marzo: Non piove. NEVICA.



l'ha scritto phoebe1976 | 16:56 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema
commenti (21)


lunedì, febbraio 06, 2006  
Ogni civiltà deve saper negoziare un compromesso con i propri valori

Nel 1972 io non ero nata.

Delle Olimpiadi di Monaco, dell'attacco terroristico che nel Settembre del 1972 portò alla morte di 11 atleti israeliani sequestrati nel villaggio olimpico della capitale bavarese e di quel periodo storico conosco solo quello che raccontano i documentari periodicamente riproposti o le memorie che mio padre tira fuori ogni tanto.
Un po’ poco, lo ammetto.

E come sapevo, e forse ancora sò, poco di quest’epoca, così nulla conosco del conflitto israelo-palestinese, e non ho mai nemmeno preteso di capire,  se non che dal film sono