La stanza di Phoebe
giovedì, marzo 27, 2008  
I matti voglion l'aria
Da qualche mese ho iniziato a soffrire di fastidiosissimi mal di testa, prima occasionali, poi con cadenza settimanale ed infine senza nessun preavviso almeno due volte la settimana.
Sarà il freddo, mi dicevo, oppure la vecchiaia.
O qualche iattura.
Mentre tamponavo la situazione sciogliendo bustine di Oki in mezzo bicchiere d’acqua, ho sentito intorno a me le teorie più fantasiose.
E’ la cervicale.
No, è il nervo trigemino.
Macchè è tutta colpa del plantare, o al limite del dentista.
Ma prendi la pillola? No? Allora sono gli ormoni.
Io dico che è il global warming.
No, è colpa di Berlusconi.

Fattostà che sotto Natale la mia dottoressa ha ritenuto opportuno spedirmi a fare una visita neurologica presso l’ospedale della mia città.
Mi danno l’appuntamento tra 60 giorni.
Mentre prego di non avere un tumore al cervello a progressione esponenziale, mi sono chiesta come faccia il Dr. House a fare gli accertamenti in venti minuti. Maledetta fiction televisiva.

Finalmente arriva il giorno tanto agognato e mi reco nel nuovissimo polo ospedaliero della mia città.
Dopo lavori non inferiori a quelli necessari per la costruzione del tunnel sotto la Manica, nella mia città è stato inaugurato quest’enorme complesso ospedaliero fantascientifico ed ultramoderno (costato stramiliardi, ma questa è un’altra storia) in cui, sono certa, mi daranno risposte a tutte le domande.
Mi rendo subito conto che dove parcheggiare così lontano da rientrare in un cap diverso da quello dell’ospedale. Nella nebbia. Il parcheggio è sterminato e senza indicazioni di suddivisioni: temo che non rivedrò mai più la mia macchina.

Entro all’ospedale e mi dirigo al banco informazioni che mi rifila una serie di direttive così complicata che mi viene il mal di testa in automatico.
Mi ci vorrebbe il Tom Tom, ma alla fine non mi perdo nel dedalo di viuzze e corridoi (vabbè, son finita nelle cucine, ma questa è un’altra storia) e arrivo a destinazione.
La mia destinazione è uno stretto corridoio azzurro tempestato di porte blu. Tutto blu. Sarà per caso un colore che distende o il frutto di un architetto suonato? Su ogni porta c’è un nome o una indicazione. Guardo la mia prescrizione: il vuoto, c’è indicato solo genericamente “visita neurologica”.
Ok, mi armo di pazienza e chiedo.
Passa una infermiera: “Mi scusi, ho appuntamento per una visita neurologica. Dove devo andare?”
Risposta seccata: “Chieda nel box infermiere, che vuole ne sappia?
Ricordando a me stessa quanto sia dura la vita delle infermiere, mi dirigo al box e non la mando affanculo.
Almeno non subito: il box è vuoto.
Turpiloquio libero.

Nella successiva mezz’ora mi sbraccio con passanti, infermieri, dottorini in erba e portantini: niente, nessuno sa nulla.
Finché dall’ascensore appare lui, bello come il sole nel suo sventolante camice bianco, emulo del miglior George, avvolto dall’aura della professionalità.
Lui, è sicuramente lui!!!
Gli corro incontro come il viandante davanti ad un’oasi.
Gli allungo la prescrizione speranzosa, la legge e mi informa che no, non è lui il mio medico, ma può indicarmi la porta giusta.
Che è in fondo a destra, come il bagno nei ristoranti.
Abbandono il mio salvatore con malcelato dispiacere e busso.
Mi apre uno pseudo medico alto come me e dall’aria accidiosa.
Dottore:”AH!! Lei è la signorina Phoebe?” mi chiede con voce spiccia e dall’accento inconfondibilmente calabro.
Phoebe: “Ehm, sì
Dottore: “E’ in ritardo di mezz’ora!!! Lo sa che questo è un ospedale pubblico e che gli appuntamenti sono presi ravvicinati? E’ essenziale la puntualità!
Phoebe: “Ma, io veramente…
Dottore: “Le donne!”
Phoebe: “…”
Dottore: “Ok, si sieda e mi dica
Riassumo per sommi capi le caratteristiche e le frequenze del mio mal di testa, mentre lui scribacchia in medichese chissà che cosa su di me. Chiacchiero, chiacchiero, finché lui ad un certo punto si alza in piedi, mi viene davanti ed inizia con una serie di giochetti. Segua il dito, chiuda gli occhi, si tocchi la punta del naso, in piedi su una gamba (coi tacchi???), ecc ecc.
Pensavo che ad un certo punto tirasse fuori le macchie di Rorschach e invece no.
Ed è stato un peccato, perché è una vita che sogno di fare quel test e rispondere sempre “farfalla” alla domanda “Cosa ci vede qui?”. E invece nulla.
Il dottore invece tira fuori un sottilissimo ago ed inizia a punzecchiarmi ovunque.
Se mi lascia segni lo scortico vivo.
L’utilissima visita si conclude con la prescrizione di una risonanza magnetica ( e vi ricordo che soffro di claustrofobia) e di un eco-doppler vattelapesca dove, di cui il servizio sanitario nazionale mi farà gentile omaggio (o quasi) tra circa 5 mesi. Potrei essere impazzita dal mal di testa.
Ma, colpo di scena... il mal di testa è passato!!! Non si ripresenta da circa un mese, almeno non in forma acuta ed ho deciso di rimandare la tanto odiata risonanza.
Merito del dottorino?
Della primavera che attutisce la cervicale?
Aiuto divino?

Io non ne ho la certezza, ma il merito credo che sia del pilates che non ho abbandonato grazie alla insaziabile tigna che mi divora ed al quale nel frattempo mi sono appassionata.

Sono arrivata anche e toccarmi le punte dei piedi.
Son grosse svolte.
Dico davvero.

Ehi, la smettete di ridere!?


l'ha scritto phoebe1976 | 23:01 | permalink | vita vissuta, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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martedì, febbraio 19, 2008  
Mindhunters

In fila al supermercato con le mie quattro cose, io.
Le barrette alla cioccolata della Kellog’s.
Lo yogurt.
Un paio di calze di microfibra.
C’ho fretta, mia madre già mi ha chiamato per ricordarmi che l’odiosa zietta è a cena e quindi non posso sottrarmi al suo interrogatorio né alle sue poco nascoste muliebri grazie.
Come giustamente afferma la legge di Murphy, la fila che scegli sarà sempre quella che scorrerà più lentamente e così resto in attesa fremente ingannando il tempo ammirando gli espositori carichi di caramelle e preservativi (cosa li accomuna? Perché sono sempre esposti affiancati vicino alle casse? E se un bambino si sbaglia?), nonché curiosando tra la spesa degli altri.
Quand’ecco che mi giro e vedo la persona che mi segue nella fila.

E’ un ometto piccolo, nulla di ché.
Impermeabile stazzonato, occhiali, faccia da topo incorniciata da quattro capelli tenuto su con metodo in un riporto che sfida le tecnologie più avanzate.
Ha gli occhi piccoli, l’ometto.
E mi fissa da dietro le lenti spesse.
Mi fissa.
Ha in mano poche cose, tra cui spicca un inquietante e sospetto profuma-biancheria per armadi al mughetto.
Mi fissa.
E io comincio a pensare che lui abbia più o meno l’aspetto del serial killer medio, di quelli che rapiscono, torturano e seppelliscono cadaveri fatti a pezzettini. Un pezzo qui, un pezzo là. E in un attimo, senza nemmeno accorgertene, sei un patetico volantino appeso alla stazione dei Carabinieri del paese con sotto scritto “scomparsa”. Così, mentre tutti immaginano fughe d’amore o ribellione alla vita canonica, in realtà sei sepolta sotto due metri di terra in sei posti diversi.
Terribile.
Sì, sì. Più lo guardo e più è proprio lui.
Con lo sguardo sfuggente, l’espressione da ragioniere ebete e rintontito.
E’ lui, ne sono sicura.
Infilo tutto nella busta, pago e scappo in macchina, facendo bene attenzione a mettere la sicura.
E a controllare di non essere seguita, ché di questi tempi non si sa mai.

Pompa di benzina sotto casa, sono le otto di domenica sera.
L’indicatore del gasolio piange (che novità) e prima di recarmi all’appuntamento con le mie amiche per la classica serata “pettegolezzi + Amici”, imperdibile must per sole donne mi devo fermare per forza sennò domattina mio padre m’attaccherà un pippone terribile sui danni alla pompa del gasolio, blabla blabla.

Accosto.
La stazione è deserta, con l’aria abbandonata che hanno i paesi di villeggiatura l’inverno.
Dall’altro lato accosta un camper. Uno di quelli lunghi e stretti, ché dentro potrebbero ospitare una famiglia di 8 persone. O il pied-à-terre di un assassino omicida, proprio come in "Intensity" di Dean Koontz.
Scende un uomo con una camicia di flanella sbottonata molto grunge ed i capelli scarmigliati. Avrà un po’ meno di cinquant’anni e la faccia corrucciata.
Io sono paralizzata in macchina.
Realizzo che potrebbe infilarmi nel camper, legarmi e torturarmi con una pistola sparachiodi e nessuno sentirebbe le mie urla disperate, perché intorno è deserto.
Prendo tutto il mio coraggio e dieci euro, scendo e faccio gasolio.
Ho il cellulare in tasca, ma è poca consolazione. Potrei telefonare a qualcuno, così avrei un testimone delle scempio che questo pazzo farà del mio corpo, ma ho paura di esser presa per pazza.
L’uomo fa un giro del camper controllando (pare, ma so che è una finta) le ruote.
Rimetto il tappo al serbatoio, risalgo in macchina e metto la sicura.
Sono salva.
E se avesse qualcuna delle sue vittime nel camper?
Dovrei chiamare la polizia?
Affrontarlo?
Macchè, al massimo posso prendere il numero di targa.
Ah, è straniero! Lo sapevo!!!!

Mentre mi allontano, dallo specchietto retrovisore vedo scendere due bambini insonnoliti con una età tra i cinque e gli otto anni. Uno sale in braccio al serial killer mentre fa rifornimento, mentre l’altro ciondola sugli scalini del camper.
Mi sento scema. Ecco, sono solo turisti fuori stagione.
Anche perché, ora che ci penso, il tipo con la faccia da ragioniere pervertito del supermercato, mi sembra quello che lavora in banca giù in paese.
Vuoi vedere che mi fissava solo perché gli sembravo un viso familiare?

A parte sentirmi idiota e a darmi la giustificazione che sono ancora sotto shock per l’accaduto, ho finalmente capito cosa si prova ad essere paranoici. A misurare tutti i propri passi con la determinazione che vogliano dire qualcosa di diverso dall’apparenza.
E che, soprattutto, guardare sempre certi tipi di telefilm alla lunga incide.
Parecchio.
Anche se sembrano innocui e divertenti, come prendere un caffè con la signora Fletcher.

Mica dovrò iniziare a vedere Don Matteo????

PS. Se non ne avete ancora abbastanza di me e del mio straparlare, da oggi mi trovate anche qui.
Se ci fate un salto potrete trovare tanti temi interessanti e promettenti aspiranti scrittori che un giorno, speriamo, cresceranno e faranno faville.
Non perdete l'occasione di fare un viaggetto nella musica ed in tutte le sue sfumature, viste da occhi diversi e traversali.



l'ha scritto phoebe1976 | 15:59 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
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martedì, febbraio 05, 2008  
Wannabe Jill
La mia palestra ha riaperto i battenti da circa un anno, riemergendo dal terzo fallimento e dall'ottavo cambio di gestione dal 2000 ad oggi con un nuovo, giovane e ricco proprietario. Per festeggiare l'anno appena trascorso, la gestione ha pensato bene di organizzate un Open Day proprio domenica scorsa.

Per i profani, dicesi Open Day una giornata in cui tutti possono accedere ai servizi della palestra gratuitamente: lezioni, thermarium, sala pesi.
Tutto assolutamente gratuito ed a scopo puramente pubblicitario.
Come rinforzino, per attirare fan e curiosi, la direzione ha invitato lei. Proprio lei, la regina, l’inventrice di The Program, l’imbonitrice più tonica della televisione, insegnante alla scuola di "Amici" quand'era ancora una cosa seria e soprattutto una fucina di talenti.

Lei, seconda solo allo Chef Tony nella mia fantasia malata: Jill Cooper.

Come mancare?
Impossibile direi.

Io e le mie amiche abbiamo tirato a lucido i nostri completini migliori, le scarpette più fighe e le mollettine per capelli più idonee e ci siamo appropriate della prima fila.
Eccoci qui: io, Vale, Cla e Ale. Che carine.

Entra lei.

Bionda.
Un metro e ottanta.
Due spalle così.
Delle cosce che fanno paura.
Sorriso splendente e due pinze qualunque nei capelli.

Tremiamo.
Certo, è un po’ diversa dalle foto e dalle televendite.
Un po’ tanto…
Devo dire che dal vivo dimostra in faccia tutti i suoi quarant’anni suonati, ma quando sorride la ragazzina che vive dentro di lei salta fuori inaspettata.
Quando salta fuori.

Inizia a spiegare la sua filosofia di vita (di cui non è che mi ricordi molto) e Vale e Cla iniziano a chiacchierare, sparlando probabilmente di quello con le scarpe rosse in terza fila.
Jill se ne accorge, interrompe il monologo e con sguardo nazista le interroga con il classico accento americano da patata in bocca.

Jill: “Voi tue come chiama???”
Le tapine all’unisono (e con sguardo sbarrato): “Vale e Claudia”.
Jill (girandosi verso la classe): “Bene, bene! Dite tutti grazie Claudia e Vale per fare subito 10 flessioni gambe tese. NOWWW!!!!!!
Silenzio di tomba.
Jill: "NOWWW!!!"
Allibiti da cotanta disciplina abbiamo fatto le flessioni come bravi marines professionisti.
Su-giù, su-giù.
Terrorizzati.

Poi è partita la musica.
E la lezione è stata folle, divertente, faticosa ed adrenalinica.
Sculettando.
Jill fa certe facce mentre fa lezione di aerobica che stanno a metà tra Jack Nicholson in Shining e gli All Blacks che fanno la Haka, ma è una grandissima motivatrice e quando urla “Fammi sentire tuta tua pasioneeee esplodeeee!” abbiamo realizzato che se ci avesse ordinato di buttarci dalla finestra l’avremmo fatto senza remore.
E pure in fila indiana.
Ballando e sculettando, alla fine ci ha fatto a pezzettini.

La mia idea iniziale era quella di chiederle l’autografo per il Daveblog e farci una bella trashcronaca (come mi era già accaduto in precedenza), ma dopo la lezione si è fermata a chiacchierare insieme al marito e dispensare consigli alimentari impossibili per l’uomo e la donna media comprendenti l’uso imprescindibile della curcuma (spezia di cui ignoravo esistenza ed indispensabile utilità), del cavolo e del broccolo.
Bleah.
Ma occorre fare attenzione, perchè come dice lei: "Tuo corpo doopo quaranta da bahhahahah e non è più lui!"
E' leggermente particolare, ma anche così carina, carica e simpatica che l’autografo l’ho fatto fare per me.

Se divento famosa la compro.
Giuro.
La compro proprio tutta, e le faccio eseguire tutti i suoi dvd nel mio salotto.
Mi faccio risistemare tutto il corpo.
E vado pure di curcuma.
A fiumi.

Non vedo l’ora…


l'ha scritto phoebe1976 | 00:30 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me
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lunedì, gennaio 14, 2008  
Tales of the unexpected
A trentadue anni cominci a credere di sapere un po’ tutto.
Pensi di aver visto più o meno tutte le cose più strane e pazze, pensi che nulla ti sorprenderà con la forza dirompente di un sasso che spacca il vetro di una finestra in un assolato pomeriggio di primavera.
Sei convinto che le persone non possano più sorprenderti affatto, di sapere esattamente come reagiranno ad ogni piccolo o grande scossone della vita.
Sei convinto di sapere come gira il mondo.
Ne sei convinto, arrogantemente convinto.

E proprio quando ne sei certo, quando non credi che le persone che ami o che hai intorno ti sorprenderanno mai, quando pensi di sapere tutto e di leggerlo nella faccia della gente come in un libro stampato, allora la vita ti fa vedere i suoi denti bianchi, digrignandoli e soffiando come un gatto a cui hai pestato la coda, saltandoti alla gola.
Piccolo arrogante presuntuoso tesserino.
E non è che sia sempre un male.
O che faccia male.
Anzi.

Fai la cosa che ti fa più paura, la affronti a viso aperto con la faccia dell’incoscienza e scopri che il diavolo non è mai brutto come lo si dipinge e che bastava lo stesso coraggio che serve per salire sulle montagne russe.
E niente di più.
Solo una piccola dose di follia.
E la consapevolezza piena di fare la cosa giusta.
Averlo saputo, l'avresti fatto prima.
Ma ogni cosa ha i suoi tempi, dicono.

Riscopri che le persone che hai intorno ti amano, si fidano del tuo giudizio e sono più aperte di quello che tu potessi mai anche solo immaginare.
Credere che il mondo possa anche girare dalla parte che dici tu.
Che non sia un posto del tutto sbagliato.

Succede così che chi non senti da tempo si riaffaccia alla tua vita per comunicarti una decisione fondamentale per la sua esistenza, facendoti sentire importante anche se i sentimenti che vi legavano sono morti e sepolti, rivelando una sensibilità nei tuoi confronti che ti lascia interdetta.
Stupita.
Ma sa di buono, di vero.
Di leggero rimpianto per quello che non è stato.
E la fine della telefonata ti ha lasciato un sorriso, una fede rinnovata nell’essere umano.
Forse, e dico forse non tutte le persone sono cattive.
O sceme.
O entrambe le cose.

Pensavi che non sarebbe mai successo, pensavi di sapere tutto.
Credevi che fasciarsi la testa prima di averla battuta fosse l’univa way of life possibile per l’essere umano.
Ma sbagliavi.
Pensavi fosse tutto difficile, ma forse non lo è.
Forse basta credere. E se non basta, crederci un po’ più forte.

E la vita può sorridere…


l'ha scritto phoebe1976 | 23:40 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
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domenica, novembre 11, 2007  
Leggende d'autunno
In un tempo che non esiste più, Trasimeno, figlio del re etrusco Tirreno era accampato con i suoi soldati vicino al lago.
Un giorno d’estate, passeggiando lungo le rive assorto nei suoi pensieri, fu catturato da un canto meraviglioso che proveniva dall’isola posta al centro del lago, nota come Isola Polvese.
Il principe, incuriosito da quel canto angelico, si recò sul luogo e scoprì che quel canto usciva dalla melodiosa voce di una stupenda ragazza, una ninfa, che viveva nelle acque del lago. Cantava e ballava sulla riva, con la veste bianca svolazzante ed i capelli sciolti sulle spalle che sembravano avere una vita propria.
Il giovane si innamorò così tanto di quella ninfa, di nome Agilla, che ogni giorno si recava sulle rive del lago per ascoltarla e guardarla. Solo dopo molti giorni trovo il coraggio di avvicinare l’eterea creatura del lago e di mostrarsia  lei come un umile essere umano.
Tra i due nacque un amore travolgente, una passione irrefrenabile.
Il re Tirreno, dopo mille reticenze, vedendo il grande amore che riempiva gli occhi del figlio, acconsentì alle nozze che vennero celebrate con tutti gli onori. Ma la felicità degli sposi durò solo un giorno, un brevissimo giorno d’estate.
Il mattino seguente, Trasimeno decise di fare il bagno nelle acque del lago. Agilla lo vide immergersi e restò a guardarlo dalla tenda sulla riva. Ma il giovane non tornò più a galla, non tornò più dalla sua Agilla, che era lì, in piedi, ad aspettarlo.
Il suo cadavere non venne mai recuperato, forse perché incagliato sul fondale, forse tributo di sangue richiesto dalle acque in cambio della sua ninfa.

Da quel giorno Agilla rimase ad attendere il suo amato, cercandolo continuamente.
Ed il lago prese il nome dello sfortunato erede del re Tirreno.
Agilla non si arrese alle lacrime. Finì i suoi giorni su una barca al centro del lago, da dove controllava tutte le imbarcazioni, alla ricerca inutile e disperata del volto del suo amore perduto.
I pescatori del Trasimeno rammendando le reti e fumando una sigaretta sul far della sera, ancora oggi amano raccontare la sua storia, aggiungendo che d’estate quando il vento soffia dalla Toscana, sia facile udire il pianto disperato della bellissima Agilla che chiama il suo amato.
E leggenda vuole che ogni tanto, sempre d’estate, si alzi un’onda improvvisa nel lago, che rischia di rovesciare le barche malcapitate che ci si imbattono.
E’ Agilla che pensa di aver riconosciuto Trasimeno in uno degli occupanti e cerca di raggiungerlo.
Sempre alla sua ricerca.
Anche oggi.
Nel 2007.

E’ solo una leggenda persa nel tempo, buona per dare il nome  ad innumerevoli campeggi e bar che dalle mie parti si chiamano tutti come la ninfa del lago innamorata del suo principe inghiottito per sempre dalle acque del lago.
Solo una vecchia leggenda etrusca, tramandata dal canto dei secoli.
E’ diventata buona solo ad intrattenere i turisti olandesi curiosi delle “pittoresche” leggende italiche. Io me la sono imparata anche in inglese, pronta ad intrattenere crucchi interessati alle usanze locali.

Ma mi piaceva raccontarla.
I pescatori, con al faccia resa rugosa dal vento e dal sole e le mani deformate dall’artrosi, con gli occhi lucidi ridotti a due fessure aggiungono che il pianto della ninfa lo può udire solamente chi ha amato davvero o chi ha sofferto per la perdita di una persona cara. 
Chi ha veramente sofferto, ma il cui cuore spezzato non si arrende al sordo dolore della perdita ma continua a sperare ed amare. Solo chi non si inaridisce nel dolore, ma coltiva la memoria con la speranza.
 
Nessuno crede più a questa leggenda, presto se la scorderanno anche i pescatori, umili cantori delle pene di Agilla e anziani portatori della memoria di un mondo che non esiste più.
Per l’onda improvvisa al centro del lago e per il vento lamentoso ci sono spiegazioni razionali.
Anche sulle origini del nome del Trasimeno vengono avanzate ipotesi meno fantasiose, come quella di un dono di nozze al figlio del re etrusco Tirreno, dal quale prese il lago prese il nome attuale.

Ma è bello immaginare Agilla, nella sua veste bianca svolazzante, seduta su una barca al centro del lago, in cima al pontile oppure sui bastioni del paese che porta il suo nome, mentre piange e chiama il suo amore perduto.
Che non risponderà.

Mai più.

 


l'ha scritto phoebe1976 | 23:57 | permalink | vita vissuta, quark, caffetteria letteraria
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mercoledì, maggio 09, 2007  
Varie ed eventuali
- La mia favolosa 206 grigio Islanda è dal meccanico per il tagliando periodico ed io stamane ho preso la macchina di mia madre per andare al lavoro.
Appoggiato sul cruscotto c'ho trovato quello che un figlio affezionato non dovrebbe mai vedere né sapere della propria madre (specie se lei si professa yoga e molto trendy, alla ricerca della pace cosmica e semi-convinta della reincarnazione dello spirito).
No, non buoni acquisto per una scatola di preservativi, non lettere d'amore dell'amante tantrico, nè foto pornografiche. Nemmeno un cd di Gigi D'Alessio. Peggio.
Un pacco intero di volantini del Family Day, dono suo, del nostro beneamato e oramai famoso parroco.
Per punizione (ed a scopo didattico) mia madre è stata costretta a bruciarli uno ad uno in presenza mia, di mio padre e di mia sorella.
Tutti.
Evviva la famiglia.

- Il mio amore per La7 (ed anche una certa perversione mai confessata fino in fondo per i reality) l'altra sera mi ha portato a vedere "S.O.S. Tata".
I bambini in questione, che la Tata deve domare a suon di dolci parole e (secondo me) scappellotti segreti, sono piccoli orchetti usciti direttamente dalla fucina di Mordor, che (sempre secondo me) devono venir punzecchiati e sobillati dalla visione di 200 ore di wrestling consecutive, nonchè innervositi grazie all'assunzione di quantità industriali di caffeina in pillole per essere così tremendamente arroganti, capricciosi e fastidiosi.
La Tata arriva, osserva, corregge, ed in sette giorni sette, ecco il miracolo: la peste è trasformata in un angioletto coi boccoli e con grandi occhi lucenti di amore parentale, buona ed ubbidiente.
E felice di subire una autorità che prima non riconosceva.
Sempre.
Ma come è possibile?
Io non ci credo. E' parente di Mary Poppins?
Come fa a non perdere mai le staffe? Ci sono forse metri e metri di scene tagliate?
Ed i genitori, trattati da incompetenti dalla "professionista", come riescono ad accettare di buon grado di sentirsi dare dell'incapace?
E' forse il suo aspetto rotondo e rassicurante, leggermente stereotipato?
Ma soprattutto, come fa a riuscirci sempre?
Usa psicofarmaci su minori?

- Il sito non è un granché (se non sei dei “loro” non puoi nemmeno commentare… Fascisti!!), ma il ragazzo ci si farà le ossa per poi volare su piattaforma più adeguata. No, non è il mio pupillo e non ho nemmeno mire sessuali su di lui. Siori e siore, ecco a voi lui, il mio grillo parlante.
Se guardate bene ci trovate anche foto mie al recentissimo Festival del Fitness di Firenze, fresca e profumata come una signorina d'altri tempi pronta per uscire in passeggiata sotto il parasole traforato in pizzo.
Ma anche no.

- Io e la mia gatta mangiamo spesso le stesse cose. Cioè, capita spesso che lei mangi ciò che mangio io ma mai viceversa, come invece mostrato da un repellente spot televisivo in onda proprio in questi giorni. Vero è che contengono riso e tonno, ma l'assaggio deliziato e soddisfatto da parte della padrona mi pare un po' troppo enfatico.
Inoltre, perché questa pubblicità può essere mandata in onda. mentre quella di Rocco Siffredi che mangia patatine a bordo piscina vestito come Hugh Hefner no?
Fascisti!!
Tra l'altro le scatolette reclamizzate la mia Elsa non le vuole nemmeno vedere, le snobba e le schifa apertamente imbronciando il musetto da persiano e preferendogli quelle marchiate Coop da € 0,40. Non so se mi spiego.

- Stasera tornando a casa in macchina ho beccato per radio “Strong Enough” di Cher e l’ho cantata e ballata a squarciagola dall’abitacolo della mia macchina tirando giù i finestrini. Mi sentivo molto donna, molto sicura, molto indipendent woman. AH! Sto molto meglio, l’umore è salito alle stelle ed anche l’autostima. Potere di Cher. Ma non avevo considerato che stavo passando in mezzo al paesello. Davanti al bar del paesello.
Gremito.
Che bello.


A presto per altre varie…



l'ha scritto phoebe1976 | 23:02 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, quark, doveva succedere proprio a me
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domenica, febbraio 04, 2007  
La lacca per capelli non fa male solo all'ozono.
Ho conosciuto Mauro Coruzzi, in arte Platinette, ascoltandolo tutte le mattine su Radio Deejay.
Pungente, ironico, sempre giustamente provocatorio, con uno sguardo sempre molto personale e graffiante sull’attualità.

E, devo essere sincera, per me Platinette era colei/colui che allietava il mio tragitto da casa al lavoro in maniera vivace ed intelligente, indipendentemente dalla sua inclinazione sessuale o dal suo tipo di abbigliamento più o meno eccentrico. Molto più e poco meno, ma non importa.

Certo, quando ho cominciato a vederla fare l’oca starnazzante a Buona Domenica, un po’ ho vacillato… possibile fosse la stessa persona?  Possibile che colei che passava la domenica facendo i trenini con Costanzo vestita come il divano di broccato di mia zia Concetta fosse proprio colei che ritenevo un esempio di intelligenza?

Ritenevo in ogni caso che il cervello su cui poggiavano le sue cotonate parrucche fosse degno di nota ed importante nell’assoluta e totale astenia del panorama televisivo.

Ed i miei amici mi sbeffeggiavano. Come potevo io, proprio io, ammirare quel pagliaccio alla corte del sor Maurizio?

Mi suonava strano, ma nicchiavo. In fondo, per guadagnarsi il pane si fa di tutto, anche mettersi alla berlina nel contenitore trash di Canale 5.
Per la pagnotta, mi dicevo, questo ed altro.

Ora però, si esagera.
Sono stata zitta finora, ma adesso non ce la faccio più…

Platinette, la mia graffiante drag queen, liscia tutti i ragazzi di Amici come se fossero tutte meravigliose creature. Liscia pure la De Filippi, si emoziona con tutti, anche con quelli che sono delle scarpe allucinanti e non polemizza con nessuno al mondo.
Difende i ragazzi dagli attacchi (spesso giusti) dal pubblico assatanato e prezzolato. Difende pure l’indifendibile Tony. Chè se è ballerino lui, mia sorella danza alla Scala.

Come dite? Se guardo Amici?
Sì, vabbè.
Guardo Amici. E quindi? Che non si può?
E poi, non è questo il punto!

Buonista.
Buonista, sì!
Lecchina della De Filippi.
Serva.
Sembra una vecchia zia sull’orlo dell’arteriosclerosi.
O in crisi ormonale.

C’ha pure la parrucca fresca di piastra, come se l’avessero domata completamente. Pure i capelli.
Dov’è finita la tigre?
Cosa ne è stato dell’intelligente provocatrice che credevo di conoscere dal lontano 1999?
Dove è finita la castigatrice ironica che non ne faceva passare una nemmeno per sbaglio?

Pensavo che la menopausa incattivisse le donne, non vale forse anche per chi donna ci si sente anche se fisicamente non lo è?
Che abbia battuto forte la testa cadendo dai tacchi?
Oppure, trent’anni abbondanti di abuso di lacca per capelli hanno leso i suoi neuroni?
Che i CFC delle lacche anni’80 dispieghino ora i loro devastanti effetti sulla psiche umana?

L’avevo detto io che facevano male…



l'ha scritto phoebe1976 | 23:54 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, normale amministrazione, quark
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mercoledì, ottobre 04, 2006  
Quando nei locali cominciano a fare le serate “ANNI ‘90” vuol dire che sei vecchio. Ufficialmente.

Era parecchio che non bazzicavo il centro commerciale di sabato.

Non per eccesso spocchia o per una improvvisa redenzione pseudo-anticonsumistica, ma perché l’ho vicinissimo al lavoro, così approfitto della pausa pranzo di un ora per sessioni rapide di shopping compulsivo.

E poi perché il sabato e la domenica sto scoprendo la bellezza di restare ancora all’aria aperta, anche se non è più estate. Porto a spasso la mia bestia feroce e scatto foto, colpita e folgorata dalla Flickrmania compulsiva.

Logico, quindi, che, nel momento stesso in cui sono stata tragicamente abbandonata dalla nuova digitale di mia sorella proprio di sabato, dopo aver scattato bellissime foto (che nessuno mai vedrà, sono andate tragicamente perdute nell’estremo tentativo di risanare la macchinetta. Fallito. Miseramente…), io mi sia fiondata arrabbiata come una pantera a cui hanno strappato i cuccioli contro il negozio reo di avermi venduto una macchinetta difettosa.

Dopo aver sfogato la mia rabbia da artista incompresa, repressa ed ostacolata nell’espressione della sua arte perfetta sull’ignaro commesso ed esser stata blandita da lui medesimo con la promessa di una pronta e rapida guarigione dell’essenza della mia ossessione senza spesa alcuna, mi sono avventurata ancora molto scossa dalla perdita per i meandri del centro commerciale.

Guardando ciò a cui prima non avevo fatto caso.

Non so come, a dire il vero.

Come ho potuto?


Orde esagitate e ormonalmente distrutte di under 16 si aggiravano con fare altero e scoglionato, invadendo ogni residuo di spazio calpestabile lasciato libero tra le panchine ed i negozi.

Frotte di ragazzine in minigonna e troppo ombretto, figlie deviate de “Il tempo delle mele” intente in chiacchiericci cacofonici al limite massimo di decibel consentitto prima della perdita dell’udito umano.

Battaglioni di Britney Spears obese e unte, con piercing all’ombelico come boa di salvataggio, intente nel corteggiamento di piccoli teppisti hip hop vestiti come se fosse residenti a Brooklyn e non nella piccola e piccolo borghese provincia umbra. Avversari di emuli mancati di 50 Cent, ragazzini vestiti griffati Baci&Abbracci e la sicumera di un cretino di 35 anni.

Lotta aperta tra cafoni.



Ora, io alla loro età non andavo certo al centro commerciale.

Andavo in paese, al massimo. Ma poco, chè i miei non mi facevano uscire.

Un annetto dopo, magari, la mia emancipazione mi può aver portato a vascheggiare allegramente esibendo il nuovo rossetto perlato dalla Fontana Maggiore a Piazza Italia e ritorno. Avanti e indietro. Su e giù. 

Non certo in un centro commerciale.

Ci mancherebbe. Che tempi, signora mia!!!

Un momento.

Fermi tutti.

Non esistevano i centri commerciali, quando avevo 14 anni io.

Ahm…

Già…

Ehm, dicevamo???

Un paio di ragazzini, fiutando l’odore della donna matura partono all’arrembaggio con frasi di sicuro effetto, se lanciate ad una quattordicenne. No, tesorino, non sarò la tua nave scuola. Dimenticatelo. Proprio. E se non te ne vai aiuterò la tua virilità nascente a sterzare bruscamente verso l’altra sponda.

Parecchio bruscamente.

Fidati.

 

In mezzo a cotanto orrore, ho cercato di scappare via rifugiandomi in un luogo temuto dal teenager medio: la libreria. Ah! Quale rifugio più accogliente e sicuro? Come poter chiedere di meglio? Respirare a pieni polmoni l’aria dei libri nuovi, girare tra vecchie edizioni e pubblicazioni fresche di stampa, saltellare da un banco all’altro in cerc… Ahhhh! Eccola… la bacheca del Codice Da Vinci… oltre al mostro a più teste creato da dan Brown, l’efferata creatura ha procreato mille figli. Dalla guida al codice, al Codice stesso scritto in caratteri maxi (ma perché??), passando per spiegazioni varie, analisi delle metafore, la vita al tempo di Da Vinci, nonché la cucina. AH!

Scappo atterrita.

Me ne torno a casa mia, e dal libro che sto leggendo.

Sul dondolo del terrazzo.

Con la mia gatta.

Come sono anziana...



l'ha scritto phoebe1976 | 18:15 | permalink | vita vissuta, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me
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lunedì, settembre 18, 2006  
Viaggio alla scoperta della mutua

Gli ospedali mi hanno sempre inquietato il giusto. Anzi, diciamo pure che li odio da morire. Ma, volente o nolente, nella settimana appena trascorsa mi è toccato di frequentarli più del dovuto anche se, per mia fortuna, per bellissimi o banali motivi.

Già, il bellissimo motivo è la nascita della piccola Sara. 51 centimetri di biondissima vitalità ed orgoglio della sua splendida mamma nonché mia carissima amica. Che mi comunicò la notizia a febbraio, buttandomi in uno shock estatico durato un paio di settimane, seguito da una gravidanza isterica terminata appunto l’altro ieri.

Il motivo banale invece è il dover fare una panoramica ai denti. Dovendo conciliare tempi lavorativi con disponibilità ospedaliere, sono finita a farla un sabato mattina in una piccola ASL affacciata sul Trasimeno. Ora, questo non cambia nulla, io gli ospedali li odio tutti: piccoli, grandi, medi, USL, ASL e compagnia cantante. Solo che quelli piccoli spesso sono peggio, perché più empirici.

Arrivo e mi rendo conto che devo pagare il ticket alla cassa. Mi avvicino con € 20,66 in mano già contati, conscia della agilità mentale degli impiegati allo sportello. C’è solo una persona davanti a me. Bene.

Bene.

Ehi, sono passati cinque minuti, com’è possibile che io sia ancora in fila?

L’impiegato si aggiusta gli occhiali e l’uomo davanti allo sportello sbuffa un po’ troppo forte.

Dieci minuti.

L’impiegato smanetta sul pc alla velocità di un bradipo con l’artrite, l’uomo davanti allo sportello digrigna i denti.

Quindici minuti.

L’uomo sbuffa, l’impiegato lo guarda accigliato perché ha sbagliato a firmare il modulo.

Ora sono certa che scatta la violenza.

Tutte le telecamere dei telefonini fuori, inizia lo spettacolo!

Nulla.

Diciotto minuti…

Nella fremente attesa, faccio amicizia con una famiglia pakistana composta da padre, madre e bimbo bellissimo di diciotto mesi fornito di un paio di occhi così neri da sembrare due piccoli pozzi senza fine. Il pupo, come è mia caratteristica (io, è risaputo, attiro solo cani e bambini), mi riserva una confidenza che lascia a bocca aperta i due riservati genitori ed insieme improvvisiamo un teatrino trans-generazionale e intra-culturale che intrattiene tutti i presenti. Finché, magia, dopo venti minuti è il mio turno.

L’impiegato, simpatico come la malaria e con il colorito adatto, prende la mia prenotazione e si rituffa tra le pieghe del suo programma che, mi chiedo, deve essere sicuramente scritto in COBOL, sennò non si spiega.

Dopo cinquanta minuti, e dopo aver salutato con un bel in bocca al lupo sincero la famiglia pakistana (chissà se capirà gli insulti in pakistano il minus habens allo sportello), eccomi pronta per una nuova eccitante avventura: tutti in fila per le radiografie.

Domandandomi se mai nella vita ci sia un modo peggiore di passare il sabato mattina, pazientemnete mi accomodo in una sala vuota.

Vedo passare i volontari della Misericordia del mio paese, tutti intenti a trasportare una signora sulla sedia a rotelle che disquisisce allegramente di lasagne e della loro modalità di preparazione. Il parallelo con mia nonna è in evitabile, e ripensando alle ore che ho passato a tenerle compagnia tra una mineralometria e un esame radiologico, oppure nel tragitto casa ospedale con l’ambulanza mi si stringe il cuore.

Mi si avvicina dopo pochi minuti una coppia anziana.

Lei una di quelle che profumano di borotalco e con la collana di perle ingiallite al collo, con un paio di occhiali troppo grandi da Jackie O’ e la messa in piega troppo cotonata per quel mucchietto di ossa che è. Lui, camicia a righe e pantaloni ascellari, mani annodate dietro la schiena e classica andatura fascista.

La signora ha voglia di chiacchierare e mi racconta di come la loro vacanza sul Trasimeno a casa del figlio si stata improvvisamente sconvolta la notte dei Mondiali di calcio vinti dall’Italia. Con forte accento napoletano, la signora racconta dell’infarto del marito accaduto proprio quella notte (troppe emozioni?) e di come la meravigliosa sanità umbra sia subito accorsa, trasportando il marito all’ospedale e operandolo subito  cuore aperto.

“Signorì, s’immaggina cos’era Napoli quella sera? Mio marito c’arrivava dopo due ggiorni al Cardarelli!!! E’ stato il destino, il destino!!!”

Insomma, l’anziana coppia napoletana ora vive nella casa delle vacanze del figlio, e tanto si trova bene in Umbria che ci resterà.

Perché così vuole il destino.

Ma pensa te…

 

Arriva il mio turno, e scopro che il radiologo assomiglia allo scienziato di ritorno al futuro e questo non mi rende molto tranquilla. Ha anche due occhietti da furetto un tantino inquietanti… Sicuramente fa esperimenti transgenici nel suo studio privato. Spero che le radiazioni non mi facciano nascere un’altra testa, ci mancherebbe solo questo visto che quella che c’ho già mi avanza. Magari, potrebbero crescermi un po’ le tette… si potrà? E se glielo chiedo?

Morsetto in bocca, giubbotto di piombo so trendy e gli orecchini lasciati nel cestino a fianco, diamo il via alle danze.

Sorridi prego!!!!

Ferma, così!

Cissss!

 

Poco dopo sono fuori, saluto l’attempata coppia e finalmente esco.

Esco pensando a quanto sarebbe bello un mondo senza ospedali, senza gente che sta male, senza quest’odore di disinfettante che ti entra nelle narici e poi non se ne vuole più andare.

O un mondo in cui in ospedale ci si va solo per cose belle, tipo la nascita di un bambino o un paio di tette nuove.

 

Utopia?



l'ha scritto phoebe1976 | 16:24 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, quark, doveva succedere proprio a me
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martedì, agosto 29, 2006  
Coniando termini nuovi: il trombamico

L’estate è la stagione dei giornaletti frivoli e gossippari, letti sotto il solleone e commentati a viva voce con la sciura vicina d’ombrellone. E cosa ha combinato Vieri? E la Ventura si ripiglierà quello stragnocco di Bettarini? E Briatore? Come starà sto porco rifinito? E Costantino a spasso con la nuova fidanzata?

In genere, questi ossessivi ed inquietanti interrogativi causerebbero nella parte sana della popolazione un sonoro “machissenefrega”, ma visto che è estate (anche se non si direbbe…) e vista la pioggia battente anche nella ridente località di mare in cui mi trovavo dopo una settimana di sole greco abbacinante, la rivista femminile media sembra diventata un solido scoglio a cui aggrapparsi.

Non di solo Houellebecq si vive, in fondo.

Vegetavo nella noia, tra un oroscopo sexy e un “indovina di chi è questa chiappa tatuata”, quando la mia attenzione è stata prontamente catturata da un articolo innovativo che porta sulla cresta dell’onda un essere antropomorfo di cui da un po’ non si parlava: il trombamico.

Ah.

Novità?

No, non mi pare proprio.

Infilo gli occhiali ed il taiilleurino da professoressa di scienze delle medie ed arrivo.

 

(Musichetta di Quark a palla e giochi tridimensionali sullo schermo. Absolute 80s.)

 

Buonasera.

Siamo qui per parlare di questa interessante creatura, prodotto di scarto della nostra società dei consumi, che non si accontenta del ciclico e naturale scorrere delle cose, ma che in mezzo deve sempre infilarci qualcosa.

Ops… Scusate il doppiosenso.

Ma anche no.

La figura del trombamico, definito da chi è molto più glamour di me (Phoebe si aggiusta gli occhiali e alliscia la gonna grigia a trequarti) come “colui che si chiama per soddisfare le proprie voglie sessuali, con cui non si esce al cinema, non ti porta a cena fuori e che non sa praticamente quasi niente della tua vita non fa parte della tua cerchia d’amici. Si tromba e basta… che però detta cosi sembra un uso reciproco, invece è un amicizia di letto, una scopamicizia!”.

Analizziamo questa definizione a piccoli passi.

Pare inanzitutto che questa figura sia nata dalla necessità impellente della società moderna di proseguire scevra e snellita da ogni sentimentalismo e rottura di balle devivante dai rapporti interpersonali.

La società moderna suddetta che ci porta ad essere così chiusi ed egoisti, siccome è data per assunto l’impossibilità oggettiva di trovare l’anima gemella; ed allora perché rinunciare alla soddifazione del sesso puro e semplice?

Perché non sedersi sulla comodità di un rapporto agile e senza invasioni di privacy indesiderate?

Detto così, in effetti, non sembra male.

Niente rotture, drammi, preoccupazioni, rotture di stivali.
Il tutto a condizione di reciprocità.


Citando sempre la stessa autorevole fonte riportata dalla rivista:”Il trombamico non è quel ragazzo che presenti alle amiche, che vedi ogni giorno,lui sa poco di te e tu sai poco di lui e sopratutto vi raccontate solo cose piacevoli tra di voi perche da una scopamicizia si cerca anche e sopratutto un rifugio dallo stress quotidiano un'ora di relax solo per te”.

Lungi da me dare giudizi morali (O raccontarvi qualcosa di più sulla mia vita. Sono e resto in vesti professoresche, quindi non provateci), occorre precisare che secondo la mia autorevole opinione di scienziata questa creatura antropomorfa mitologica così vantata dai media non esiste, se non come forma embrionale di frequentante.

Pare improponibile che da entrambe le parti persistano i presupposti di una “scopamicizia” (chi ha coniato questo termine dovrebbe morire tra atroci sofferenze bruciato nell’olio bollente, reo di crimini contro la lingua italiana) per un lasso di tempo superiore alle due settimane. Per sua stessa natura, l’essere umano medio tende a socializzare quel tanto che basta per aprire una finestra sul suo mondo. E se siamo in grado di lamentarci delle piccole rotture quotidiane anche con il pensionato in fila alle poste davanti a noi, possiamo evitarlo con il soggetto con cui abbiamo appena scambiato fluidi corporei?

Mi pare improponibile (giustamente) che ciò non avvenga, almeno nel medio/lungo periodo.

Come mi appare impossibile che, da rapporto paritario, si scada poi nel coinvolgimento sentimentale anche di bassa lega per almeno una delle due parti. Da qui lo scivolamento nella frequentanza più banale.

Non può quindi esistere una storia fatta solo di sesso?

Dipende, e non fraintendetemi, dalla durata.

Se la faccenda è episodica (nonché, spesso, pseudocurativa delle frustrazioni e delle ansie lasciate da precedenti relazioni), ben venga. Ma senza coniare termini nuovi come trombamico, la vecchia cara definizione una-botta-e-via mi pare sufficiente. Può essere anche più di una volta sola. Due. O tre. Poi basta.
E’ fisiologico.


Se è reiterata per un lasso di tempo non definito, come lascia ad intendere la sopracitata scopamicizia, fuori dal paese di Utopia non credo sia possibile, anche se auspicabile specie in momenti di crisi (e specie se siete appena uscite da relazioni complesse con ingegneri depressi). Questo genere di rapporto viene infatti minato ben presto dalla gelosia, dal desiderio di possesso di una (almeno) delle due parti e, cosa ben più grave, dalla noia.

 

(Basta musichetta di Quark, grazie, sto impazzando… Ma come farà Piero Angela????)

 

Più del coinvolgimento sentimentale di una delle due parti, è proprio quest’ultima che fa saltare le fondamenta del ragionamento di base su cui si fonda il trombamico.

La noia, proprio come la cantava Leopardi.

Alla fine della fiera non rimane nulla. Nulla, se non una certa aridità.

Pure il sesso diventa un appuntamento obbligato e perde del sapore trasgressivo e travolgente iniziale.

Insomma, non solo l’idea del trombamico non è reale, ma solo mass-mediatica.
Ma è anche triste.

Parecchio.
In casi di emergenza, allora, è meglio sempre e comunque affidarsi alla meccanica.

 

Almeno poi non fuma…


l'ha scritto phoebe1976 | 15:58 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, quark, doveva succedere proprio a me
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giovedì, luglio 27, 2006  
L'importante è che si legga...

Complice un temporale estivo ed una umidità vicina a quella del Messico, in pausa pranzo ho disertato la palestra per dedicarmi ai piccoli acquisti tipici di una partenza: dentifricio, salviette, bagnoschiuma e tisana alla liquirizia.

Vabbè.

Tipici.

Tipici per me.

Girando per il centro commerciale, godendo dell’aria condizionata e meditando la fuga ogni volta che un profilo mi ricordava vagamente quello dell’ingegnere, mi sono buttata tra gli avanzi malaticci e XL dei saldi estivi.

Anzi, magari mi piacerebbe pure incontrarlo, l’ingegnere.

Così potrei dirgli in faccia che il bonsai che mi ha regalato per il mio compleanno è ufficialmente deceduto e che la causa non ha saputo identificarla nemmeno Grissom.

S’è semplicemente intristito, rimpicciolito, rinsecchito ed indi è spirato.

Non so se abbia sofferto o meno.

Spero di no.

Forse.

E che la colpa è sua, perché regalare a me, Phoebe, qualcosa di vivo che non sia un gatto è qualcosa di mostruosamente assurdo e denota la totale mancanza di conoscenza della mia persona, nonché di rispetto per la creatura affidata alle mie cure e destinata a morte certa.

Ah, poi vorrei anche dirgli che ora esce con un cesso con le gambe vestita come un brutto manichino di Motivi e con i capelli setolosi. Non setosi. Volevo dire proprio setolosi.

Forse è meglio se non lo incontro, ripensandoci.

 

Delusa dallo shopping e con all’attivo solo l’acquisto di un semplice libercolo estivo a 5,00 euro, ho deciso di approfittare dei bagni del centro commerciale.

Eh, bèh.

Ebbene sì.

Succede anche a me.

E siccome difettavo di materiale cartaceo da leggere, mentre espletavo le mie normali funzioni corporali mi sono messa ad esplorare con lo sguardo le centinaia di scritte che dipingono come murales le porte dei bagni.

Molti sono di ragazzini, liceali con l’Uni Posca facile che approfittano della breve immortalità regalata loro da un tratto di pennarello. Ma gli altri?

Ora, sorvolando sul fatto che non ho mai scritto nulla sulle porte dei bagni nemmeno alle scuole medie, né credo di conoscere o frequentare qualcuno che lo faccia abitualmente (ma forse non si può mai sapere…), ce n’è veramente per tutti i gusti e possono essere divise in diverse categorie ben delimitate.

 

Le profferte sessuali

A leggere quel che c’è scritto nel bagno delle donne, Perugia è il regno dei superdotati. E io non ne ero a conoscenza! Ma che sfiga!!! Oh, sotto i 30 cm non se ne trova ma nemmeno a sforzarsi. Un miracolo. Che sia stata io la più sfortunata sinora?

Forse dovrei appuntarmi un paio di questi numeri…

Che poi, ora che mi viene in mente, in che frangenti gli uomini si intrufolano nel bagno delle donne per lasciare il loro cellulare tatuato sulla porta? Di notte? Travestiti da donna? Ci mandano la sorella? Posso capire la presenza dei messaggi lesbo, ma gli altri? Hanno forse dei procuratori donna? Delle specie di papponi al femminile?

Ma il punto è: sono veri questi numeri? C’è qualcuno che chiama davvero?

Qualcuno che usa davvero i cessi come la propria agendina privata?

Chi scrive sulle porte dei bagni è alla ricerca di qualcuno o sono solo scherzi di cattivo gusto?

Cioè, dietro c’è un business che non capisco?

Una perversione che non conosco? O sono solo burle?

O magari, piccole vendette di amiche/amanti deluse…

Quasi quasi c’ho un paio di numeri da scrivere anch’io… Dov’è il pennarello?

 

L’insulto gratuito

Marta della II C è una puttana”. 

Brava. L’ho sempre sostenuto pure io. Sì sì.

Risposta:”Puttana sarà tua sorella che fa i xxxxxxxxx. Firmato Marta

Risposta alla risposta “Ma tu sei più brava

Risposta della risposta alla risposta: “Poco ma sicuro!!!”

Complimentoni! Scriverlo nel curriculum? No?

Risposta della risposta alla risposta della risposta:”Allora vedi che sei puttana??!”

Standing ovation ed applausi.

 

L’annuncio

Probabilmente, dal punto di vista sociologico è la parte più interessante.

Francesca & Marco per sempre” (Si vabbè…)

Luca sei bono” (Dovreste vedere come si è ridotto il bello e dannato della mia scuola media per capire che la bellezza è un attimo fuggevole…)

V B the best in the wordl” (Vai, vai... vai all’università o entra nel mondo dei Co.co.co che poi vedi... E studia l’inglese!!! Capra!)

Fino ad arrivare all’immortale e da me ovviamente sottoscritto per motivi calcistici ma anche no “Chi non salta è un ternano

 

Terminato questo edificante ed interessante escursus ho preso sollevata la via dell’ufficio, parecchio più consapevole di come il mondo sia pieno di pazzi mitomani alla ricerca di un secondo di notorietà, importante anche se può venir spazzato via da una mano di venice a basso costo.

 

Ma anche del fatto che la prossima volta mi porto un libro…



l'ha scritto phoebe1976 | 08:43 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, quark, doveva succedere proprio a me
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martedì, luglio 18, 2006  
Ex files
Passano i giorni, i mesi, gli anni.
Ma certe cose non cambiano.

Non possono cambiare, sono dogmi scolpiti nella pietra dal tempo, abile scalpellino artigiano.
 

Prima fra tutte le mia teoria che, una volta finita una storia in cui si è investito abbastanza in termini emotivi, la controparte fedigrafa e ormaia inutile ed inutilizzabile dovrebbe avere il buon gusto di evaporare o polverizzarsi come un vampiro alla luce del sole.

Lo so, è un concetto che è stato già da me ampiamente sviscerato, ma l’umana condizione è così varia da offrire sempre nuovi spunti e nuovi inquietanti interrogativi al mio cervellino scalpitante. 

Sarà l’estate, sarà il caldo, saranno i trentanni compulsivi e rognosi, ma sia io che i miei amici (la cosa bella, stavolta, è che si parla di ambosessi…) nell’ultimo periodo ci troviamo a dover affrontare rapporti irrisolti, ritorni di fiamma o semplici riavvicinamenti con ex più o meno antichi e variamente sepolti nella memoria. O no. 

Tralasciando l’ormai classico ed annoso caso di ex fresco di nomina beccato a passeggio con racchia da competizione canina e sguardo intelligente da provola affumicata che tanto ha il potere di far venire travasi di bile (alquanto, ahimè, ingiustificati quanto violenti) altre sono le patologie che colpiscono violentemente le capacità intellettive e cognitive dei soggetti con cui ci siamo precedentemente accoppiati e di cui vorremmo mantenere un bel ricordo rasserenante.

Una volta passati gli istinti omicidi, ovviamente. 

Prima fra tutti, la minestra riscaldata.
E’ passato tanto tempo.
La storia è chiusa da anni.
Non ci pensate nemmeno più, se non quando passano una canzone pleistocenica o quando, facendo il cambio dell’armadio, vi tornano su un paio di pantaloni lucertolati viola che ora vi arriverebbero a mezza coscia. Ma magari. O forse meglio così.
Ma dopo anni, suona il cellulare o arriva un sms amarcord. E voi siete contente, ché in fondo gli avete sempre voluto bene ed è un bel ricordo, e bla bla bla.
Ma poi l’sms sporadico diventa una pioggia, le telefonate si fanno lunghe, mielose, allusive e tentacolari. Il tiricordicomestavamobeneinsieme ossessivo. Che poi, detto tra noi, non era nemmeno vero. Sì, vabbè, ci sono bellissimi ricordi comuni… ma se una storia si interrompe, c’è un perché! O no? Si tratta forse di Montecchi e Capuleti? Di amori contrastati? No. E allora? E quindi???
 

Poi abbiamo la staffa.
In che cosa consiste? Semplicemente in questo. Un tuo ex torna improvvisamente e/o traumaticamente single spesso non per sua volontà. Ma, chiaramente, meritandoselo.
Passati i cinque minuti canonici sufficienti al maschio per elaborare il dolore, si ributta a caccia. Iniziando da vecchi contatti e sfogliando la celeberrima e mitica agendina nera che (forse) ogni uomo ha e proseguendo a ritroso, se necessario fino alla prima fidanzatina dell’asilo.
Il tutto, alla flebile e forse vana ricerca della bottarella commemorativa del tempo che fu. Così. Per rinverdire fasti antichi e sepolte glorie.
O anche alla ricerca di una decina di vaffanculo rotanti.

Molto probabile.

Ah, lo stesso concetto vale per il cane rognoso; soggetto che, nonostante sia fidanzato, millantando una insoddisfazione sessuale e una carenza di feeling col patner. E che vorrebbe un rinforzino in nome dei vecchi tempi. Con te, logicamente. 

Oh, poi mi dicono che esista anche il martire pentito, cioè quello che è davvero davvero davvero mortificato. Che una mattina s’è svegliato e si è reso conto del casino immondo che ha fatto con la sua vita. E torna strisciando da voi con il Trilogy o col mazzo di fiori giganti.
Io, a dire il vero, non ne ho mai visto uno. Uno sincero, perlomeno (altrimenti rientra nella categoria di cui sopra).

Peccato che voi nel 99,99% dei casi nel frattempo vi siate evolute, cresciute, modificate o più realisticamente semplicemente cambiate. E vale anche per il sesso opposto.

E allora?

Allora, con tutta l’educazione ed il tatto  possibile vi tocca rimandare a casa il ciliceo martire ricordandogli la verità. 

E la verità sta solo nella semplice e cristallina necessità di appigliarsi al bello del passato. Al ricordo splendido splendente, ma che poi così luccicoso non era quasi mai.
Perchè il passato è già ammantato di un'aura magica, che rende tutto bello e positivo, tinto di lilla.

Perché è più facile cullarsi nel ricordo che andare avanti e vivere la propria vita conoscendo nuove persone, amando e rischiando, accettando il proprio passato e chiudendo bene le porte. 

Col lucchetto, magari.


l'ha scritto phoebe1976 | 23:33 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, quark, dillo a phoebe