La stanza di Phoebe
martedì, aprile 29, 2008  
La passeggiata
Domenica sera di primavera, ore 21.

Vado a mettere il gasolio, che già in questi giorni non è una prospettiva allettante ed entusiasmante.
Scendo, metto i miei 20 euro nella macchinetta che solo al quinto tentativo decide di non sputarmeli con ribrezzo.
Infilo la pompa nel serbatoio con maestria consumata (ndr. niente allusioni sessuali, pliz) e mentre metto il gasolio inizio a guardarmi intorno.
La stazione di servizio è ancora relativamente affollata, visto che si tratta di un distributore indipendente che fa pagare ancora il gasolio a €1,28/litro. Sempre di ladrocinio si tratta, per carità, però almeno mi sembra di trovarci un barlume di onestà. O di furbizia, dipende.
In ogni caso di convenienza per me.

Ad ogni modo noto che al limitare della strada c’è una prostituta vestita (poco) di bianco.
Mi ero dimenticata che questa pur essendo una zona residenziale di notte diventa la passeggiata di decine di prostitute straniere e non, e questo nonostante le vibranti proteste di chi ci vive e non vorrebbe vedere certe cose.
Che però esistono.

E lei se ne sta lì.
La ragazza in bianco fuma distratta una sigaretta ballonzolando da una zeppa con tacco 12 all’altra nell’aria fredda della sera.
Penso contemporaneamente che questa primavera non vuol proprio arrivare e che lei non avrà nemmeno diciotto anni.
Mora, magra e troppo truccata, si appoggia al lampione con la noncuranza di chi non aspetta più nulla.
Chissà quanti mila chilometri sarà lontana da casa e chissà se pensa mai a tornarci, se c’è qualcuno che l’aspetta o solo che si chiede che fine abbia fatto.

Chiudo il tappo del serbatoio e il rombo di una macchina mi fa sussultare.
E’ un ragazzo, avrà circa la mia età o poco più, che guida una Clio. Dalla macchina scende al volo un’altra ragazza con una minigonna di jeans così corta da essere praticamente inutile che si posiziona accanto alla collega. La macchina riparte facendo fischiare le gomme come se volesse allontanarsi il più velocemente possibile, lei si accende una sigaretta chiacchierando con la ragazza vestita di bianco.
Chissà cosa si raccontano.
A guardarla in viso sotto al trucco pesante questa sembra ancora più piccola di quella vestita in bianco.
Salgo in macchina e mi preparo ad incanalarmi in strada, quando una Mercedes ultimissimo modello mi taglia l’uscita e si piazza a fianco delle due.
Una breve contrattazione, poi entrambe salgono in macchina e vedo la macchina sparire nella notte.

Me ne torno a casa disgustata e con un mattone nel cuore.
In che mondo viviamo? L’ho sempre saputo che l’essere umano è una creatura schifosa e abietta, ma vederselo sbattere in faccia così fa sempre male.

Che genere di uomo paga per fare del sesso con una ragazzina truccata e vestita in modo volgare raccattata al lampione di un distributore?
Che uomo approfitta della sua condizione, incentivando il mercato comandato da coloro che abusano di lei?
Che uomo non si sente rimestare il sangue nel profondo pensando che potrebbe essere sua figlia ad avere negli occhi quel disincanto che segue il buio della disperazione e la fine di tutte le lacrime?

Parlandone una sera a cena, tutti i maschi seduti alla tavolata direbbero inorriditi “Non io! Io mai!”, eppure il ragazzo con la Clio dimostra che non sono solo vecchietti vedovi con l’Ape Piaggio ad andare a puttane.
Anzi.
Tutt’altro.

Se da un lato mi invade il disgusto più feroce, dall’altro non posso non provare pena per delle povere ragazze vittime spesso di racket sanguinari e violenti, sbatacchiate in giro per quella meravigliosa Italia vista n TV in cui credevano di trovare il Paradiso ed in cui invece hanno trovato l’Inferno.
Qui non si parla della ragazza/donna che ha scelto di fare il mestiere più vecchio del mondo e magari chiede pure di pagare l’IVA e tutte le tasse, ma solo se le riconosceranno la pensione a tempo debito.
Si parla di sfruttamento, riduzione in schiavitù, mercificazione della persona umana. Tutti reati che passano sotto silenzio, perché tutti sanno ma nessuno fa nulla.

Perché è una lotta contro i mulini a vento.
Perché si lotta contro la natura stessa dell’uomo in quanto tale, che se può depreda.
Sfrutta. Abusa dei suoi stessi simili.
Ed è anche ipocrita. Infila la testa sotto la sabbia e nasconde alla sua morale i pruriti che lo attanagliano nel profondo.


E’ l’uomo…



l'ha scritto phoebe1976 | 23:02 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
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lunedì, aprile 14, 2008  
Fioretto
La mia grande passione è leggere, credo sia ampiamente risaputo.
Altra cosa notoria è la mia irrazionalità nell’acquisto di libri.
Quello che per molte donne sono le scarpe, per me sono i libri.
Devo averli, accatastarli, coccolarli, guardarli, spolverarli.
E, ovviamente, leggerli.

Non c’è negozio on line, ipermercato, piccola libreria o grande franchising che regga: la tentazione è sempre troppo forte.
E così mi sono scoperta ad avere un bel pacchetto di arretrati che prende polvere nella Billy color betulla diventata velocemente troppo piccola ed affollata.
Così tanti che mi vergogno ad inserirli tutti nella mia libreria virtuale di Anobii.
E dire che ce ne sono parecchi.
Nonostante la mia velocità inaudita nella lettura.
Cavolo.
Sono davvero pessima.

Lì in attesa ci sono tutti i generi letterari che potete immaginare, da un paio di fantasy di Licia Troisi all'ultimo di Zadie Smith, passando per classici come Moby Dick ed Anna Karenina (comprati in momenti di opaca follia e smania di innalzamento intellettuale poi vanamente evaporata). Ma anche un paio di Palahniuk, una spruzzata di gialli made in Africa di Miss Alexander McCall Smith, qualche italiano sparso, un vasto assortimento di opere prime (come il monumentale “Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl) e tutto quello che di appetitoso posso aver adocchiato in momenti di depressione, scazzo o semplice mania ossessivo-compulsiva.
Senza contare i regali.
Ed i libri in inglese.
Insomma, ce n’è da leggere.
Io li vedo, quei libri lì.
Mi guardano male.
Ce l’hanno con me, si sentono abbandonati.
Tristi, solitari, impolverati.
Ho paura che una notte si coalizzeranno e mi cadranno tutti addosso per soffocarmi.
Che morte orribile.
Tremenda.
Orribile.

Quindi, sia per motivi economici che scaramantici, sia in ragione della giornata particolare di oggi, ho deciso di fare un fioretto.
Un ex voto.
Proprio come si usava una volta.
Non comprerò libri finché non avrò letto tutti quelli che ho comprato.
Tutti.
Lo giuro.
Nonostante le necessità coercitive ed incombenti.

Ebbene sì, ho detto tutti.

Ci riuscirò? Resisterò alla tentazione?
In palio ci metto una cosa a cui tengo molto, quindi spero di vincere la lotta contro la mia assuefazione.
Cosa c’è in palio?
Qual è il premio per il mio fioretto?

Non ve lo dico nemmeno sotto tortura…



PS. Il fioretto riguarda solo l’acquisto di libri. Se vi sentite tristi per me e mi volete regalare qualche bel tomo, fate pure!!!


l'ha scritto phoebe1976 | 21:36 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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lunedì, aprile 07, 2008  
Quando una farfalla sbatte le ali a Pechino, a New York piove.
La matematica mi è sempre piaciuta, sin da piccola.
La mamma e il papà litigavano?
I compagni mi prendevano in giro?
La maestra e tutti gli adulti intorno non mi capivano o consideravano a sufficienza?

La matematica era un rifugio sicuro, diverso dalla lettura perchè scevro dalle interpretazioni, dai sogni e dalla fantasia.
Quando avevo bisogno di certezze e di quiete, sapevo che le avrei sempre potute trovare nel mondo dei numeri, in una dimensione in cui tutte le domande (o quasi) hanno sempre e solo una risposta univoca e tutto viaggia liscio e tranquillo fino al risultato finale.
Ed ho sempre pensato che sarebbe stato bello, utile e giusto applicare i fondamenti della matematica e della logica alla vita quotidiana.
Ovvio.
In fondo tutte le forme della natura sono calcolabili con la matematica, seppure non riconducibili ad un sistema lineare: dalla disposizione delle foglie sull’albero alla forma dei fiocchi di neve, fino al disegno scolpito sul guscio di una lumaca.
Perchè non potrebbe essere applicata a tutti gli aspetti della vita?
Non dovrebbe risultare difficile, certamente non come far capire la differenza tra "2X0" e "2+0" al ragazzino diciottenne capoccione coi capelli blu a cui facevo ripetizioni per mantenermi all'Università.
Che si deve fare per vivere…
 
Fin qui il mio discorso non fa una piega, ma non tiene conto di una realtà molto importante negli esseri umani: i sentimenti umani.

Queste strane combinazioni di sinapsi che viaggiano a millemila chilometri al secondo dentro le nostre teste, generando panico ed agitazione tra i neuroni che li abitano, sono fuori dal controllo razionale della matematica e della logica.
La gelosia, la rabbia, l'invidia, l’odio non sono logici.
Ma soprattutto è l'amore ad essere illogico.
Già, l’amore. Non è solo il più sovrastimato ed abusato dei sentimenti, ma è anche quello che meno si addice al rispetto dei canoni matematici e logici.
L’amore è di per sé palesemente illogico, in tutte le sue manifestazioni reiterate.

A rigor di logica, una conoscenza approfondita e continuata (A), accompagnata da una motivata comunanza di interessi (B) e da una certa dose di attrazione fisica (C) dovrebbe sfociare in amore (D).
A+B+C = D.
E invece manco per niente.
A+B+C  in 99 casi su 100 non farà mai D, ma sempre qualcosa di meno. O in più. O di completamente diverso. E l’incognita che fa sterzare il risultato non è quantificabile in una X qualunque, con un numero identificabile in
X = A+B+C +/- D.
Non sfocerà in una specie di grafico analitico, ma è un mistero indecifrabile che fa girare il mondo come e più della forza di gravità.
Se è vero che l’amore è indecifrabile per definizione, nemmeno i suoi percorsi sono esplorabili tramite la logica.

L’amore rende ciechi, sordi e muti proprio come le tre scimmiette.
Rende ignari del mondo circostante, fragili e vulnerabili agli attacchi di chi il nostro amore, oggettivamente parlando, proprio non se lo merita. L’amore rende inutili i consigli degli amici e degli affetti più cari, di tutti coloro che scuotono la testa davanti alla follia e mettono una mano sulla spalla allo sciagurato malcapitato.
Ma se è vero che i colpiti dai dardi di cupido galleggiano ad almeno dieci centimetri da terra ignorando fulmini e tempeste, nonché elefanti parcheggiati in salotto, è vero anche che appena si rimettono i piedi per terra la logica non ritorna a dominare.

L’amore rende cattivi, egoisti, machiavellici.
L’amore tradito, abbandonato, rifiutato, si ribella e soffia come un serpente a sonagli.
Anche quando la logica vorrebbe sotterrare tutto e seppellire quel che è stato per iniziare a vivere di nuovo.

Ma l’amore ci piace, proprio così com’è.
Ci fa respirare, vivere, ci inonda i polmoni di ossigeno.
Fa battere il cuore più forte, accende gli occhi, dà senso alla vita che inizia ad essere diversa da com'era prima. Già, come'era prima?
Te lo ricordi?

L’amore anelato, aspettato, litigato.
Illogico.
Tormentato.
Oppure da favola.

A+B+C non fa D.

Ma non importa.
Anzi, forse è meglio così. E’ così importante essere logici?
Dare a tutto una casella da in cui inserirsi, un cartellino con su le istruzioni.
Non si può, l’amore sfugge alle catalogazioni.

Ma va bene esattamente così…


l'ha scritto phoebe1976 | 22:54 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
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venerdì, marzo 21, 2008  
Dell'elogio della mediocrità
L'Italia di problemi ne ha tanti.
Chi sono io per negarlo?
E' sotto gli occhi di tutti.
E' afflitta da tanti mali che ne impediscono lo sviluppo e la prosperità, sia economica che culturale: la mafia, l'ignoranza, Berlusconi, l'arroganza, il Vaticano, un apparato statale che funziona come la balena di Pinocchio.
Se ne parla sempre, in maniera più o meno obiettiva, e dappertutto.
Senza trovare soluzioni logiche, però.
Problemi troppo grandi, forse.

Logiche troppo complesse e distanti, magari.

E allora torniamo alla vita di tutti i giorni, per capire se questi "grandi mali" se ne stiano annidiati pure lì oppure no.
Taciturni e vigili, come gli occhi gialli di un gatto appostato al buio.
 
Quello che emerge dalla quotidianità, spietato e cinico, è l'elogio della mediocrità che è intorno a noi.
 
Sei intelligente, capace, propositivo, rispettoso, creativo e pieno di idee? Se non conosci nessuno è assai difficile che tu faccia carriera, ma anzi verrai etichettato come "rompiballe" in meno di dieci minuti d'orologio.
Troppo smanioso, controcorrente, fastidioso come le zanzare d'estate. E io di zanzare, vivendo sul Trasimeno, me ne intendo. 
Credetemi.
 
Sei un leccaculo senza arte nè parte, ma bravissimo nell'arte di allungare la lingua e muoverla a colpetti rotatori senza tapparti il naso? Tranquillo, un posto per te ci sarà sempre, specie se sei esperto nel maneggiare la cattiveria e il cinismo.
E se lavori in un ufficio pubblico, senza nemmeno accorgertene se farai un numero sufficientemente alto di parole crociate la tua scrivania lieviterà magicamente ai piani alti. Ma tranquillo, pure se lavori in una azienda privata, se stai zitto e dici sempre di sì, accumulerai tanti piccoli privilegi e coccole buoniste. Se poi spii e denigri i colleghi ad ogni occasione possibile, ancor di più. Se sei donna e ti vesti come una delle Pussycat Dolls sventolandola sotto il naso del capo, anche meglio.
Ogni cosa che farai sarà lodata e stra-lodata perché, in fondo, l'hai fatta e non importa né come né quando.
 
Tu, abile ed intelligente, ti devi adattare.
O diventi come loro o continui a fare le tue cose per bene nell'ombra, senza però sognarti mai di ricevere un benché minimo apprezzamento. Anzi, a lagnarsi passi pure per Calimero perciò se non ti senti in grado di effettuare la "giusta" trasformazione puoi solo startene zitto e buono aspettando il giorno di paga.
E zitto se i colleghi lavorano la metà di te, se allo squillare della campanella fuggono come cavalli selvatici lasciandoti con una pila di pratiche tristi e desolate che il tuo senso del dovere ti impedisce di abbandonare a loro stesse o ti scaricano sulla scrivania tutto quello che non gli va di fare chiedendoti "per favore" con un sorriso più falso di una moneta da tre euro.
Amico mio caro, c’è poco da fare: il tonto sei tuo.
Il potere della ruffianeria e della piccineria, un'arte di cui sei sfornito, vincerà sempre.
Ed è anche abbastanza tipico di quest’Italia arruffona e del tiriamo-a-campare, dove anche a scuola se sei bravo sei sfigato e secchione a prescindere.
 
Sembra paradossale.
Sembra una giustificazione per qualcosa che non riesce, per una insoddisfazione personale.
Per inettitudine.
Ma non è così.
O almeno non lo è sempre.
 
Mio padre mi recita sempre il balzello "Le persone intelligenti danno fastidio, perchè mettono in difficoltà le stupide". Sarà vero? Sarà che è più facile avere a disposizione dipendenti e/o sottoposti non tanto svegli per non dovercisi confrontare tutti i giorni?
E' davvero solo una questione di chi-ce-l'ha-più-lungo?
 
E quindi?
Che si fa?
Ci si arrende davvero al destino cinico e baro?
Si diventa come Dilbert?
Oppure si scende a compromessi e ci si adegua al comune pensiero?
 
Oppure si gioca il jolly.
L'idea dell'apertura del bar sulla spiaggia in Costarica non mi sembra malaccio.
No, non una fuga.
Proprio un volare verso altri lidi fottendosene di chi è ottuso come le mucche quando ruminano, un cambio di vita radicale.
 
E che vita...



l'ha scritto phoebe1976 | 20:58 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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martedì, marzo 18, 2008  
Sharks

Febbraio 2000.

Ore 23:30.

Fuori piove.

Devo ancora finire di lavorare al quarto capitolo della tesi e non mi va.
Sono stanca.
Stufa e stanca. Ma più che altro stanca. Il mio cervello si rifiuta di ragionare, ha bisogno di aria fresca.
E se provassi a fare un giretto in Internet?
Massì, via.
Accendo la connessione (via telefono ovviamente) e mi vado a fare una brocca intera di Nescafè.
Tanto c'è tempo.
Sento dall'altra stanza il modem che compone il numero di telefono.
Quando torno con la tazza fumante in mano, sono on line.
Vado su Libero, guardo la posta.

Poi mi torna in mente che una mia compagna d'Università l'altro giorno alla macchinetta del caffè straparlava della chat di Yahoo, di quanto era interessante e divertente.
Perchè non farci un salto?
In fondo, che c'è di male? In una chat non ci sono mai stata...
Con i tempi biblici della connessione a 56k vado, compilo il form di adesione con la leggerezza e la noncuranza di chi non ha nulla da nascondere e sono dentro in un attimo.
Ok, non proprio un attimo, ma si fa per dire.
Ma che carino qui, con tutte queste stanze!!
Mmm... libri!!! Vediamo un po'... Ahm, mannaggia: è vuota!!
Proviamo un po' in quella della conversazione libera. Porca zozza la gente!!!
Subito arrivano gli squali.
 
Squalo n. 1
PeterPan: "Ciao bellissima, di dove sei?"
Phoebe: "Di Perugia..."
PeterPan: "Leggo sul profilo che hai 24 anni e sei single. Cerchi l'amore?"
Phoebe: "E chi non lo cerca?"
PeterPan: "Raccontami di te"
Phoebe: "Dunque, faccio Giurisprudenza, mi sto per laureare. Mi piace leggere, blabla, blabla. Blablabla, blablabla..."
PeterPan: "Lo sai che sono già un po' innamorato di te?"
Phoebe (attonita): "..."
PeterPan: "Davvero, sai. Sei così interessante"
Phoebe (sbigottita): "Grazie"
PeterPan: "Come sei vestita?"
Phoebe: "Mah... veramente sono in pigiama"
PeterPan: "Un pigiama sexy?"
Phoebe: "Ma no, un pigiama!! Di quelli di flanella, qui fa un freddo!!"
PeterPan: "E sotto, sotto come sei vestita"
Phoebe: "Vabbè, c'ho la canottiera"
Peterpan: "E le mutande?"
Phoebe: "In che senso, scusa?"
Peterpan: "Come ce l'hai"
Phoebe: "Normali, come ce le dovrei avere?"
Peterpan: "Perizoma?"
Phoebe: "Ma sei matto? Son seduta in casa davanti al pc, che lo metto a fare il perizoma? Figurati..."
PeterPan: "Dai, dimmi che c'hai su il perizoma"
Phoebe: "Ma perchè?"
PeterPan: "Vengo lì e te lo strappo a morsi"
Chiusura immediata della conversazione.
 
Squalo n. 2
Rocky: "Ciao"
Phoebe: "Ciao"
Rocky: "Sei nuda?"
Phoebe: "?????"
Rocky: "Ti stai toccando?"
Chiusura ermetica della conversazione.
 
Squalo n. 3
Uomodolce65: "Ciao"
Phoebe: “Ciao”
Uomodolce65: “Sono eccitatissimo, e tu?” 
Chiusura della conversazione, corsa allo strappo della presa del telefono dal muro, disinfestazione del PC con alcol denaturato e conseguente ritorno con sospirone di sollievo alla modifiche del codice di Procedura Penale su cui verte il capitolo 4 della tesi di laurea.
 
Ovviamente non sempre va così, su Internet non ci sono solo matti, pedofili, pervertiti e repressi. Anche se non necessariamente in questo ordine. 
Comunque è un mondo dove è facile perdere il contatto con la realtà e trovarsi, per noia o solitudine, a parlare con gente sconosciuta come se fosse il compagno di banco delle superiori o il vicino di pianerottolo. Dove è anche facile credere di aver costruito rapporti "veri", quando invece sono solo castelli di carta e di parole.
Ma questo accade anche nella vita reale.
Nonostante l’esperienza traumatica, dopo un paio di anni divenni per una serie fortuita di circostanze una fedele adepta del Forum di Clarence (sì, lo confesso: sono la “Phoebe” di Clarence!). L’ambiente era informale, si chiacchierava di tutto e la gente che lo frequentava era divertente e  variegata. Lì ho incontrato persone interessanti, ho visto nascere amori reali, ho coltivato amicizie.
E come tutte le cose belle, anche quell’esperienza finì, un po' per motivi tecnici (il forum crollò fisicamente, come fu possibile, proprio non so), un po' per mancanza di tempo.
Succede.
E' la vita.

Tutti gli amori che ho visto nascere però, non sono stati amori virtuali.
Internet è stato solo il tramite, un modo di fare conoscenza e niente più di questo. 
Niente pathos fatto di byte, incontri pianificati e studiati o traversate dell’Italia inseguendo l’ammòre.
E niente sesso virtuale,  sempre che io sappia.
E non mi sorprende affatto.
Perché, banalmente o meno, l’amore ai tempi di Internet è identico all’amore di sempre, fatto di pelle, cuore, sangue, occhi, mani.

E di molto altro…

Ps. Questo e molto altro lo trovate su Rotocalco. Non perdetevelo!!!



l'ha scritto phoebe1976 | 14:09 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, normale amministrazione, doveva succedere proprio a me
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mercoledì, marzo 12, 2008  
Differenziamoci
Io sono facile agli entusiasmi.
Mi appassiono alle cose e mi faccio prendere la mano.
Così, in men che non si dica, da semplice attività o curiosità, diventa presto una mania.
Incontrollata.
Ed incontrollabile.
Sicuramente non facile da gestire per i miei familiari ed amici.

Ecco, stavolta mi sono appassionata ferocemente alla raccolta differenziata.
Non so come mai finora avessi deliberatamente ignorato l’argomento: pigrizia, disinteresse, noncuranza.
Poi due settimane fa mia madre è tornata a casa dall’ennesima lezione di yoga con questa idea brillante per migliorare il paese, il mondo e un po’ anche l’universo.
La vogliamo fare?
Considerando che il Umbria la raccolta differenziata è effettuata da meno del 35% degli abitanti, ho calcolato che era proprio arrivato il momento di darsi una svegliata.

Ho iniziato titubante, ignara dei meccanismi che dividono i rifiuti in macrocategorie:
- organico
- carta
- plastica
- vetro
- alluminio

Per esempio, il tetrapak dove va?
E’ plastica o carta?
Dopo attente ricerche mi hanno fatto notare che la scritta “CA” impressa sui contenitori (che vanno sciacquati prima di essere messi a riciclare) li annoverano di diritto tra la carta in seguito ad una convenzione internazionale.
Ma questo non potevo saperlo.
E le buste della corrispondenza?
Ovviamente nella carta, ma la finestra di plastica sul retro va tolta ed accatastata tra la plastica.
Stesso discorso per le etichette sulle bottiglie di plastica: vanno staccate e buttate tra la carta.
Tutto fa brodo.
E le bottiglie del bagnoschiuma e dei prodotti per capelli? Possono essere riciclati anche quelli? No, perché da quello che sapevo non tutti i polimeri della plastica sono riciclabili allo stesso modo. Io già non so cos’è un polimero, come faccio a distinguerli? Il mio unico 5 alle superiori era in chimica, mi servirebbe un Bignami.
Sto anche meditando di coinvolgere mio padre, ex ragioniere con velleità pseudo-agricole, nella creazione e nell’uso del compost in un angolo  apposito del giardino. Sì, vabbè, puzza un po’. Forse pure più di un po’.
Ma volete mettere la soddisfazione?

Ah, poi c’è tutto quello che non si ricicla, ahimè.

Esagerata?
Può darsi.
Ma ad essere sincera mi esalta l’idea del recupero di materiali che sembrano destinati al macero ed all’inutilità. L’idea che possano essere lavorati con un dispendio di energia  minimo e riportati a nuova vita mi affascina quasi come il tema della reincarnazione.
Che poi per me la trasformazione di lattine, cartoni, bottigliette di plastica e affini in qualcosa di completamente diverso è un mistero gaudioso proprio come le lacrime della Madonnina di Civitavecchia, quindi non chiedetemi dettagli  tecnici per carità.

Però forse fare qualcosa per questo nostro pianeta allo sfascio si può.
Magari è una goccia nel mare, ma costa così poco che è uno sforzo affrontabile con scioltezza e un piccolo impegno da parte di tutti.
Che il pianeta è nostro, dei nostri figli e lo dobbiamo trattare bene, ecc ecc. Lo abbiamo capito tutti questo, no? Eppure non funziona. Il Italia siamo fanalino di coda, la pecora nera del riciclo (e di un sacco di altre cose, ma stendiamo un velo pietoso).
Però vi informo che nel mio comune se fai la raccolta differenziata (nel resto d’Italia non so) e porti tutto alla Ricicleria ti danno una tesserina magnetica come quella del supermercato su cui raccogli punti. Alla fine dell’anno questi punti spazzatura non ti permettono di avere piatti, pentole e pressione o tovagliette di fiandra, ma uno sconto sulla TARSU.
Il ché, di questi tempi…

Certo, ora che c’ho la fissa del riciclo e guardo con soddisfazione i bidoni della plastica e della carta nel mio garage riempirsi con lo stesso occhio del padrone che vede ingrassare l’asino, fossi in voi starei attenta.

Ho grossi progetti.
Come iniziare a riciclare la carta in ufficio.
O utilizzare il riscaldamento solo quando strettamente necessario.
Sto meditando di abbandonare il latte detergente come struccante per eliminare la produzione di dischetti anti-ecologici non riciclabili, a favore di una più etica schiuma struccante.
Magari potrei mettere dei pannelli solari sul tetto.
E un piccolo apparecchio eolico in giardino per produrre energia elettrica homemade.




Fermatemi…





l'ha scritto phoebe1976 | 21:00 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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lunedì, marzo 10, 2008  
Naive
Era da un po’ di tempo che il mio blog faceva i capricci.
Molti fedeli lettori mi avevano segnalato che per aprire le pagine ci voleva la manovella e che il sito andava con la potenza e la velocità del mio criceto buonanima sulla ruota.

Ma non c’avevo dato importanza.

Pensavo, sbagliando, che la colpa fosse della piattaforma.
Poi iniziò a proporsi un banner che offriva incontri per single.
All’inizio volevo offendermi (“OH! Come mai il sito mio?? C’ho l’aria così disperata??”), poi ho fatto spallucce e sono andata avanti.

Ingenuamente.
Fino a ieri.

Giorno in cui all’apertura del blog mi è stato chiesto di scaricare un antivirus.
VIRUS, VIRUS, VIRUS!
Panico.
Ho spento tutto ed attivato antivirus, anti-malware, anti-spyware, i pompieri, il 112, la cavalleria, Lassie, Montalbano  e anche l’Ispettore Gadget.
Niente.
Ritorno sul blog, ed ecco apparire nuovamente il bastardo maledetto.
Per fortuna che il mio fido stilista di riferimento per quello che riguarda internet, il parrucchiere del mio blog, il mitico Cofano, mi ha tratto d’impaccio. Come un vero cavaliere servente, sfoderando la spada in alto e corso in mio aiuto con l’armatura scintillante al sole.
Ehm… ok, ho un po’ esagerato.
Ma comunque ha risolto ed ora il blog è candeggiato, sicuro e lindo.
Lo giuro.

E lui s'è guadagnato un soggiorno omaggio sulle ridenti sponde del Trasimeno. ovviamente con la sua dolce metà.
Se lo è meritato. Mi sopporta da talmente tanto tempo, che andrebbe fatto santo subito.

La colpa era tutta di Pay-per-stats, bastardo contatore che prometteva soldini facili facili e serviva anche da contatore di accessi. Troppo bello.
E io troppo boccalona.
L’avevo installato quest’estate su suggerimento di non mi ricordo più chi. Mi pareva l’invenzione dell’acqua calda e già teorizzavo di comprarmi un dominio mio a costo zero.
Che ingenuotta campagnola.

Bastardi.
Bastardi.
Bastardi.

Per fortuna non me ne sono accorta solo io.

Mi scuso veramente col cuore, mettendomi in ginocchio sui ceci con tutti coloro che si sono “infettati” visitando il mio blog e leggendo le mie sciocchezze.
Non volevo.
Davvero.
E ringrazio coloro che si sono preoccupati di avvertirmi e mi hanno offerto una mano, in particolare Maxime, Alberto e Resciocco. Siete dei veri tesori.
 
E io un’ingenua…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:05 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
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domenica, marzo 09, 2008  
Il lago
Tempo fa, feci un famoso ordine su BOL.
Il maledetto, arrivato con ritardi e peripezie varie, non conteneva solo l’ultimo Harry Potter, ma anche latri svariati libri di cui io sono una temibile divoratrice.
Nel pacco c’erano anche due libri di uno scrittore delle mie parti, Marco Rufini, che aveva attirato la mia curiosità anche su consiglio della proprietaria della mia libreria di riferimento. Proprio lei ad ottobre mi aveva invitato alla presentazione di “Afa”, ultimo libro di Rufini.
Incuriosita dalla vicinanza geografica e fissata con le parole palindrome sarei voluta andare, ma per una serie di coincidenze e circostanze assortite non andai.
E l’idea di leggere qualcosa di suo rimase sospesa nell’aria fino all’arrivo del pacco.
Insieme ad “Afa”, incuriosita dal titolo ed attratta da uno sconto sostanzioso, presi anche “Il lago” del tutto ignara di quello che avrei trovato.

Sabato l’ho iniziato, per scherzo.

Ed ho scoperto che parla del MIO paese.
No, non dico per dire.
Parla proprio del MIO paese.
Usanze, modi di dire, espressioni, luoghi, linguaggio. Anche i cognomi sono tipici.
Devo dire che fa una certa impressione.
Parecchia.

La storia si presenta come un thriller e si apre con il ritrovamento nel 1949 di un cadavere mezzo decomposto sulle rive del lago Trasimeno.
Pochi mesi prima erano scomparsi due uomini. Uno era Gaspare, un pescatore dal carattere schivo e cupo, tornato dalla guerra d’Africa con l’animo carico di segreti e rancori. L’altro uomo scomparso è il suocero di Gaspare, Ivo. Parte l’indagine e il racconto, tra flash-back, lettere e testimonianze, verso un finale sorprendente.
Mentre il lago se ne sta lì, placido ed immoto. Ma anche custode di segreti inenarrabili, muto spettatore e amaro confidente.
Ma la storia è solo una scusa.
Quello che mi colpisce è l’affresco della “gente del lago” che ne esce fuori. Schiva, solitaria, onesta e dura come la tramontana che spacca le rive d’inverno. La ritrosia alla chiacchiera, ma il cuore aperto e sincero di chi è schietto per natura.
La faccia scolpita dalle intemperie, le mani callose ed il cuore vivo.
L’amore per il lago, per questa troscia, come la chiamano in maniera dispregiativa i “perugini” che mal capiscono l’affetto sconsiderato che vive nel cuore della maggior parte di quelli che, su quelle rive, ci sono nate.
Un lago avaro, che si allarga e si stringe a seconda delle stagioni.
Un lago bellissimo, che riempie il cuore e dona serenità a chi lo sa guardare.
E’ stato bello ritrovare lo stesso amore tra le pagine di un altro.

Arrivata in fondo al libro, ho scoperto tra i ringraziamenti anziani concittadini ed uno zio alla lontana che non c’è più, dante.
Quand’ero piccola sua moglie aveva l’edicola del paese e lui l’aiutava con poca convinzione. Ero piccola, ma avevo imparato in fretta che a chiamarlo zio ci guadagnavo uno o due pacchetti di figurine.
Aveva fatto la guerra d’Africa, lui, e lo raccontava a noi bambini con l’enfasi che solo il dolore ed il ricordo sanno dare agli avvenimenti scavati nella roccia della memoria. Ed ogni volta non mancava mai di aggiungere un particolare truce, un tocco di mistero nella descrizione del deserto e delle sue insidie, un ricordo raccapricciante di sangue versato per la patria. Che la patria si fotta, aggiungeva alla fine.
Il suo racconto preferito era quello della sua diserzione e fuga con alcuni commilitoni su una barchetta traballante, verso le coste italiane. Il sole, il caldo, la sete. La morte di uno di loro. E gli altri che, per disperazione, se lo mangiano.
Avevo otto anni, e mio zio Dante da quel giorno lo guardai in maniera diversa. Un po’ schifata, ma anche ammirata perché alla fine lui al suo lago c’era tornato.

Eccolo qui il mio paese, stampato sulle pagine di un libro.
Il mio paese all’epoca dei miei nonni, ma non poi così diverso da oggi.
Il mio paese in un libro.

Chissà se un giorno ne scriverò uno anche io…



l'ha scritto phoebe1976 | 23:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, famiglia phoebe
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mercoledì, marzo 05, 2008  
Amici o nemici?
Faccio outing: io “Amici” lo guardo da sempre.
Addirittura da quando di chiamava “Saranno famosi”.
E questo nonostante la De Filippi ed il suo entourage mi stiano simpatici come un herpes genitale.
Però appartengo alla generazione cresciuta con il “Saranno famosi” quello vero, quello di “Fame, I'm gonna live foreveeeer!”, quello di Leroy Johnson e della signorina Grant che redarguisce gli alunni della scuola agitando un bastone (tanto per far capire chi comanda).
Proprio per questo non posso assolutamente scappare dal meccanismo del gioco e non riesco a venirne fuori.
Anche se la simpatica Maria, dolce come un rottweiler picchiato a sangue da cucciolo, ha trasformato il suo giocattolo da un talent show ad una di quelle trasmissioni che riescono bene solo a lei, uno di quei pasticci fatti di lacrime, buonismo, litigate gratuite, aizzamenti e RVM come se piovesse.
Insomma, il vomito.

Sinceramente, credevo che il fondo si fosse toccato con l’eliminazione arbitraria di Nicola Gargaglia, ma quello fu solo l’inizio.
Da lì è cominciata una parabola discendente senza fine, fatta di manovre autorali, ricerca della lite, cattiverie gratuite, Platinette.
Pensavo che potesse andar male, ma non così.
Quest’anno è davvero l’apoteosi.
Alunni senza talento, professori in preda a sbalzi ormonali e crisi isteriche, autori alla ricerca del sordido più sordido, delle fragilità, dello scheletro nell'armadio che più o meno tutti abbiamo.
Che schifo...
Vogliamo parlare della tirata “Yes we can”? Spero che Obama non lo venga mai a sapere oppure che faccia causa a Zanforlini e a Chicco strappandogli tutti gli introiti derivanti dai loro libri infimi per darli in beneficenza ad un ente a caso.

Riassumo brevemente per i not addicted.

Su migliaia di ragazzi che si sono presentati ai provini, quest’anno sono state selezionate due ballerine:
- Susy decisamente tamarra e culona, surrogato deformato di Britney Spears (e per questo icona gay? Vuoi vedere che è per questo che Garrison la ama tanto?), capello bicolore e ammiccamenti da cubista arrapata.
- Giulia, una camionista che solo un sadico poteva far vestire di bianco. Per l’amor del cielo, balla bene l’hip hop e non si discute. Ma se continua così a Leon viene l’ernia al disco, pover'uomo.
Ora, capirete bene che se solo avete mai visto da lontano un balletto, loro due non possono farne parte. E non è sufficiente che lo vogliano, che ci mettano il cuore e che si impegnino.
Se c’hai la gamba corta, c’hai la gamba corta, arrenditi. Non dovrebbe essere la Celentano a dirtelo, ma lo specchio. Non ce ne hai uno a casa tua?

Non che i cantanti siano messi meglio, non c'è di che scialare.
Però rientrano almeno nella decenza.
Ma le ballerine...

E lo so che quella non è una “scuola” e che ste due poveracce non hanno colpe. Ma che messaggio si dà alle ragazzine che buttano la loro paghetta nel telefoto tarocco?
E non c’è necessità di tirare in ballo l’anoressia, che è una malattia seria!
La realtà è che per far tutto ci vogliono i requisiti necessari, fisici o interiori che siano, non raccontiamoci balle in nome di un finto buonismo populista.
Ma che, Berlusconi docet?
In una parola, pure banale, ci vuole il talento. E pure predisposizione.

Perché se è vero che basta volerlo, da domani io sfilo per Gucci.
Cacchio.

Detto ciò, sono in crisi da rigetto.
Finché è andato in onda di domenica, la trasmissione aveva un perché. Con le mie amichette ci si riuniva per cena e si stava a chiacchierare usando come pretesto le mise sadomaso ed orride di Maria, le polemiche gratuite e le spalle del Mariottini. Che è sempre un bel vedere, anche se rientra quasi nella pedofilia. 
Si banchettava, rideva e ci si dilettava nel gossip fino alla fine dello show, approfittando dell'occasione futile per crearsi un appuntamento fisso.
Ma di mercoledì non è possbile, non si regge.
E vuol dire che ci riuniremo senza la De Filippi.
Pazienza.
Peggio per lei.

Io stasera mi sono accorta che non riesco a vederne più di cinque minuti di fila.
E con nostalgia, ricordo i bei tempi andati, quando c’erano talenti per tutti i gusti ed era un piacere guardare le esibizioni.

Che ne dite, pratichiamo l’eutanasia?


l'ha scritto phoebe1976 | 23:11 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
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lunedì, marzo 03, 2008  
Se a Madonna la conserva così, voglio provare anch'io

Ho 32 anni.
Classe 1976.
Una giovanetta, per molti aspetti.
Ancora una bambina, per altri.
Una cariatide se si parla di mal di schiena a problematiche posturali.
Ma, di questo, ne avevamo già parlato diffusamente.

La novità è che la scorsa settimana, nonostante plantari e compagnia cantante, sono finita messa al tappeto da un mal di schiena ad altezza lombare che mi ha fatto sentire più o meno agile come la mia prozia novantaseienne.

Con mio grande scorno, quindi, mi sono dovuta piegare alle insistenze di mia madre, appassionata d di yoga e medicina alternativa, e del mio istruttore di fiducia: mi sono addentrata nel mondo del pilates.

Proviamo, ho pensato.
Ad Hollywood impazza e tutte le bonazze che contano lo professano come una religione.
Magari funziona.
E poi non si suda nemmeno.
E lo fa anche Madonna.
 
Ora, non so se si è capito fin qui ma io sono un tipo abbastanza competitivo.
Non solo mi piace vincere, ma sono sempre la saputella della situazione, quella che a lezione di step coreografato o aerobica si piazza in prima fila sculettando.
Capirete che andare a fare pilates non riuscendo nemmeno a toccarsi le punte dei piedi a gambe tese mi ha messo addosso una certa agitazione. 
Ma di necessità, virtù: sono andata.
Tanto, mi dicevo, mica sarà pesante.
Posso farcela.
Mi alleno da una vita.
Io.

Io, io, io un paio di stivali.
Non ho mai sofferto così in vita mia.
Non pensavo che si potesse faticare tanto senza nemmeno sudare.
E' contro natura.
Allunga, stira, respira e tieni la posizione.
Contrai gli addominali, tira in dentro l’ombelico, muscoli pelvici in tensione e rilassa le spalle.
Poi l’insegnante è un vero nazista.
Tieni le gambe tese!  TESEEEE!!!
Ok, ok, ho capito… ma se non mi ci stanno???
Allunga, allunga.
Magari cresco di qualche centimetro.
Il tutto con il sottofondo di musica new age molto rilassante, che mi urta il sistema nervoso.

La mattina dopo la prima lezione, il risveglio è stato altamente traumatico. Non solo ero tutta indolenzita, ma la schiena urlava vendetta ed anche gli organi interni sembravano ribellarsi a tutto sto allungamento coatto.
Come se non bastasse avere tutti i muscoli a pezzettini, ho dovuto sopportare anche lo sguardo canzonatorio di mia madre.

Phoebe: “Che hai da guardare così?”
MammadiPhoebe (sorridendo sarcastica): “No, niente…”
Phoebe: “Mpf…”
MammadiPhoebe: “No, è che ti sbatti tanto sullo step, fai fitboxe… E poi…”
Phoebe: “E poi che?”
MammadiPhoebe (sghignazzando malefica): “E poi io che c’ho 57 anni sono più allenata di te!”
Phoebe: “…”
MammadiPhoebe: “Ricordati che io sto in piedi sulla testa”
Phoebe: “…”
MammadiPhoebe (ghignando): “Dovresti venire a yoga con me: meditazione, esercizio fisico, vita naturale…”
Phoebe: “Vado a fumare una sigaretta”
MammadiPhoebe: "Ma tu non fumi!??”
Phoebe: “Da oggi sì.”

Comunque domani ho la quarta lezione.
Se sopravvivo ed arrivo a quest’estate, avrò certamente un fisico favoloso.
Addominali a prova di bomba.
Sedere che sfida la forza di gravità.
Cellulite in vacanza alle Canarie.

Sennò io al signor Pilates lo denuncio per maltrattamenti…



l'ha scritto phoebe1976 | 09:11 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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martedì, febbraio 26, 2008  
Growing paints
Una volta la maggiore età si raggiungeva a 21 anni.
Oggi, grazie alla riforma del 1975, per essere maggiorenni basta compiere 18 anni.
Maggiorenni, cioè dotati della capacità di agire. Che consiste, per i non dotati di studi giuridici, nella idoneità di un soggetto a porre in essere atti giuridicamente validi.
Un passo importante, quindi.
Una soglia da varcare che ha molti significati e sfumature: assunzione delle proprie responsabilità, capacità di prendere decisioni, possibilità infinite. E soprattutto la patente. Ecco, diciamo che in una scala da uno a cento, la patente a 18 anni vale 101.

Poi vai all’Università, e pensi che la laurea ti regalerà una vita meravigliosa e ti dischiuderà le porte della vita “vera”.
Studi, ingoi rospi, immagini. Ma vivi anche di feste, alcol, flirt, giorni passati ciondolando in biblioteca e spettegolando sull’assistente di commerciale.
Sì, proprio quello carino.
I giorni sono lunghi, i problemi dilatati e sciolti in una adolescenza prolungata che sembra senza fine.

Poi la laurea arriva e, se sei fortunato (o sfortunato, dipende), inizi a lavorare.
Questo, pensi, ti regalerà la maturità.
Ma non è così.
Un lavoro insoddisfacente da 1000 euro al mese, gli amici di sempre, la dieta che non funziona, i sogni, le serate, l’amore che non arriva.
Ti svegli a trent’anni e, spesso, vivi come un ventenne.
Ma allora, quando si cresce?
Siamo condannati all’adolescenza eterna?
Ed anche fosse così, questo è proprio un male?

Beninteso, non intendo qui condannare il maschio tipico italiano, il Peter Pan che si rifiuta di crescere e di fare qualcosa di diverso che guardare sotto la gonna di Campanellino. E dire che ne avrei ben donde.
Parlo di una sensazione diversa, quella di sentirsi sempre col paracadute.
E questo non perché non si metta su famiglia, non si paghino le bollette o non si viva pienamente la propria vita.

Parlo di una presa di coscienza diversa, di quando all’improvviso si squarcia il velo e si vedono le cose per come sono.
Si vedono le prime rughe intorno agli occhi, quelle che nessuna crema all’acido di chissà quale pianta riesce ad estirpare perché sono TUE.
Si vedono i propri genitori per come sono: fragili, invecchiati, a volte anche sopraffatti da un mondo che iniziano a non riuscire più a godersi al 100%.
Vedi tu padre, lo vedi lì accanto al termosifone che guarda Frizzi.
La bocca tesa, la schiena un po’ curva.
La tua roccia, la tua salvezza, l’antagonista di tante battaglie.
Provato dall’accaduto, triste per non aver saputo difendere in maniera adeguata la propria famiglia, come a trasgredire un codice non scritto. Lo vedi lì e non puoi fare altro che abbracciarlo, dirgli che gli vuoi bene, cercare di infondergli un po’ del tuo calore.
Diventare da protetta a protettrice.
Vedere gli occhi di tua mamma ancora innamorati di lui, e pensare che in fondo è tutto ciò che vorresti diventare da grande.
Occhi belli, grandi e nocciola come i tuoi, ma impotenti.
Come impotente sei tu, senza più la certezza che tutto andrà bene, che ti rimboccheranno le coperte se ne avrai bisogno stampandoti un bacio sulla fronte.
Come una nave che lascia il porto, ora è tempo di migrare, cambiare, evolvere.

Diventare donna davvero…



l'ha scritto phoebe1976 | 00:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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martedì, febbraio 19, 2008  
Mindhunters

In fila al supermercato con le mie quattro cose, io.
Le barrette alla cioccolata della Kellog’s.
Lo yogurt.
Un paio di calze di microfibra.
C’ho fretta, mia madre già mi ha chiamato per ricordarmi che l’odiosa zietta è a cena e quindi non posso sottrarmi al suo interrogatorio né alle sue poco nascoste muliebri grazie.
Come giustamente afferma la legge di Murphy, la fila che scegli sarà sempre quella che scorrerà più lentamente e così resto in attesa fremente ingannando il tempo ammirando gli espositori carichi di caramelle e preservativi (cosa li accomuna? Perché sono sempre esposti affiancati vicino alle casse? E se un bambino si sbaglia?), nonché curiosando tra la spesa degli altri.
Quand’ecco che mi giro e vedo la persona che mi segue nella fila.

E’ un ometto piccolo, nulla di ché.
Impermeabile stazzonato, occhiali, faccia da topo incorniciata da quattro capelli tenuto su con metodo in un riporto che sfida le tecnologie più avanzate.
Ha gli occhi piccoli, l’ometto.
E mi fissa da dietro le lenti spesse.
Mi fissa.
Ha in mano poche cose, tra cui spicca un inquietante e sospetto profuma-biancheria per armadi al mughetto.
Mi fissa.
E io comincio a pensare che lui abbia più o meno l’aspetto del serial killer medio, di quelli che rapiscono, torturano e seppelliscono cadaveri fatti a pezzettini. Un pezzo qui, un pezzo là. E in un attimo, senza nemmeno accorgertene, sei un patetico volantino appeso alla stazione dei Carabinieri del paese con sotto scritto “scomparsa”. Così, mentre tutti immaginano fughe d’amore o ribellione alla vita canonica, in realtà sei sepolta sotto due metri di terra in sei posti diversi.
Terribile.
Sì, sì. Più lo guardo e più è proprio lui.
Con lo sguardo sfuggente, l’espressione da ragioniere ebete e rintontito.
E’ lui, ne sono sicura.
Infilo tutto nella busta, pago e scappo in macchina, facendo bene attenzione a mettere la sicura.
E a controllare di non essere seguita, ché di questi tempi non si sa mai.

Pompa di benzina sotto casa, sono le otto di domenica sera.
L’indicatore del gasolio piange (che novità) e prima di recarmi all’appuntamento con le mie amiche per la classica serata “pettegolezzi + Amici”, imperdibile must per sole donne mi devo fermare per forza sennò domattina mio padre m’attaccherà un pippone terribile sui danni alla pompa del gasolio, blabla blabla.

Accosto.
La stazione è deserta, con l’aria abbandonata che hanno i paesi di villeggiatura l’inverno.
Dall’altro lato accosta un camper. Uno di quelli lunghi e stretti, ché dentro potrebbero ospitare una famiglia di 8 persone. O il pied-à-terre di un assassino omicida, proprio come in "Intensity" di Dean Koontz.
Scende un uomo con una camicia di flanella sbottonata molto grunge ed i capelli scarmigliati. Avrà un po’ meno di cinquant’anni e la faccia corrucciata.
Io sono paralizzata in macchina.
Realizzo che potrebbe infilarmi nel camper, legarmi e torturarmi con una pistola sparachiodi e nessuno sentirebbe le mie urla disperate, perché intorno è deserto.
Prendo tutto il mio coraggio e dieci euro, scendo e faccio gasolio.
Ho il cellulare in tasca, ma è poca consolazione. Potrei telefonare a qualcuno, così avrei un testimone delle scempio che questo pazzo farà del mio corpo, ma ho paura di esser presa per pazza.
L’uomo fa un giro del camper controllando (pare, ma so che è una finta) le ruote.
Rimetto il tappo al serbatoio, risalgo in macchina e metto la sicura.
Sono salva.
E se avesse qualcuna delle sue vittime nel camper?
Dovrei chiamare la polizia?
Affrontarlo?
Macchè, al massimo posso prendere il numero di targa.
Ah, è straniero! Lo sapevo!!!!

Mentre mi allontano, dallo specchietto retrovisore vedo scendere due bambini insonnoliti con una età tra i cinque e gli otto anni. Uno sale in braccio al serial killer mentre fa rifornimento, mentre l’altro ciondola sugli scalini del camper.
Mi sento scema. Ecco, sono solo turisti fuori stagione.
Anche perché, ora che ci penso, il tipo con la faccia da ragioniere pervertito del supermercato, mi sembra quello che lavora in banca giù in paese.
Vuoi vedere che mi fissava solo perché gli sembravo un viso familiare?

A parte sentirmi idiota e a darmi la giustificazione che sono ancora sotto shock per l’accaduto, ho finalmente capito cosa si prova ad essere paranoici. A misurare tutti i propri passi con la determinazione che vogliano dire qualcosa di diverso dall’apparenza.
E che, soprattutto, guardare sempre certi tipi di telefilm alla lunga incide.
Parecchio.
Anche se sembrano innocui e divertenti, come prendere un caffè con la signora Fletcher.

Mica dovrò iniziare a vedere Don Matteo????

PS. Se non ne avete ancora abbastanza di me e del mio straparlare, da oggi mi trovate anche qui.
Se ci fate un salto potrete trovare tanti temi interessanti e promettenti aspiranti scrittori che un giorno, speriamo, cresceranno e faranno faville.
Non perdete l'occasione di fare un viaggetto nella musica ed in tutte le sue sfumature, viste da occhi diversi e traversali.



l'ha scritto phoebe1976 | 15:59 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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mercoledì, febbraio 13, 2008  
Come è bello andar sulla carrozzella...
A Perugia se ne parlava da tempo immemore.
Non solo chiacchiere, a dire il vero, ma anche fatti visto che lavori stradali, strutturali e di ammodernamento squarciavano la città, la viabilità e, non ultime, le palle dei cittadini da almeno due anni.
Abbondanti.

Doveva venire alla luce per Umbria Jazz 2006.
Poi per Natale 2006.
Voci di corridoio lo volevano agibile ed abile  per Eurochocolate 2007.
Indi per i primi del 2008.
Alla fine il 29 gennaio 2008, giorno di San Costanzo patrono della città di Perugia è arrivato, è nato, è tra noi: il Minimetrò!
Alleluia, alleluia!!!

Infinite polemiche hanno accompagnato quest’opera sin dalla sua fase progettuale.
Prima di tutto il suo aspetto: chilometri di rotaia rossa che squarciano il cielo, i palazzi e gli scorci medievali di Perugia. Nonostante tutto quello che possa dire il sindaco Locchi, bello non è.
Sarà tecnologico, moderno, avanzato.
Sarà pure stato progettato da un ingegnere francese, per carità.
Ma bello decisamente no. Mi rifiuto di pensare che una persona sana di mente possa trovarlo bello.
In una città fatta di mura, vecchi edifici ed atmosfera antica questa rotaia sopraelevata di almeno dieci metri rosso fiamma ci sta proprio una meraviglia. Non trovate?
Vogliamo parlare del rumore? Il cavo su cui sfrecciano le navette come razzi interstellari a curvatura pare stia sempre in tensione provocando un rumore sordo e continuo. Giorno e notte. Chi ci abita attaccato non può esserne felice e lo testimoniano i centinaia di manifesti (il più bello è di sicuro quello che recita “Grazie sindaco, mò sò più sveglio!”) appesi alle terrazze accanto alle quali sferraglia allegra ed arrogante questa grande e meravigliosa innovazione tecnologica. Perchè, parliamoci chiaro, di rumore ne fa. Eccome.
Se poi ci aggiungiamo la tipica mentalità perugina non esattamente openminded a completare il quadretto delle polemiche, il gioco è fatto.
Se non ci pensa Al Quaida, di sicuro una bomba ce la metterà un abitante di Case Bruciate o dintorni.

Tra mille recriminazioni, ritardi e manifestazioni il Minimetrò ha cominciato a sferragliare lo stesso.
Potevo io non andarci?
Certo che no!
Anche perché la mia amica Claudia, così glamour da essere andata persino all’inaugurazione, mentre ci viaggiava su mi aveva mandato un enigmatico sms: “Se non fosse che fa un rumore assurdo, da fuori è antiestetico e costa un euro… il Minimetrò è una figata!”.
Insomma, il primo sabato mattina disponibile ne ho approfittato, agitata ed allegra come una bambina alle giostre.
E alle giostre sembrava di stare.
Se si considera che il dislivello tra i due capolinea è di circa 162 metri, potete immaginare la salita che affrontano le navette. Mi aspettavo da un momento all’altro che ci fosse la discesa come in cima alle montagne russe. Ho pure alzato le braccia come a Gardaland.
E invece nulla. A dire il vero, un po’ mi è dispiaciuto.

Credo vi stiate chiedendo come è andata la corsa sul Minimetrò e che cosa ne penso io.
Non ve lo state chiedendo?
Bèh, ve lo dico lo stesso.  Devo dire che è stato bello.
Tutto nuovo e tirato a lucido, quasi spaziale.
Di sicuro il Minimetrò offre la possibilità di guardare la città da un punto di vista inconsueto e molto particolare e mentre ci si sta sopra non si nota nemmeno la totale antiesteticità del’opera.
E poi là dove sono state create le stazioni, che sono sette, sono state recuperate aree prima dimenticate e lasciate alle erbacce ed al predominio dei tossici. Così il Pincetto da luogo in cui una ragazza non poteva andare da sola di notte è diventato capolinea e area verde deliziosamente corredata di aiuole.

Qual è il problema allora?
Diciamo che la sua totale inutilità è palesemente sotto gli occhi di tutti. Prima di tutto, non sfiora zone nevralgiche di traffico e caos quali l’Università (dove trovare parcheggio è più difficile che fare sei al Superenalotto) e l’ospedale per le quali avrebbe potuto essere risolutivo. Per non parlare della zona industriale in cui si concentrano la maggioranza delle aziende e che è stata totalmente ignorata del progetto e da suoi eventuali sviluppi. In secondo luogo chiude alle 20. Ma si può? Ci si lamenta che il centro di Perugia è morto, ma questa non mi pare la maniera di rianimarlo.
Il Minimetrò secondo la mia opinione è la classica opera per turisti, comoda se si arriva a Perugia in autobus o treno (sì, grazie a Dio almeno per la stazione ci passa), o per passare in allegria una mattina di primavera in cui non si lavora e si ha voglia di andare a fare una passeggiata in centro respirando la primavera.
Ma per il resto non vedo utilità pratica rilevante.
Triste pensare che un’opera costata mille milioni di miliardi o giù di lì sia utile più o meno come lo smalto sulle unghie.

Per fortuna, c’è già chi con lungimiranza immagina utilizzi alternativi.

Sul cucuzzolo della montagna…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:47 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
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mercoledì, febbraio 06, 2008  
Tette&Culo
In genere io vado in palestra all'ora di pranzo.
Dopo la lezione, per reintegrare le energie perdute, ci prendiamo dieci minuti di relax per mangiare tutti insieme e riprenderci dallo sbattimento post-fitness.
Ma soprattutto per mangiare, a dire il vero.
Niente di pesante, per carità.
Tutte cose molto healty: insalatine, bresaola, macedonia & affini.
Capirete bene la necessità di condire il lauto pranzo perlomeno con chiacchiere saporite, in genere parlando di logaritmi e massimi sistemi.
Ecco, l'altro ieri ad esempio si parlava di tette.
Sì, proprio di tette.
 
L'argomento è scottante e complesso, si sa.
Spinoso come minimo.
Uomini e donne ne hanno opinioni così diverse da scatenare liti e crisi di gelosia, nonché il proliferare di yacht e Ferrari intestati a chirurghi estetici, sulla cui moralità ci sarebbe molto da dire.
 
Che ne pensano i maschi?
Le tette sono così determinanti?
A giudicare dalla iconizzazione che se ne è fatta nel corso dei secoli e dagli sguardi che sono in grado di catalizzare, parrebbe proprio di sì.

Ma come devono essere ‘ste tette?
Stando al giudizio maschile, ci sono varie scuole di pensiero:
 
Sotto la terza non è vero amore.
Sono gli amanti del seno abbondante, quelli che più ce n'è meglio è.
Drogati spesso dall'immaginario al silicone che le riviste e film porno offrono, secondo me questi soggetti si immaginano tette enormi che sfidano la forza di gravità a capezzolo eretto, quando invece la realtà è spesso molto diversa.
La forza di gravità esiste, eccome.
E quelle donne a cui Dio ha donato dalla quarta in su sono obbligate all’uso di reggiseni contenutivi e tiranti disegnati direttamente dai progettisti della NASA per evitare lo strabordamento verso la cintola. Forse questo particolare “tecnico”  sfugge a molti maschietti attratti dall’idea della morbidezza, ma in certi momenti clou credo che salti subito all’occhio…
Mi viene da pensare, magari esemplificando eccessivamente, che la passione per il seno spropositato richiami la maternità e la nostalgia per la figura materna e rassicurante.
Ma mica tanto esteticamente gradevole.

La coppa di champagne
E’ un classico, no? “Il seno ideale è quello che può essere contenuto in una coppa di champagne”, recita chi se ne intende di fashion style.
Di certo i canoni estetici dell’alta moda lo impongono e le riviste cd. di classe non fanno a meno di rimarcarlo. Molto divertente: le riviste patinate maschili esplodono di tette immense, quelle femminili di pialle.
Anyway, molti uomini trovano bello ed elegante un seno piccolo ed androgino nonostante i luoghi comuni li vogliano invaghiti senza remore di maggiorate siliconate.
Quale potrebbe essere il fondamento psicologico di questa preferenza? Omosessualità latente? Voglia di controllo? Senso estetico leggermente diverso dalla massificazione proposta dall’immaginario maschile?

L'onesta via di mezzo

Cioè la terza. Piena. Naturalmente il tutto dipende dalle proporzioni, dall’ossatura, dall’altezza, dall’armonia della figura,  bla bla bla.
Ma, parliamoci chiaro, in genere la terza sta bene a tutti.
Un uomo equilibrato non può fare a meno di apprezzare una terza sfoggiata con stile.
Ma, ahimè, non tutti gli uomini sono equilibrati.
 
E le donne? Noi donne, che le  tette ce le portiamo a spasso volenti o nolenti che ne pensiamo?
Sono importanti?
Oh, ma certo che sì. In utile starsela a cantare.
Così importanti da farci nascere dentro paranoie, insicurezze e manie.

La sindrome di Geppetto
Trattasi di portatrici sane, senza evidenti tracce di tette nella parte anteriore del corpo.
La donna in questione è consapevole di possedere (secondo rotocalchi e foto patinate) una carica erotica pari ad un ragazzino di 11 anni, ma cercano di supplire con metodi moderni, come l’oramai inevitabile (ed entrato nel costume) Wonderbra, ed antichi quali i famosi calzini strategici riportati in auge da una famosa pubblicità moderna nonché dalle simpatiche dichiarazioni di una piccola diva di casa mia.
La donna piatta (o poco “dotata”) spesso si fa un cruccio dell’assenza di davanzale ed arriva a violentare il proprio fisico con protesi siliconate al limite del ridicolo (“Tanto che me lo rifaccio, lo voglio GRANDE”), ma più di frequente si rassegna alle prese in giro di amici e compagni consolandosi con la “comodità” pratica del seno piccolo.
Tanto, poi, si sa: chi disprezza compra.

La complessata
Ha il seno grande e questo le genera una marea di problemi. Nel vestire, nel relazionarsi, nel vivere in generale. Lo maschera dentro maglie oversize. lo nasconde, in casi estremi lo fascia addirittura.
Non si sente a suo agio e mette da parte i soldi per fare una drastica riduzione del seno.
Ah, beh.
Certamente sono problemi.
Io, personalmente, non mi so rendere conto e perciò glisso.

La maggiorata tronfia

Ha un seno grande. Enorme. E se ne vanta. Non perde occasione per rimarcare la sua (evidente) fisicità, anche quando questa è fuori luogo. Non sa quasi parlare d’altro e non si rende conto di quanto possa rendersi odiosa e di quanto possa essere aberrante il pensiero delle sue tette che arrivano penzolando all’ombelico. E non tra 15 anni.
ORA.
Io, a dire il vero, le darei fuoco.
ORA.
Con un accendino.

Come forse avrete intuito dalla mia “piccola” digressione e dall'opinione leggermente sottesa che vi aleggia, io di tette non è che ne abbia poi tante e così le mie amiche.
Non che ne sia completamente sprovvista, per carità.
Diciamo che anelo ad una terza, ma credo che non riuscirei a riempirla completamente nemmeno se ingrassassi dieci chili.
In ogni modo mi accontento, ho altri punti di forza.
Come il didietro, per esempio.
Che, a guardare i risultati, alla fine funziona sempre.




E grazie a tutti…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:51 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
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martedì, febbraio 05, 2008  
Wannabe Jill
La mia palestra ha riaperto i battenti da circa un anno, riemergendo dal terzo fallimento e dall'ottavo cambio di gestione dal 2000 ad oggi con un nuovo, giovane e ricco proprietario. Per festeggiare l'anno appena trascorso, la gestione ha pensato bene di organizzate un Open Day proprio domenica scorsa.

Per i profani, dicesi Open Day una giornata in cui tutti possono accedere ai servizi della palestra gratuitamente: lezioni, thermarium, sala pesi.
Tutto assolutamente gratuito ed a scopo puramente pubblicitario.
Come rinforzino, per attirare fan e curiosi, la direzione ha invitato lei. Proprio lei, la regina, l’inventrice di The Program, l’imbonitrice più tonica della televisione, insegnante alla scuola di "Amici" quand'era ancora una cosa seria e soprattutto una fucina di talenti.

Lei, seconda solo allo Chef Tony nella mia fantasia malata: Jill Cooper.

Come mancare?
Impossibile direi.

Io e le mie amiche abbiamo tirato a lucido i nostri completini migliori, le scarpette più fighe e le mollettine per capelli più idonee e ci siamo appropriate della prima fila.
Eccoci qui: io, Vale, Cla e Ale. Che carine.

Entra lei.

Bionda.
Un metro e ottanta.
Due spalle così.
Delle cosce che fanno paura.
Sorriso splendente e due pinze qualunque nei capelli.

Tremiamo.
Certo, è un po’ diversa dalle foto e dalle televendite.
Un po’ tanto…
Devo dire che dal vivo dimostra in faccia tutti i suoi quarant’anni suonati, ma quando sorride la ragazzina che vive dentro di lei salta fuori inaspettata.
Quando salta fuori.

Inizia a spiegare la sua filosofia di vita (di cui non è che mi ricordi molto) e Vale e Cla iniziano a chiacchierare, sparlando probabilmente di quello con le scarpe rosse in terza fila.
Jill se ne accorge, interrompe il monologo e con sguardo nazista le interroga con il classico accento americano da patata in bocca.

Jill: “Voi tue come chiama???”
Le tapine all’unisono (e con sguardo sbarrato): “Vale e Claudia”.
Jill (girandosi verso la classe): “Bene, bene! Dite tutti grazie Claudia e Vale per fare subito 10 flessioni gambe tese. NOWWW!!!!!!
Silenzio di tomba.
Jill: "NOWWW!!!"
Allibiti da cotanta disciplina abbiamo fatto le flessioni come bravi marines professionisti.
Su-giù, su-giù.
Terrorizzati.

Poi è partita la musica.
E la lezione è stata folle, divertente, faticosa ed adrenalinica.
Sculettando.
Jill fa certe facce mentre fa lezione di aerobica che stanno a metà tra Jack Nicholson in Shining e gli All Blacks che fanno la Haka, ma è una grandissima motivatrice e quando urla “Fammi sentire tuta tua pasioneeee esplodeeee!” abbiamo realizzato che se ci avesse ordinato di buttarci dalla finestra l’avremmo fatto senza remore.
E pure in fila indiana.
Ballando e sculettando, alla fine ci ha fatto a pezzettini.

La mia idea iniziale era quella di chiederle l’autografo per il Daveblog e farci una bella trashcronaca (come mi era già accaduto in precedenza), ma dopo la lezione si è fermata a chiacchierare insieme al marito e dispensare consigli alimentari impossibili per l’uomo e la donna media comprendenti l’uso imprescindibile della curcuma (spezia di cui ignoravo esistenza ed indispensabile utilità), del cavolo e del broccolo.
Bleah.
Ma occorre fare attenzione, perchè come dice lei: "Tuo corpo doopo quaranta da bahhahahah e non è più lui!"
E' leggermente particolare, ma anche così carina, carica e simpatica che l’autografo l’ho fatto fare per me.

Se divento famosa la compro.
Giuro.
La compro proprio tutta, e le faccio eseguire tutti i suoi dvd nel mio salotto.
Mi faccio risistemare tutto il corpo.
E vado pure di curcuma.
A fiumi.

Non vedo l’ora…


l'ha scritto phoebe1976 | 00:30 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me
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sabato, febbraio 02, 2008  
Volando
Sono malata di documentari.
Di qualsiasi genere di documentari: storici, geografici, di gossip.
Io me le bevo tutti.
Che parlino delle cavallette azzurrine zoppe dell'Asia Minore piuttosto che del rapimento alieno di Elvis Presley o degli amori segreti di Nefertiti la differenza non esiste: mi imbambolo davanti alle immagini che scorrono ed alla voce suadente e maschia che narra l'interessantissimo argomento.
Proprio per questa ragione, mi batto strenuamente perchè Sky e i suoi 453 canali non entri in casa mia nemmeno con l'offerta gratis-a-vita.
Mi piazzerei su Discovery Channel o su History Channel e mi dimenticherei non solo del lavoro, degli amici e della mia famiglia, ma anche di mangiare, di bere e di fare la pipì.
Giuro.
Davvero.
Sono patologicamente attratta.
Morbosamente, direi.

Per non parlare dei programmi trash che riuscirei a scovare e a ciucciarmi senza remore. ma questa è un'altra storia...

Figlia di Quark e di Piero Angela, non c’è programma di taglio documentaristico che sfugga alla mia attenzione, da Ulisse a Voyager, passando per i programmi de La 7 che sicuramente guardo solo io e altri 12 spettatori in tutta Italia.

Voyager in particolare lo trovo un programma di un trash sublime, così assurda che ho sviluppato una dipendenza fisica nei suoi confronti. Draghi in salamoia, templari che escono dalle tombe, Da Vinci che usando la macchina del tempo arriva nel XXI° secolo a braccetto con John Titor e altre amenità: come non innamorarsene? E come non amare il favoloso Roberto Giacobbo che, con la sua voce professionale e serie, ti illustra queste eccezionali e documentatissime “scoperte scientifiche”?

La mattina invece, faccio colazione coi documentari di Rai Educational su Raitre.
E’ bello, perché non sai mai quello che ti tocca: storia, politica, biografie. Una volta su due è un documentario sulla seconda guerra mondiale ed i nazisti (le industrie naziste, i dottori nazisti, la musica durante il nazismo, ecc ecc), ma la sorpresa è sempre un brivido.
Due mattine fa, il 31 gennaio, è stata la volta di un bellissimo documentario per festeggiare i 50 anni della canzone italiana più nota al mondo ed il suo creatore ed interprete: Mr. Volare Domenico Modugno.
Io a Modugno ci sono sempre stata affezionata, un po’ per orgoglio italiano, un po’ perché mio nonno d’inverno si sedeva davanti alla stufa dopo il lavoro, mi prendeva sulle ginocchia e mi cantava “Piove” con la sua bella voce baritonale e malandrina:

“Ciao ciao bambina
un bacio ancora
e poi per sempre
ti perderò
Come una fiaba
l'amore passa
C'era una volta
poi non c'è più!
Cos'è che trema
sul tuo visino
E' pioggia o pianto?
Dimmi cos'è…”

Nella mia mente di bambina, quella canzone così dolce e triste la poteva cantare solo mio nonno e nel tempo la sua immagine si è sovrapposta a quella di Domenico Modugno in un modo così forte e vivido da farmi emozionare alla vista di Mr. Volare in tv.
Ogni volta.
Gli stessi occhi, vivi ma sempre un po’ tristi, come se la consapevolezza del mondo e delle sofferenze della vita li attraversasse lasciando un velo di falsa ironia. La stessa espressione, buona e sorniona, accondiscendente ma virile.
Così è come mi ricordo mio nonno.

Sciocco come una convinzione di bambina possa far tremare il cuore a una trentaduenne che di ritiene pure sufficientemente cinica da non farsi scalfire dalle cattiverie del mondo.
Sciocco come possa scaldare il cuore un ricordo.
Sciocco come ci si possa scordare del mondo e ritrovarsi a timbrare un cartellino in ritardo perché ci si è imbambolati davanti alla televisione alle otto di mattina.
Sciocco come si possa canticchiare una canzone per tutto il giorno, sentendosi felici senza un perché logico.

Ciao ciao bambina,
un bacio ancora…



l'ha scritto phoebe1976 | 17:39 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world
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mercoledì, gennaio 30, 2008  
Voting days
Io ho un pessimo carattere.
Lo dicono in tanti, la maggioranza della gente che conosco in ogni caso.
Poi magari mi vogliono bene, ma questo è un altro discorso.
Ho un pessimo carattere, è assodato.
Zero diplomazia.
Zero ruffianaggine.
Zero lecchinaggio.
Totale incapacità di stare zitta.

Alle medie avevo una professoressa di matematica idiota e presuntuosa.
Ogni volta che spiegava i problemi alla lavagna immancabilmente il risultato era diverso da quello indicato nel libro e lei, odiosa, tirava una riga nel libro e affermava tronfia: "E' un errore di stampa!". Tutti annuivano come un branco di pecore al pascolo nella verde Irlanda, sillabando Beee beeee mentre io dall'ultimo banco alzavo la manina e una volta presa la parola la sbugiardavo con un "A me torna" ed un sinistro brillio negli occhi.
Gelo in classe.
Sguardi di fuoco dell'insegnante colpita ed affondata.
Ovvio cazziatone a mia mamma il giorno dei colloqui.
Sua figlia è ingestibile.
E non solo perché mettevo la gomma da masticare tra i capelli di quella del banco davanti che aveva le tette grosse.
 
Non è che crescendo io sia migliorata, anzi.
Manco per niente.
Sia nei rapporti interpersonali che lavorativi ho la fame di "rustica" (per dirla alla perugina), di una con la lingua lunga che proprio zitta non ci riesce a stare nemmeno quando va contro i suoi interessi.

Non per niente all’esame di maturità trattai male il commissario di matematica incompetente e sosia pervertito di Michele Placido, riuscendo ad incassare un deludente 58 invece del dovuto 60.
Ma gliel’ho cantate, eh.
Puttaniere.

Per non parlare dell’Università, in cui il mio mal tollerare l’essere considerata un numerino qualunque da professori boriosi che consideravano la cattedra come la quinta o sesta attività della loro vita e per questo assolutamente marginale e irrilevante.
Ma, badate bene, è solo un caso che abbia rigato la Porsche del mio stronzissimo professore di Procedura Penale.
Un caso fortuito.
Passavo di lì.

Ora, a 32 anni suonati, ho imparato a mordermi la lingua biforcuta ed a incanalare la rabbia con la fitboxe e la corsa. Imparare a dominare me stessa e la mia necessità di puntualizzare facendo la maestrina dalla penna rossa non è stato facile, ed infatti spesso e volentieri emerge anche contro la mia volontà.
Tuttavia, per il vivere civile, evito “quasi” sempre la rissa.
Ma non per questo sono meno pericolosa…
Ecco perché vi consiglio caldamente di votarmi.
E subito.





Lo dico per voi…

PS. Se vi chiedete il perché della foto… vabbè, ve lo spiego un’altra volta!!!


l'ha scritto phoebe1976 | 21:46 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, normale amministrazione, tg phoebe
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giovedì, gennaio 24, 2008  
Avventure all'ufficio postale

L'altra sera torno a casa dal lavoro, appoggio la borsa sul mobile dell'ingresso e butto il cappotto sull'appiccapanni.
Come tutte le sere.
Saluto i miei, sistemo la sacca della palestra.
Passo in cucina e l'occhio mi cade su una cartolina postale lasciata come ricordo amorevole dal postino.
Ovviamente, è LUI, non ci sono dubbi.

Finalmente.

Afferro la cartolina e scruto con sguardo indagatore ed accusatorio i miei familiari.

MammadiPhoebe: "Ah, no... io ero dal parrucchiere!!"
SorelladiPhoebe: "Ah, io ero al lavoro!!"
PapàdiPhoebe: "Eh, no! Io ero in casa, ma questi non hanno suonato mica!! Oppure hanno approfittato di un momento che ero in bagno!!"
Phoebe: "Papà!"
PapàdiPhoebe: "Lo giuro! Devono essere strisciati fino alla casella della posta, gli infami!! Lo giuro sul cane!"
Ho "amorevolmente" soprasseduto, scuotendo la testa.
Son familiari, bisogna aver pazienza.
 
La mattina dopo, con mio grande sbattimento, mi reco all'ufficio postale comunale.
Che era esattamente la cosa che volevo evitare ad ogni costo.
Ora, già gli uffici postali io li odio a prescindere.
Devi prendere il numeretto giusto all'eliminacode giusto, impazzisci davanti ad un contatore luminoso per capire quando è il tuo turno e in quale sportello recarti senza ovviamente superare i segni disegnati sul pavimento chè sennò sei un cafone, se sbagli riparti da zero come ne Il gioco dell'oca e mediamente il tempo impiegato per sbrigare la semplicissima commissione è inversamente proporzionale alla simpatia degli impiegati, che sembrano messi lì contro la loro volontà e stanchi come se lavorassero in miniera. E gli impiegati se per caso sbagli sportello dopo tre ore di fila ti trattano come se la differenza tra "prodotti postali" e "servizi postali" la insegnassero di solito in seconda elementare.

Prendete questo scenario e cancellatelo completamente.
Tranne la parte che riguarda la celerità e la simpatia degli impiegati, ovviamente.
Nell'ufficio postale comunale del mio paese non ci sono tabelloni luminosi, non ci sono eliminacode né segni per terra. Ma impiegati dallo sguardo bovino sì, quanti ne vuoi.
Mia sorella mi aveva avvertito di non andare se non sotto l'effetto del Lexotan (lei lavora da un commercialista e questi giri son tutti i suoi), ma io avevo troppo desiderio di impadronirmi di LUI che sono andata subito.
Comunque, mi ha consigliato lei esperta, tieniti sullo sportello di destra, che è l'unico impiegato il cui cervello dà blandi segni di vita.
Rinfrancata dal consiglio, vado.
Mi accoglie una piccola fila a serpentello, io mi tengo sulla destra…
Dopo poco più di cinque minuti, l’impiegata dello sportello centrale mi fa un cenno: tocca a me. Le vorrei dire “No guardi, aspetto, mi tengo sulla destra”, ma mi manca il coraggio e allora vado da lei.

La lei in questione ha i capelli uguali alla Orsomando nelle giornate di tramontana, solo tinti platino, e un golfino appoggiato sulle spalle molto rassicurante. Le consegno la cartolina e lei sparisce.
Sparisce nel nulla per venti minuti.
Tempo che impiego a notare che, nell’ordine:
- le Poste Italiane ora vendono anche brutti libri e improponibili cd, nonché vite dei santi ed orpelli assortiti
- vengono offerte forme di investimento con un tasso dell’1% (garantito!!) vincolati per 11 anni da cui devi poi togliere le spese. Meglio il materasso, grazie.
- origliando lo sportello a fianco, realizzo che per un bollettino postale le Poste incassano € 1,00 sull’unghia. Usurai.
Mentre conto le mattonelle e cerco di calcolarne l’area complessiva, la vedo tornare col pacco.
Le sorrido: ci vuol pazienza, no?
Impiegata: “Quanto spende?
Phoebe: “E che ne so?
I: “Mmmmm… non c’è scritto…”
P: “E me lo dia gratis, allora!” provo a ironizzare facendo la splendida, ma lei di rimando mi gela con uno sguardo che mi ricorda immediatamente la professoressa di tecnica delle medie.
Paura.
Trova dopo innumerevoli giri il prezzo ed inizia a compilare mille milioni di moduli.
A mano.
Con la penna.
Non ci credo.
I: “Ci sono cinquanta centesimi di giacenza da pagare
P: “ EHHHH??
I: “Cinquanta centesimi
P: “No, mi faccia capire… mi recapitate il pacco con 10 giorni di ritardo e mi fate pagare 50 centesimi di giacenza??
I (serafica): “
P (alterata, con l'intenzione di sfondare il vetro): “Ma non è giusto! E’ un furto!!
I (zen): “E’ così
P: “Ma non sono nemmeno venuti a consegnare, che giacenza è??
I: “Lo vuole o no il pacco?
P (irdofoba): “Il pacco lo voglio, ma questo è un ladrocinio!
I: "Guardi che anche se il pacco non lo ritira, la giacenza la deve pagare lo stesso. E' la procedura."