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mercoledì, maggio 07, 2008
French Kiss Io sono sbadata.E anche un po' imbranata. Anzi, sono terribilmente imbranata. Capirete che il mio rapporto con tutte le estremità del mio corpo, sbatacchiate contro angoli acuti e spigoli appuntiti, non è che sia buonissimo. Prendete per esempio le mie unghie. Le mie disastrose unghie. Non le mangio, per carità: troppa fatica. E' che mi si spezzano, si rompono, rimangono incastrate vattelapesca dove. Una volta ne ho fracassata una sbattendola contro il volante. Veramente, ora che ci penso, più di una volta... E poi faccio fitboxe. Figurarsi. E a fare la manicure mi scoccio, non sono capace. Va a finire sempre che mi taglio 2 cm di unghie e anche le dita se va male. Accanto a me mia sorella, la mia nemesi. Mia sorella ha iniziato a mangiarsi le unghie appena gli si sono formate nella pancia di nostra madre ed è andata avanti a divorarsi in modo vorace e famelico anche le dita fino all'età di 24 anni, anno in cui la sua estetista la iniziò alle meraviglie della ricostruzione delle unghie e della french manicure. Se vivete fuori dal mondo in un eremo in cima ad un monte e pensate che la french manicure sia una malattia della pelle, vi istruirò io a dovere illuminando la vostra vuota e poco glamour vita. La french manicure è una tecnica per la cura delle unghie che mette in evidenza il contrasto tra la parte principale delle stesse e la punta usando lo smalto con due colori diversi (in genere bianco e trasparente, ma ce n'è per tutti i gusti soprattutto quelli trash). Non importa la lunghezza delle unghie e può essere fatta sia sulle proprie che applicando delle unghie finte dette tip. Il tutto ricoperto abbondantemente da una specie di gel che le indurisce fino a renderle simili a piccoli coltellini (se lunghe, ovviamente) e che impedisce a mia sorella di rosicchiarsele pena dolorose sedute di ricostruzione dal dentista. Il gel indurisce le unghie fino a renderle praticamente indistruttibili. sempre che non si scollino e ti saltino via. Che impressione. Logicamente, se si vogliono unghie tutte uguali della stessa identica lunghezza bisogna usare 'ste famose e benedette tip, perché tutte le unghie precise non ce l’ha nemmeno la regina delle nullafacenti a meno che non si pratichi iniezioni di calcio in vena. Ora, il costo di questa operazione si aggira intorno agli 80/90 euro per la prima “installazione” e circa 70 euro al mese per il mantenimento ed eventuale sostituzione di pezzi. Sì, sostituzione di pezzi. Proprio come per un frullatore o un robot. Ah, sempre che l'estetista sia onesta. Cosa rara, ahimè. Si comincia così, per provare. Per caso, per vedere come ti stanno addosso. In fondo sono belle, come negarlo? E poi diventa una malattia. Donne giovani e meno giovani che passano la giornata a rimirarsi le unghie per notarne le minime imperfezioni. Anatemi scagliati ad estetiste colpevoli di aver steso micron diversi di gel sull’anulare e sull’indice. Brillanti, disegnini, pupazzetti ed applicazioni per decorare il tutto come se piovesse. Ed unghie via via sempre più lunghe. Una specie di ossessione. Una vera escalation. Io guardo queste giovani donne ed il mio cervellino si fa diverse domande. Prima di tutto, come fanno queste donne a svolgere una vita normale senza sentirsi Edward Mani di Forbice? Come fanno a battere sulla tastiera senza scrivere asdfex? E le lenti a contatto? Come fanno a mettersi le lenti a contatto senza affettarsi a julienne una pupilla? Per non parlare di pratiche più “intime” che non vedo come possano essere svolte con quelle innaturali appendici. a meno che tutto questo rischio non aggiunga una certa perversione ed eccetazione. in fondo, il mondo è bello perchè è vario. Ma magari mi sbaglio. Sono io che ho un pregiudizio, perché trovo illogico spendere dei soldi (e parecchi anche) per una cosa del genere. Ma, in fondo, una ossessione è una ossessione e merita rispetto anche solo per questo. Ognuno ha le sue, libri o unghie non credo possa fare molta differenza. Purché mia sorella non si trasformi nel corso degli anni in una novella Lee Redmond. Sia chiaro, io dalla D’Urso non ce l’accompagno manco morta… l'ha scritto phoebe1976 | 22:21 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
martedì, aprile 29, 2008 La passeggiata Domenica sera di primavera, ore 21.Vado a mettere il gasolio, che già in questi giorni non è una prospettiva allettante ed entusiasmante. Scendo, metto i miei 20 euro nella macchinetta che solo al quinto tentativo decide di non sputarmeli con ribrezzo. Infilo la pompa nel serbatoio con maestria consumata (ndr. niente allusioni sessuali, pliz) e mentre metto il gasolio inizio a guardarmi intorno. La stazione di servizio è ancora relativamente affollata, visto che si tratta di un distributore indipendente che fa pagare ancora il gasolio a €1,28/litro. Sempre di ladrocinio si tratta, per carità, però almeno mi sembra di trovarci un barlume di onestà. O di furbizia, dipende. In ogni caso di convenienza per me. Ad ogni modo noto che al limitare della strada c’è una prostituta vestita (poco) di bianco. Mi ero dimenticata che questa pur essendo una zona residenziale di notte diventa la passeggiata di decine di prostitute straniere e non, e questo nonostante le vibranti proteste di chi ci vive e non vorrebbe vedere certe cose. Che però esistono. E lei se ne sta lì. La ragazza in bianco fuma distratta una sigaretta ballonzolando da una zeppa con tacco 12 all’altra nell’aria fredda della sera. Penso contemporaneamente che questa primavera non vuol proprio arrivare e che lei non avrà nemmeno diciotto anni. Mora, magra e troppo truccata, si appoggia al lampione con la noncuranza di chi non aspetta più nulla. Chissà quanti mila chilometri sarà lontana da casa e chissà se pensa mai a tornarci, se c’è qualcuno che l’aspetta o solo che si chiede che fine abbia fatto. Chiudo il tappo del serbatoio e il rombo di una macchina mi fa sussultare. E’ un ragazzo, avrà circa la mia età o poco più, che guida una Clio. Dalla macchina scende al volo un’altra ragazza con una minigonna di jeans così corta da essere praticamente inutile che si posiziona accanto alla collega. La macchina riparte facendo fischiare le gomme come se volesse allontanarsi il più velocemente possibile, lei si accende una sigaretta chiacchierando con la ragazza vestita di bianco. Chissà cosa si raccontano. A guardarla in viso sotto al trucco pesante questa sembra ancora più piccola di quella vestita in bianco. Salgo in macchina e mi preparo ad incanalarmi in strada, quando una Mercedes ultimissimo modello mi taglia l’uscita e si piazza a fianco delle due. Una breve contrattazione, poi entrambe salgono in macchina e vedo la macchina sparire nella notte. Me ne torno a casa disgustata e con un mattone nel cuore. In che mondo viviamo? L’ho sempre saputo che l’essere umano è una creatura schifosa e abietta, ma vederselo sbattere in faccia così fa sempre male. Che genere di uomo paga per fare del sesso con una ragazzina truccata e vestita in modo volgare raccattata al lampione di un distributore? Che uomo approfitta della sua condizione, incentivando il mercato comandato da coloro che abusano di lei? Che uomo non si sente rimestare il sangue nel profondo pensando che potrebbe essere sua figlia ad avere negli occhi quel disincanto che segue il buio della disperazione e la fine di tutte le lacrime? Parlandone una sera a cena, tutti i maschi seduti alla tavolata direbbero inorriditi “Non io! Io mai!”, eppure il ragazzo con la Clio dimostra che non sono solo vecchietti vedovi con l’Ape Piaggio ad andare a puttane. Anzi. Tutt’altro. Se da un lato mi invade il disgusto più feroce, dall’altro non posso non provare pena per delle povere ragazze vittime spesso di racket sanguinari e violenti, sbatacchiate in giro per quella meravigliosa Italia vista n TV in cui credevano di trovare il Paradiso ed in cui invece hanno trovato l’Inferno. Qui non si parla della ragazza/donna che ha scelto di fare il mestiere più vecchio del mondo e magari chiede pure di pagare l’IVA e tutte le tasse, ma solo se le riconosceranno la pensione a tempo debito. Si parla di sfruttamento, riduzione in schiavitù, mercificazione della persona umana. Tutti reati che passano sotto silenzio, perché tutti sanno ma nessuno fa nulla. Perché è una lotta contro i mulini a vento. Perché si lotta contro la natura stessa dell’uomo in quanto tale, che se può depreda. Sfrutta. Abusa dei suoi stessi simili. Ed è anche ipocrita. Infila la testa sotto la sabbia e nasconde alla sua morale i pruriti che lo attanagliano nel profondo. E’ l’uomo… l'ha scritto phoebe1976 | 23:02 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
domenica, aprile 27, 2008 I'm like a bee La mia famiglia comprende personaggi molto originali che da sempre animano la vita del mio paesello ai limiti estremi della provincia.Ma ben più della zia ubriacona che balla sui tavoli della Proloco mentre tutti giocano a briscola e del cugino costruttore di astronavi, l'originale di famiglia è sempre stato il fratello minore di mio padre. Minore di tre fratelli, introverso, particolare e "diverso" dai ragazzi di paese che scorrazzavano in bicicletta o in Vespa dietro le gonne delle ragazze. Curioso, colto ed insofferente della vita di provincia, mio zio era un personaggio stravagante che da bambina mi incuteva timore ed una strana forma di reverenza che sconfinava nella paura. Scoprii solo dopo la sua morte l’universo in cui si era trincerato. I dischi di Sinatra e Battisti, i libri di Proust, le poesie di Sciascia, i quadri di Chagall. Lo scoprii per caso, quando mia nonna mi spinse in quella che era stata la sua camera dicendo: “Prendi quello che vuoi di queste cianfrusaglie, io non voglio nulla. Quello che rimane qui lo brucio nell’orto. Almeno farà concime!” Era nato con una piccola malformazione ai genitali, mio zio, che col tempo era diventata invalidante. Niente di grave, una di quelle che oggi vengono risolte subito dopo la nascita con un piccolo intervento e poco dolore. Ma mia nonna, spaventata dalle chiacchiere di paese e arcigna come sempre, non aveva voluto nessun intervento. “Così magari diventerà prete” aveva sentenziato quasi con una picca d’orgoglio, incurante del dolore psicologico e fisico che avrebbe causato. Altri tempi, altra cultura. Forse. Alto ed asciutto, come se fosse stato creato apposta a contrasto di mio padre, avvolto in soprabiti scuri e sempre vestito di nero, a pensarci ora nella mia mente lo raffiguro come una specie di Piton snello e coi baffetti curati e lisci. Aleggiava serioso in casa, lo sguardo cupo di chi si sente in gabbia e sempre controllato, ignorando la caciara di noi bambini e l’allegria stopposa della televisione. Soffriva di paranoie, mio zio. Si sentiva minacciato, seguito, braccato. Da chi non credo lo sapesse nemmeno lui. Servizi segreti, UFO, mafia, folletti de boschi, la sua terribile madre. Non credo nemmeno che sia importante. Io, bambina con le trecce di sei anni, lo guardavo come si osservano gli insetti in una teca. Lo guardavo fisso sgranando gli occhini nocciola, con lo sguardo curioso con cui si osserva ipnotizzati i movimenti lenti ed oscuri di un ragno enorme nascosto dietro un vetro. Troppo spaventata per allungare una mano e toccarlo, ma allo stesso tempo attratta in maniera irresistibile. Non so cosa provasse lui per me, unica nipote femmina. Durante gli interminabili pranzi domenicali da mia nonna sentivo la sua curiosità calarmi addosso, come se volesse capire osservandomi cosa frullava nella mia testolina. Non parlava mai. Il suono della sua voce proprio non lo ricordo, né occasione di parlare con lui davvero mi fu mai data. Ero solo uno strano tesserino nano per lui, non importante in quanto situato al margine opposto della società. Margine in cui lui stesso si era confinato oppure in cui era nato senza scegliere. Non mi parlò mai direttamente tranne un pomeriggio di maggio. Il sole brillava caldo e l’aria sapeva d’estate. Avevo ingoiato il pranzo domenicale di mia nonna in fretta, proprio come si fa con le medicine, ed ero scappata nei prati dietro casa. Avevo iniziato a girare su me stessa forte, sempre più forte, come se quel mondo frullato e scomposto potesse togliermi da dosso il senso di oppressione che quelle domeniche mi davano sempre. A forza di girare caddi senza fiato nell’erba a pancia in su e mi misi a studiare il volo di un’ape. Di fiore in fiore. Lenta e barcollante, ma efficace e sicura. “Bella, vero?” La voce baritonale di mio zio mi raggiunse da dietro immobilizzandomi. Si stese nell’erba accanto a me e la sua vicinanza mi lanciò addosso un imbarazzo che ancora ricordo. “Guarda,” continuò incurante della mia paralisi “la vedi quell’ape che ronza?” Annuii con troppa convenzione, ma lui sembrò non accorgersene, gli occhi fissi sul piccolo insetto “Secondo le leggi della fisica non potrebbe nemmeno volare, è troppo tozza.” Strappò un fiore dal campo e si alzò in piedi. La sua ombra mi cadde addosso, mentre un’altra ape si posava sul “suo” fiore. “Però lei mica s’arrende, sai? Non solo vola, ma fa anche il miele. E lo sai perché?” Feci segno di no scuotendo la testa, scioccata dalla sua attenzione e dal modo con cui mi si rivolgeva. “Perché ha volontà e con quella può far tutto. E’ tignosa, testona e lotta tutti i giorni” “Ecco” disse inginocchiandosi davanti a me e mettendo la sua faccia affilata all’altezza della mia “tu sei come l’ape. Puoi fare tutto quello che vuoi e tutti quelli che dicono il contrario si sbagliano. E tu glielo dimostrerai.” Mi porse il fiore e io lo presi. Poi mi accarezzò la testa e si alzò. Uscì dal prato girando intorno alla casa e non lo rividi mai più. La vita, i sogni, i desideri e la frustrazione lo portarono lontano dal lago e per molti anni lo immaginai pirata dei Carabi, supereroe mascherato o arruolato nella legione straniera. Finché un giorno di dicembre una telefonata mi fece capire che le cose non erano esattamente andate così. Lo avevano trovato morto all’altro capo del mondo, mani e piedi legati ed una canna di pistola infilata in bocca. Era morto da solo, così com'era vissuto. Lo archiviarono come suicidio e mio padre fece finta di crederci. Come tutta la famiglia del resto. Non so ancora cosa lui abbia visto in me in quell’ultima domenica di maggio che passò a casa, ma nei momenti di sconforto mi piace ripensare alle sue parole. Mi paice pensare di essere come quella piccola e caparbia ape e che un giorno realizzerò tutti i miei sogni. Con la tigna, ovviamente... l'ha scritto phoebe1976 | 21:10 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
giovedì, aprile 17, 2008 Sexy Toys
Lilla: “Phoebe non ti distrarre!!! Siamo qui per il regalo, ricordi?” Agguantiamo l'orrido feticcio pre adolescenziale ed i suoi (costosissimi) accessori, mentre il mio afflato da Signorina Rottermeier trova la pace nel fondo della mia anima. l'ha scritto phoebe1976 | 16:18 | permalink | vita vissuta, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
lunedì, aprile 14, 2008 Fioretto La mia grande passione è leggere, credo sia ampiamente risaputo.Altra cosa notoria è la mia irrazionalità nell’acquisto di libri. Quello che per molte donne sono le scarpe, per me sono i libri. Devo averli, accatastarli, coccolarli, guardarli, spolverarli. E, ovviamente, leggerli. Non c’è negozio on line, ipermercato, piccola libreria o grande franchising che regga: la tentazione è sempre troppo forte. E così mi sono scoperta ad avere un bel pacchetto di arretrati che prende polvere nella Billy color betulla diventata velocemente troppo piccola ed affollata. Così tanti che mi vergogno ad inserirli tutti nella mia libreria virtuale di Anobii. E dire che ce ne sono parecchi. Nonostante la mia velocità inaudita nella lettura. Cavolo. Sono davvero pessima. Lì in attesa ci sono tutti i generi letterari che potete immaginare, da un paio di fantasy di Licia Troisi all'ultimo di Zadie Smith, passando per classici come Moby Dick ed Anna Karenina (comprati in momenti di opaca follia e smania di innalzamento intellettuale poi vanamente evaporata). Ma anche un paio di Palahniuk, una spruzzata di gialli made in Africa di Miss Alexander McCall Smith, qualche italiano sparso, un vasto assortimento di opere prime (come il monumentale “Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl) e tutto quello che di appetitoso posso aver adocchiato in momenti di depressione, scazzo o semplice mania ossessivo-compulsiva. Senza contare i regali. Ed i libri in inglese. Insomma, ce n’è da leggere. Io li vedo, quei libri lì. Mi guardano male. Ce l’hanno con me, si sentono abbandonati. Tristi, solitari, impolverati. Ho paura che una notte si coalizzeranno e mi cadranno tutti addosso per soffocarmi. Che morte orribile. Tremenda. Orribile. Quindi, sia per motivi economici che scaramantici, sia in ragione della giornata particolare di oggi, ho deciso di fare un fioretto. Un ex voto. Proprio come si usava una volta. Non comprerò libri finché non avrò letto tutti quelli che ho comprato. Tutti. Lo giuro. Nonostante le necessità coercitive ed incombenti. Ebbene sì, ho detto tutti. Ci riuscirò? Resisterò alla tentazione? In palio ci metto una cosa a cui tengo molto, quindi spero di vincere la lotta contro la mia assuefazione. Cosa c’è in palio? Qual è il premio per il mio fioretto? Non ve lo dico nemmeno sotto tortura… PS. Il fioretto riguarda solo l’acquisto di libri. Se vi sentite tristi per me e mi volete regalare qualche bel tomo, fate pure!!! l'ha scritto phoebe1976 | 21:36 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria
giovedì, aprile 10, 2008 Filmografia Io al cinema vado abbastanza spesso, ma quasi mai ci scrivo qualcosa sopra che possa anche solo lontanamente somigliare ad una recensione. Non importa che il film mi colpisca enormemente o mi annoi fino alla lussazione della mascella causa sbadiglio incontrollato. E’ che non mi ci sento proprio nelle vesti del critico cinematografico con baschetto e dolcevita, lo lascio fare a chi è più bravo di me. Io che ne so di luci, fotografia, montaggio, colonna sonora? Proprio nulla. Ecco, al massimo posso disquisire di sceneggiatura, interpretazione e “fisicità” dei personaggi. E anche se un attore sia bonazzo oppure no, e anche quanti punti meriti il suo fondoschiena. Questo sì. Mica altro. Però gli ultimi film che sono andata a vedere mi hanno fatto venire voglia di mutare il mio atteggiamento. In fondo ogni film ha qualcosa da dire ad ognuno (tranne i cinepanettoni che tanto piacciono a mia sorella ed al suo orrido fidanzato), competente o meno. Il libro è sempre meglio del film Con questa banalità suprema si potrebbe riassumere tutto il mio pensiero su “Caos calmo”, diretto da Antonello Grimaldi ed interpretato da Nanni Moretti, Isabella Ferrari, Valeria Golino e Alessandro Gassman. Tratto dall’omonimo bestseller di Veronesi, il film partiva svantaggiato sotto diversi aspetti: - il libro da cui è tratto ha generato opinioni discordi e molto forti. In poche parole, o amore o odio sfrenato. Io che il libro l’ho amato molto, ho visto il film come un’eresia e vorrei salire su uno sgabello elencandone le inconcludenze. Chi il libro l’ha odiato, piuttosto che andare al cinema è rimasto a casa a fare le parole crociate in tedesco senza dizionario. - Nanni Moretti non è noto per essere esattamente simpatico al grande pubblico, con la sua aria da primo della classe e la cadenza da saputello che non lo fa risultare granché comunicativo. Poi ci sono le idee politiche dichiarate che non guastano, ma lo rendono inopinatamente “di parte” (ndr. Andando a votare mettetevi una mano sulla coscienza, me raccomando: pensate a Phoebe vostra!!!). A parte questo, gli attori scelti, in particolar modo i protagonisti principali, non sono “esattamente” come li avevo immaginati. Nanni Moretti troppo vecchio e bruttino, ma perfetto nelle manie e nei tic del protagonista, mentre la Ferrari troppo bella e algida in un ruolo che non è il suo. Perfetti Gassman e la Golino, personaggi minori non adeguatamente esplorati e appena abbozzati. - rendere al cinema un libro che parla dell’attesa del dolore, della introspezione e dell’abbandono non era facile. E infatti Grimaldi secondo la mia modesta opinione non ci riesce affatto, troppo concentrato sui fatti per cogliere le sfumature ed i piccoli dettagli che hanno reso il libro un prezioso alleato dei giorni tristi della mia vita. Così il protagonista sembra pazzo, illogico e la storia non ti avvolge con un caldo abbraccio consolatorio, così come accadeva con la prosa di Veronesi. Voto: 6 (per l’impegno e la colonna sonora) La bellezza (pulp) dell’inaspettato La sera in cui sono andata a vedere “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen non avevo grosse aspettative. Non sapevo quello che avrei trovato perché non avevo né letto la trama, né alcun tipo di recensione o presentazione, ma mi ero fatta semplicemente trasportare dal baccano causato dagli Oscar vinti e stravinti, nonché dalla inquietante pettinatura di Javier Bardem. Un must della primavera/estate 2008. Maschi, copiatelo. All’uscita, dopo aver fatto a fettine la mano di uno dei miei accompagnatori e conficcato le unghie nella poltrona del multisala ad ogni pallottola sparata come nemmeno la mia gatta ai tempi della sua gioventù dorata, ero entusiasta. Non ho dormito tutta la notte, ma ero entusiasta. Anche questo film è tratto da un libro, che novità, scritto dal grande Cormac McCarthy e reso perfettamente sullo schermo dal genio visionario dei due fratellini al vetriolo. Tutti gli attori sono perfetti, dalla rivelazione Javier Bardem (miglior pazzo del cinema dopo Christian Bale in “American Psycho”) a Josh Brolin e Woody e Harrelson, fino ad un grande Tommy Lee Jones sceriffo disilluso con la faccia affollata di rughe e pensieri. Giustamente ed abbondantemente pulp, nel film la violenza non è gratuita né ingiustificata, ma sottende una sua assurda morale (riassumibile col lancio di una monetina) che, per quanto non condivisibile, accende la fantasia malata dello spettatore inchiodandolo alla poltroncina. Godibile anche la parodia, ma solo se capite bene l’inglese. Voto: 10 (con abbraccio accademico, ma guardatevi le spalle) L’italietta che siamo L’ultimo film di Paolo Virzì imperversa in televisione in tutte le forme che l’Auditel e Berlusconi hanno creato. Pubblicità, ospitate, speciali, marchette assortite. Verrebbe voglia di non andarlo a vedere al cinema e di bruciarne i manifesti, vista la faccia sorridente ed ardentemente ritoccata qua e là (ma quanto avrà speso dal chirurgo plastico??) della Ferilli nazionale che campeggia ovunque con i suoi modi irritanti e finto-cafoni. Ma in “Tutta la vita davanti” Sabrinona non è altro che un personaggio secondario. I veri protagonisti sono una serie di giovani e promettenti attori che donano al film la brillantezza della vita reale. Protagonista principale è Isabella Ragonese, che interpreta Marta, giovane laureata in filosofia a cui la società italiana offre come unica possibilità il lavoro in un call center con un contratto a progetto. In un clima da apparente villaggio vacanze fatto di balletti, venditori che ballano la haka e discorsi motivanti, si muovono gli altri personaggi: - l’astro nascente Elio Germano, venditore fragile e sotto pressione, schiacciato dall’ansia prestazionale - Valerio Mastandrea, sindacalista sfigato che non riesce a farsi ascoltare dalle persone che vorrebbe aiutare - la bravissima Micaela Ramazzotti, terribile madre snaturata e coatta sui generis che regala una comica scena di nudo con Mastrandrea già cliccatissima in Internet. - poi ci sono “gli adulti” Sabrina Ferilli e Massimo Ghini, cannibali dei loro simili, pronti ad approfittare dell’ignoranza dell’altro, ma anche della sua disperazione ed a gettarcisi sopra come vampiri per trarre il loro guadagno mantenendo le loro faccette sorridenti e botulinizzate. Perfetti, sorridenti e soli. Quello che esce fuori è un’Italia senza speranza e senza finale buonista, ignorante e schiava della tv, in cui il diverso è il laureato. Un’Italia che ha dimenticato da dove viene e che non sa dove vuole andare, che non ha la forza di cambiare e nel frattempo guarda il Grande Fratello. Voto: 8 (ma solo se mi rimediano testo e coreografia originale del balletto motivazionale interturno) Ed ecco qua, la mia critica cinematografica è giunta alla fine. Spero di non avervi annoiato e di non aver scritto troppe fregnacce. Se l’ho fatto e mi avete scoperta oggi per caso, mi scuso; siete lettori abituali del mio blog, allora ci siete abituati e quindi vi sta bene. Prossime visioni previste saranno: - “Juno” talmente acclamato e pompato come la nuova “Little Miss Sunshine” da scatenare la mia curiosità pseudo-indie. Speriamo non mi deluda. - Nonostante le critiche e le opinioni negative, andrò a vedere “Il cacciatore di aquiloni” tratto dal best seller di Khaled Hosseini. Come per “Caos calmo” sono molto scettica, perché trattandosi di un libro molto emotivo e famoso renderlo “uguale” all’originale non sarà stato possibile. Vedremo - “Il treno per il Darjeeling” di cui non so nulla a parte lo sbandierato nudo di Natalie Portman (che secca com’è, nuda non dovrebbe essere uno spettacolo) e la presenza di Adrien Brody. Ecco, della fisicità di quest’ultimo mi fido ad occhi chiusi, quindi andrò di certo a vederlo. Coming soon… l'ha scritto phoebe1976 | 08:09 | permalink | vita vissuta, sick sad world, musica e cinema, doveva succedere proprio a me
lunedì, aprile 07, 2008 Quando una farfalla sbatte le ali a Pechino, a New York piove. La matematica mi è sempre piaciuta, sin da piccola.La mamma e il papà litigavano? I compagni mi prendevano in giro? La maestra e tutti gli adulti intorno non mi capivano o consideravano a sufficienza? La matematica era un rifugio sicuro, diverso dalla lettura perchè scevro dalle interpretazioni, dai sogni e dalla fantasia. Quando avevo bisogno di certezze e di quiete, sapevo che le avrei sempre potute trovare nel mondo dei numeri, in una dimensione in cui tutte le domande (o quasi) hanno sempre e solo una risposta univoca e tutto viaggia liscio e tranquillo fino al risultato finale. Ed ho sempre pensato che sarebbe stato bello, utile e giusto applicare i fondamenti della matematica e della logica alla vita quotidiana. Ovvio. In fondo tutte le forme della natura sono calcolabili con la matematica, seppure non riconducibili ad un sistema lineare: dalla disposizione delle foglie sull’albero alla forma dei fiocchi di neve, fino al disegno scolpito sul guscio di una lumaca. Perchè non potrebbe essere applicata a tutti gli aspetti della vita? Non dovrebbe risultare difficile, certamente non come far capire la differenza tra "2X0" e "2+0" al ragazzino diciottenne capoccione coi capelli blu a cui facevo ripetizioni per mantenermi all'Università. Che si deve fare per vivere… Fin qui il mio discorso non fa una piega, ma non tiene conto di una realtà molto importante negli esseri umani: i sentimenti umani. Queste strane combinazioni di sinapsi che viaggiano a millemila chilometri al secondo dentro le nostre teste, generando panico ed agitazione tra i neuroni che li abitano, sono fuori dal controllo razionale della matematica e della logica. La gelosia, la rabbia, l'invidia, l’odio non sono logici. Ma soprattutto è l'amore ad essere illogico. Già, l’amore. Non è solo il più sovrastimato ed abusato dei sentimenti, ma è anche quello che meno si addice al rispetto dei canoni matematici e logici. L’amore è di per sé palesemente illogico, in tutte le sue manifestazioni reiterate. A rigor di logica, una conoscenza approfondita e continuata (A), accompagnata da una motivata comunanza di interessi (B) e da una certa dose di attrazione fisica (C) dovrebbe sfociare in amore (D). A+B+C = D. E invece manco per niente. A+B+C in 99 casi su 100 non farà mai D, ma sempre qualcosa di meno. O in più. O di completamente diverso. E l’incognita che fa sterzare il risultato non è quantificabile in una X qualunque, con un numero identificabile in X = A+B+C +/- D. Non sfocerà in una specie di grafico analitico, ma è un mistero indecifrabile che fa girare il mondo come e più della forza di gravità. Se è vero che l’amore è indecifrabile per definizione, nemmeno i suoi percorsi sono esplorabili tramite la logica. L’amore rende ciechi, sordi e muti proprio come le tre scimmiette. Rende ignari del mondo circostante, fragili e vulnerabili agli attacchi di chi il nostro amore, oggettivamente parlando, proprio non se lo merita. L’amore rende inutili i consigli degli amici e degli affetti più cari, di tutti coloro che scuotono la testa davanti alla follia e mettono una mano sulla spalla allo sciagurato malcapitato. Ma se è vero che i colpiti dai dardi di cupido galleggiano ad almeno dieci centimetri da terra ignorando fulmini e tempeste, nonché elefanti parcheggiati in salotto, è vero anche che appena si rimettono i piedi per terra la logica non ritorna a dominare. L’amore rende cattivi, egoisti, machiavellici. L’amore tradito, abbandonato, rifiutato, si ribella e soffia come un serpente a sonagli. Anche quando la logica vorrebbe sotterrare tutto e seppellire quel che è stato per iniziare a vivere di nuovo. Ma l’amore ci piace, proprio così com’è. Ci fa respirare, vivere, ci inonda i polmoni di ossigeno. Fa battere il cuore più forte, accende gli occhi, dà senso alla vita che inizia ad essere diversa da com'era prima. Già, come'era prima? Te lo ricordi? L’amore anelato, aspettato, litigato. Illogico. Tormentato. Oppure da favola. A+B+C non fa D. Ma non importa. Anzi, forse è meglio così. E’ così importante essere logici? Dare a tutto una casella da in cui inserirsi, un cartellino con su le istruzioni. Non si può, l’amore sfugge alle catalogazioni. Ma va bene esattamente così… l'ha scritto phoebe1976 | 22:54 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, doveva succedere proprio a me
giovedì, marzo 27, 2008 I matti voglion l'aria Da qualche mese ho iniziato a soffrire di fastidiosissimi mal di testa, prima occasionali, poi con cadenza settimanale ed infine senza nessun preavviso almeno due volte la settimana.Sarà il freddo, mi dicevo, oppure la vecchiaia. O qualche iattura. Mentre tamponavo la situazione sciogliendo bustine di Oki in mezzo bicchiere d’acqua, ho sentito intorno a me le teorie più fantasiose. E’ la cervicale. No, è il nervo trigemino. Macchè è tutta colpa del plantare, o al limite del dentista. Ma prendi la pillola? No? Allora sono gli ormoni. Io dico che è il global warming. No, è colpa di Berlusconi. Fattostà che sotto Natale la mia dottoressa ha ritenuto opportuno spedirmi a fare una visita neurologica presso l’ospedale della mia città. Mi danno l’appuntamento tra 60 giorni. Mentre prego di non avere un tumore al cervello a progressione esponenziale, mi sono chiesta come faccia il Dr. House a fare gli accertamenti in venti minuti. Maledetta fiction televisiva. Finalmente arriva il giorno tanto agognato e mi reco nel nuovissimo polo ospedaliero della mia città. Dopo lavori non inferiori a quelli necessari per la costruzione del tunnel sotto la Manica, nella mia città è stato inaugurato quest’enorme complesso ospedaliero fantascientifico ed ultramoderno (costato stramiliardi, ma questa è un’altra storia) in cui, sono certa, mi daranno risposte a tutte le domande. Mi rendo subito conto che dove parcheggiare così lontano da rientrare in un cap diverso da quello dell’ospedale. Nella nebbia. Il parcheggio è sterminato e senza indicazioni di suddivisioni: temo che non rivedrò mai più la mia macchina. Entro all’ospedale e mi dirigo al banco informazioni che mi rifila una serie di direttive così complicata che mi viene il mal di testa in automatico. Mi ci vorrebbe il Tom Tom, ma alla fine non mi perdo nel dedalo di viuzze e corridoi (vabbè, son finita nelle cucine, ma questa è un’altra storia) e arrivo a destinazione. La mia destinazione è uno stretto corridoio azzurro tempestato di porte blu. Tutto blu. Sarà per caso un colore che distende o il frutto di un architetto suonato? Su ogni porta c’è un nome o una indicazione. Guardo la mia prescrizione: il vuoto, c’è indicato solo genericamente “visita neurologica”. Ok, mi armo di pazienza e chiedo. Passa una infermiera: “Mi scusi, ho appuntamento per una visita neurologica. Dove devo andare?” Risposta seccata: “Chieda nel box infermiere, che vuole ne sappia?” Ricordando a me stessa quanto sia dura la vita delle infermiere, mi dirigo al box e non la mando affanculo. Almeno non subito: il box è vuoto. Turpiloquio libero. Nella successiva mezz’ora mi sbraccio con passanti, infermieri, dottorini in erba e portantini: niente, nessuno sa nulla. Finché dall’ascensore appare lui, bello come il sole nel suo sventolante camice bianco, emulo del miglior George, avvolto dall’aura della professionalità. Lui, è sicuramente lui!!! Gli corro incontro come il viandante davanti ad un’oasi. Gli allungo la prescrizione speranzosa, la legge e mi informa che no, non è lui il mio medico, ma può indicarmi la porta giusta. Che è in fondo a destra, come il bagno nei ristoranti. Abbandono il mio salvatore con malcelato dispiacere e busso. Mi apre uno pseudo medico alto come me e dall’aria accidiosa. Dottore:”AH!! Lei è la signorina Phoebe?” mi chiede con voce spiccia e dall’accento inconfondibilmente calabro. Phoebe: “Ehm, sì” Dottore: “E’ in ritardo di mezz’ora!!! Lo sa che questo è un ospedale pubblico e che gli appuntamenti sono presi ravvicinati? E’ essenziale la puntualità!” Phoebe: “Ma, io veramente…” Dottore: “Le donne!” Phoebe: “…” Dottore: “Ok, si sieda e mi dica” Riassumo per sommi capi le caratteristiche e le frequenze del mio mal di testa, mentre lui scribacchia in medichese chissà che cosa su di me. Chiacchiero, chiacchiero, finché lui ad un certo punto si alza in piedi, mi viene davanti ed inizia con una serie di giochetti. Segua il dito, chiuda gli occhi, si tocchi la punta del naso, in piedi su una gamba (coi tacchi???), ecc ecc. Pensavo che ad un certo punto tirasse fuori le macchie di Rorschach e invece no. Ed è stato un peccato, perché è una vita che sogno di fare quel test e rispondere sempre “farfalla” alla domanda “Cosa ci vede qui?”. E invece nulla. Il dottore invece tira fuori un sottilissimo ago ed inizia a punzecchiarmi ovunque. Se mi lascia segni lo scortico vivo. L’utilissima visita si conclude con la prescrizione di una risonanza magnetica ( e vi ricordo che soffro di claustrofobia) e di un eco-doppler vattelapesca dove, di cui il servizio sanitario nazionale mi farà gentile omaggio (o quasi) tra circa 5 mesi. Potrei essere impazzita dal mal di testa. Ma, colpo di scena... il mal di testa è passato!!! Non si ripresenta da circa un mese, almeno non in forma acuta ed ho deciso di rimandare la tanto odiata risonanza. Merito del dottorino? Della primavera che attutisce la cervicale? Aiuto divino? Io non ne ho la certezza, ma il merito credo che sia del pilates che non ho abbandonato grazie alla insaziabile tigna che mi divora ed al quale nel frattempo mi sono appassionata. Sono arrivata anche e toccarmi le punte dei piedi. Son grosse svolte. Dico davvero. Ehi, la smettete di ridere!? l'ha scritto phoebe1976 | 23:01 | permalink | vita vissuta, sick sad world, quark, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
venerdì, marzo 21, 2008 Dell'elogio della mediocrità L'Italia di problemi ne ha tanti.Chi sono io per negarlo? E' sotto gli occhi di tutti. E' afflitta da tanti mali che ne impediscono lo sviluppo e la prosperità, sia economica che culturale: la mafia, l'ignoranza, Berlusconi, l'arroganza, il Vaticano, un apparato statale che funziona come la balena di Pinocchio. Se ne parla sempre, in maniera più o meno obiettiva, e dappertutto. Senza trovare soluzioni logiche, però. Problemi troppo grandi, forse. Logiche troppo complesse e distanti, magari. E allora torniamo alla vita di tutti i giorni, per capire se questi "grandi mali" se ne stiano annidiati pure lì oppure no. Taciturni e vigili, come gli occhi gialli di un gatto appostato al buio. Quello che emerge dalla quotidianità, spietato e cinico, è l'elogio della mediocrità che è intorno a noi. Sei intelligente, capace, propositivo, rispettoso, creativo e pieno di idee? Se non conosci nessuno è assai difficile che tu faccia carriera, ma anzi verrai etichettato come "rompiballe" in meno di dieci minuti d'orologio. Troppo smanioso, controcorrente, fastidioso come le zanzare d'estate. E io di zanzare, vivendo sul Trasimeno, me ne intendo. Credetemi. Sei un leccaculo senza arte nè parte, ma bravissimo nell'arte di allungare la lingua e muoverla a colpetti rotatori senza tapparti il naso? Tranquillo, un posto per te ci sarà sempre, specie se sei esperto nel maneggiare la cattiveria e il cinismo. E se lavori in un ufficio pubblico, senza nemmeno accorgertene se farai un numero sufficientemente alto di parole crociate la tua scrivania lieviterà magicamente ai piani alti. Ma tranquillo, pure se lavori in una azienda privata, se stai zitto e dici sempre di sì, accumulerai tanti piccoli privilegi e coccole buoniste. Se poi spii e denigri i colleghi ad ogni occasione possibile, ancor di più. Se sei donna e ti vesti come una delle Pussycat Dolls sventolandola sotto il naso del capo, anche meglio. Ogni cosa che farai sarà lodata e stra-lodata perché, in fondo, l'hai fatta e non importa né come né quando. Tu, abile ed intelligente, ti devi adattare. O diventi come loro o continui a fare le tue cose per bene nell'ombra, senza però sognarti mai di ricevere un benché minimo apprezzamento. Anzi, a lagnarsi passi pure per Calimero perciò se non ti senti in grado di effettuare la "giusta" trasformazione puoi solo startene zitto e buono aspettando il giorno di paga. E zitto se i colleghi lavorano la metà di te, se allo squillare della campanella fuggono come cavalli selvatici lasciandoti con una pila di pratiche tristi e desolate che il tuo senso del dovere ti impedisce di abbandonare a loro stesse o ti scaricano sulla scrivania tutto quello che non gli va di fare chiedendoti "per favore" con un sorriso più falso di una moneta da tre euro. Amico mio caro, c’è poco da fare: il tonto sei tuo. Il potere della ruffianeria e della piccineria, un'arte di cui sei sfornito, vincerà sempre. Ed è anche abbastanza tipico di quest’Italia arruffona e del tiriamo-a-campare, dove anche a scuola se sei bravo sei sfigato e secchione a prescindere. Sembra paradossale. Sembra una giustificazione per qualcosa che non riesce, per una insoddisfazione personale. Per inettitudine. Ma non è così. O almeno non lo è sempre. Mio padre mi recita sempre il balzello "Le persone intelligenti danno fastidio, perchè mettono in difficoltà le stupide". Sarà vero? Sarà che è più facile avere a disposizione dipendenti e/o sottoposti non tanto svegli per non dovercisi confrontare tutti i giorni? E' davvero solo una questione di chi-ce-l'ha-più-lungo? E quindi? Che si fa? Ci si arrende davvero al destino cinico e baro? Si diventa come Dilbert? Oppure si scende a compromessi e ci si adegua al comune pensiero? Oppure si gioca il jolly. L'idea dell'apertura del bar sulla spiaggia in Costarica non mi sembra malaccio. No, non una fuga. Proprio un volare verso altri lidi fottendosene di chi è ottuso come le mucche quando ruminano, un cambio di vita radicale. E che vita... l'ha scritto phoebe1976 | 20:58 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
martedì, marzo 18, 2008 Sharks
E di molto altro… Ps. Questo e molto altro lo trovate su Rotocalco. Non perdetevelo!!! l'ha scritto phoebe1976 | 14:09 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, femmine vs maschi, normale amministrazione, doveva succedere proprio a me
mercoledì, marzo 12, 2008 Differenziamoci Io sono facile agli entusiasmi. Mi appassiono alle cose e mi faccio prendere la mano. Così, in men che non si dica, da semplice attività o curiosità, diventa presto una mania. Incontrollata. Ed incontrollabile. Sicuramente non facile da gestire per i miei familiari ed amici. Ecco, stavolta mi sono appassionata ferocemente alla raccolta differenziata. Non so come mai finora avessi deliberatamente ignorato l’argomento: pigrizia, disinteresse, noncuranza. Poi due settimane fa mia madre è tornata a casa dall’ennesima lezione di yoga con questa idea brillante per migliorare il paese, il mondo e un po’ anche l’universo. La vogliamo fare? Considerando che il Umbria la raccolta differenziata è effettuata da meno del 35% degli abitanti, ho calcolato che era proprio arrivato il momento di darsi una svegliata. Ho iniziato titubante, ignara dei meccanismi che dividono i rifiuti in macrocategorie: - organico - carta - plastica - vetro - alluminio Per esempio, il tetrapak dove va? E’ plastica o carta? Dopo attente ricerche mi hanno fatto notare che la scritta “CA” impressa sui contenitori (che vanno sciacquati prima di essere messi a riciclare) li annoverano di diritto tra la carta in seguito ad una convenzione internazionale. Ma questo non potevo saperlo. E le buste della corrispondenza? Ovviamente nella carta, ma la finestra di plastica sul retro va tolta ed accatastata tra la plastica. Stesso discorso per le etichette sulle bottiglie di plastica: vanno staccate e buttate tra la carta. Tutto fa brodo. E le bottiglie del bagnoschiuma e dei prodotti per capelli? Possono essere riciclati anche quelli? No, perché da quello che sapevo non tutti i polimeri della plastica sono riciclabili allo stesso modo. Io già non so cos’è un polimero, come faccio a distinguerli? Il mio unico 5 alle superiori era in chimica, mi servirebbe un Bignami. Sto anche meditando di coinvolgere mio padre, ex ragioniere con velleità pseudo-agricole, nella creazione e nell’uso del compost in un angolo apposito del giardino. Sì, vabbè, puzza un po’. Forse pure più di un po’. Ma volete mettere la soddisfazione? Ah, poi c’è tutto quello che non si ricicla, ahimè. Esagerata? Può darsi. Ma ad essere sincera mi esalta l’idea del recupero di materiali che sembrano destinati al macero ed all’inutilità. L’idea che possano essere lavorati con un dispendio di energia minimo e riportati a nuova vita mi affascina quasi come il tema della reincarnazione. Che poi per me la trasformazione di lattine, cartoni, bottigliette di plastica e affini in qualcosa di completamente diverso è un mistero gaudioso proprio come le lacrime della Madonnina di Civitavecchia, quindi non chiedetemi dettagli tecnici per carità. Però forse fare qualcosa per questo nostro pianeta allo sfascio si può. Magari è una goccia nel mare, ma costa così poco che è uno sforzo affrontabile con scioltezza e un piccolo impegno da parte di tutti. Che il pianeta è nostro, dei nostri figli e lo dobbiamo trattare bene, ecc ecc. Lo abbiamo capito tutti questo, no? Eppure non funziona. Il Italia siamo fanalino di coda, la pecora nera del riciclo (e di un sacco di altre cose, ma stendiamo un velo pietoso). Però vi informo che nel mio comune se fai la raccolta differenziata (nel resto d’Italia non so) e porti tutto alla Ricicleria ti danno una tesserina magnetica come quella del supermercato su cui raccogli punti. Alla fine dell’anno questi punti spazzatura non ti permettono di avere piatti, pentole e pressione o tovagliette di fiandra, ma uno sconto sulla TARSU. Il ché, di questi tempi… Certo, ora che c’ho la fissa del riciclo e guardo con soddisfazione i bidoni della plastica e della carta nel mio garage riempirsi con lo stesso occhio del padrone che vede ingrassare l’asino, fossi in voi starei attenta. Ho grossi progetti. Come iniziare a riciclare la carta in ufficio. O utilizzare il riscaldamento solo quando strettamente necessario. Sto meditando di abbandonare il latte detergente come struccante per eliminare la produzione di dischetti anti-ecologici non riciclabili, a favore di una più etica schiuma struccante. Magari potrei mettere dei pannelli solari sul tetto. E un piccolo apparecchio eolico in giardino per produrre energia elettrica homemade. … … Fermatemi… l'ha scritto phoebe1976 | 21:00 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
lunedì, marzo 10, 2008 Naive Era da un po’ di tempo che il mio blog faceva i capricci.Molti fedeli lettori mi avevano segnalato che per aprire le pagine ci voleva la manovella e che il sito andava con la potenza e la velocità del mio criceto buonanima sulla ruota. Ma non c’avevo dato importanza. Pensavo, sbagliando, che la colpa fosse della piattaforma. Poi iniziò a proporsi un banner che offriva incontri per single. All’inizio volevo offendermi (“OH! Come mai il sito mio?? C’ho l’aria così disperata??”), poi ho fatto spallucce e sono andata avanti. Ingenuamente. Fino a ieri. Giorno in cui all’apertura del blog mi è stato chiesto di scaricare un antivirus. VIRUS, VIRUS, VIRUS! Panico. Ho spento tutto ed attivato antivirus, anti-malware, anti-spyware, i pompieri, il 112, la cavalleria, Lassie, Montalbano e anche l’Ispettore Gadget. Niente. Ritorno sul blog, ed ecco apparire nuovamente il bastardo maledetto. Per fortuna che il mio fido stilista di riferimento per quello che riguarda internet, il parrucchiere del mio blog, il mitico Cofano, mi ha tratto d’impaccio. Come un vero cavaliere servente, sfoderando la spada in alto e corso in mio aiuto con l’armatura scintillante al sole. Ehm… ok, ho un po’ esagerato. Ma comunque ha risolto ed ora il blog è candeggiato, sicuro e lindo. Lo giuro. E lui s'è guadagnato un soggiorno omaggio sulle ridenti sponde del Trasimeno. ovviamente con la sua dolce metà. Se lo è meritato. Mi sopporta da talmente tanto tempo, che andrebbe fatto santo subito. La colpa era tutta di Pay-per-stats, bastardo contatore che prometteva soldini facili facili e serviva anche da contatore di accessi. Troppo bello. E io troppo boccalona. L’avevo installato quest’estate su suggerimento di non mi ricordo più chi. Mi pareva l’invenzione dell’acqua calda e già teorizzavo di comprarmi un dominio mio a costo zero. Che ingenuotta campagnola. Bastardi. Bastardi. Bastardi. Per fortuna non me ne sono accorta solo io. Mi scuso veramente col cuore, mettendomi in ginocchio sui ceci con tutti coloro che si sono “infettati” visitando il mio blog e leggendo le mie sciocchezze. Non volevo. Davvero. E ringrazio coloro che si sono preoccupati di avvertirmi e mi hanno offerto una mano, in particolare Maxime, Alberto e Resciocco. Siete dei veri tesori. E io un’ingenua… l'ha scritto phoebe1976 | 23:05 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
domenica, marzo 09, 2008 Il lago Tempo fa, feci un famoso ordine su BOL. Il maledetto, arrivato con ritardi e peripezie varie, non conteneva solo l’ultimo Harry Potter, ma anche latri svariati libri di cui io sono una temibile divoratrice.
Nel pacco c’erano anche due libri di uno scrittore delle mie parti, Marco Rufini, che aveva attirato la mia curiosità anche su consiglio della proprietaria della mia libreria di riferimento. Proprio lei ad ottobre mi aveva invitato alla presentazione di “Afa”, ultimo libro di Rufini. Incuriosita dalla vicinanza geografica e fissata con le parole palindrome sarei voluta andare, ma per una serie di coincidenze e circostanze assortite non andai. E l’idea di leggere qualcosa di suo rimase sospesa nell’aria fino all’arrivo del pacco. Insieme ad “Afa”, incuriosita dal titolo ed attratta da uno sconto sostanzioso, presi anche “Il lago” del tutto ignara di quello che avrei trovato. Sabato l’ho iniziato, per scherzo. Ed ho scoperto che parla del MIO paese. No, non dico per dire. Parla proprio del MIO paese. Usanze, modi di dire, espressioni, luoghi, linguaggio. Anche i cognomi sono tipici. Devo dire che fa una certa impressione. Parecchia. La storia si presenta come un thriller e si apre con il ritrovamento nel 1949 di un cadavere mezzo decomposto sulle rive del lago Trasimeno. Pochi mesi prima erano scomparsi due uomini. Uno era Gaspare, un pescatore dal carattere schivo e cupo, tornato dalla guerra d’Africa con l’animo carico di segreti e rancori. L’altro uomo scomparso è il suocero di Gaspare, Ivo. Parte l’indagine e il racconto, tra flash-back, lettere e testimonianze, verso un finale sorprendente. Mentre il lago se ne sta lì, placido ed immoto. Ma anche custode di segreti inenarrabili, muto spettatore e amaro confidente. Ma la storia è solo una scusa. Quello che mi colpisce è l’affresco della “gente del lago” che ne esce fuori. Schiva, solitaria, onesta e dura come la tramontana che spacca le rive d’inverno. La ritrosia alla chiacchiera, ma il cuore aperto e sincero di chi è schietto per natura. La faccia scolpita dalle intemperie, le mani callose ed il cuore vivo. L’amore per il lago, per questa troscia, come la chiamano in maniera dispregiativa i “perugini” che mal capiscono l’affetto sconsiderato che vive nel cuore della maggior parte di quelli che, su quelle rive, ci sono nate. Un lago avaro, che si allarga e si stringe a seconda delle stagioni. Un lago bellissimo, che riempie il cuore e dona serenità a chi lo sa guardare. E’ stato bello ritrovare lo stesso amore tra le pagine di un altro. Arrivata in fondo al libro, ho scoperto tra i ringraziamenti anziani concittadini ed uno zio alla lontana che non c’è più, dante. Quand’ero piccola sua moglie aveva l’edicola del paese e lui l’aiutava con poca convinzione. Ero piccola, ma avevo imparato in fretta che a chiamarlo zio ci guadagnavo uno o due pacchetti di figurine. Aveva fatto la guerra d’Africa, lui, e lo raccontava a noi bambini con l’enfasi che solo il dolore ed il ricordo sanno dare agli avvenimenti scavati nella roccia della memoria. Ed ogni volta non mancava mai di aggiungere un particolare truce, un tocco di mistero nella descrizione del deserto e delle sue insidie, un ricordo raccapricciante di sangue versato per la patria. Che la patria si fotta, aggiungeva alla fine. Il suo racconto preferito era quello della sua diserzione e fuga con alcuni commilitoni su una barchetta traballante, verso le coste italiane. Il sole, il caldo, la sete. La morte di uno di loro. E gli altri che, per disperazione, se lo mangiano. Avevo otto anni, e mio zio Dante da quel giorno lo guardai in maniera diversa. Un po’ schifata, ma anche ammirata perché alla fine lui al suo lago c’era tornato. Eccolo qui il mio paese, stampato sulle pagine di un libro. Il mio paese all’epoca dei miei nonni, ma non poi così diverso da oggi. Il mio paese in un libro. Chissà se un giorno ne scriverò uno anche io… l'ha scritto phoebe1976 | 23:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, caffetteria letteraria, famiglia phoebe
mercoledì, marzo 05, 2008 Amici o nemici? Faccio outing: io “Amici” lo guardo da sempre. Addirittura da quando di chiamava “Saranno famosi”. E questo nonostante la De Filippi ed il suo entourage mi stiano simpatici come un herpes genitale. Però appartengo alla generazione cresciuta con il “Saranno famosi” quello vero, quello di “Fame, I'm gonna live foreveeeer!”, quello di Leroy Johnson e della signorina Grant che redarguisce gli alunni della scuola agitando un bastone (tanto per far capire chi comanda). Proprio per questo non posso assolutamente scappare dal meccanismo del gioco e non riesco a venirne fuori. Anche se la simpatica Maria, dolce come un rottweiler picchiato a sangue da cucciolo, ha trasformato il suo giocattolo da un talent show ad una di quelle trasmissioni che riescono bene solo a lei, uno di quei pasticci fatti di lacrime, buonismo, litigate gratuite, aizzamenti e RVM come se piovesse. Insomma, il vomito. Sinceramente, credevo che il fondo si fosse toccato con l’eliminazione arbitraria di Nicola Gargaglia, ma quello fu solo l’inizio. Da lì è cominciata una parabola discendente senza fine, fatta di manovre autorali, ricerca della lite, cattiverie gratuite, Platinette. Pensavo che potesse andar male, ma non così. Quest’anno è davvero l’apoteosi. Alunni senza talento, professori in preda a sbalzi ormonali e crisi isteriche, autori alla ricerca del sordido più sordido, delle fragilità, dello scheletro nell'armadio che più o meno tutti abbiamo. Che schifo... Vogliamo parlare della tirata “Yes we can”? Spero che Obama non lo venga mai a sapere oppure che faccia causa a Zanforlini e a Chicco strappandogli tutti gli introiti derivanti dai loro libri infimi per darli in beneficenza ad un ente a caso. Riassumo brevemente per i not addicted. Su migliaia di ragazzi che si sono presentati ai provini, quest’anno sono state selezionate due ballerine: - Susy decisamente tamarra e culona, surrogato deformato di Britney Spears (e per questo icona gay? Vuoi vedere che è per questo che Garrison la ama tanto?), capello bicolore e ammiccamenti da cubista arrapata. - Giulia, una camionista che solo un sadico poteva far vestire di bianco. Per l’amor del cielo, balla bene l’hip hop e non si discute. Ma se continua così a Leon viene l’ernia al disco, pover'uomo. Ora, capirete bene che se solo avete mai visto da lontano un balletto, loro due non possono farne parte. E non è sufficiente che lo vogliano, che ci mettano il cuore e che si impegnino. Se c’hai la gamba corta, c’hai la gamba corta, arrenditi. Non dovrebbe essere la Celentano a dirtelo, ma lo specchio. Non ce ne hai uno a casa tua? Non che i cantanti siano messi meglio, non c'è di che scialare. Però rientrano almeno nella decenza. Ma le ballerine... E lo so che quella non è una “scuola” e che ste due poveracce non hanno colpe. Ma che messaggio si dà alle ragazzine che buttano la loro paghetta nel telefoto tarocco? E non c’è necessità di tirare in ballo l’anoressia, che è una malattia seria! La realtà è che per far tutto ci vogliono i requisiti necessari, fisici o interiori che siano, non raccontiamoci balle in nome di un finto buonismo populista. Ma che, Berlusconi docet? In una parola, pure banale, ci vuole il talento. E pure predisposizione. Perché se è vero che basta volerlo, da domani io sfilo per Gucci. Cacchio. Detto ciò, sono in crisi da rigetto. Finché è andato in onda di domenica, la trasmissione aveva un perché. Con le mie amichette ci si riuniva per cena e si stava a chiacchierare usando come pretesto le mise sadomaso ed orride di Maria, le polemiche gratuite e le spalle del Mariottini. Che è sempre un bel vedere, anche se rientra quasi nella pedofilia. Si banchettava, rideva e ci si dilettava nel gossip fino alla fine dello show, approfittando dell'occasione futile per crearsi un appuntamento fisso. Ma di mercoledì non è possbile, non si regge. E vuol dire che ci riuniremo senza la De Filippi. Pazienza. Peggio per lei. Io stasera mi sono accorta che non riesco a vederne più di cinque minuti di fila. E con nostalgia, ricordo i bei tempi andati, quando c’erano talenti per tutti i gusti ed era un piacere guardare le esibizioni. Che ne dite, pratichiamo l’eutanasia? l'ha scritto phoebe1976 | 23:11 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me
lunedì, marzo 03, 2008 Se a Madonna la conserva così, voglio provare anch'io
Io, io, io un paio di stivali. La mattina dopo la prima lezione, il risveglio è stato altamente traumatico. Non solo ero tutta indolenzita, ma la schiena urlava vendetta ed anche gli organi interni sembravano ribellarsi a tutto sto allungamento coatto. Phoebe: “Che hai da guardare così?” Comunque domani ho la quarta lezione. Sennò io al signor Pilates lo denuncio per maltrattamenti… l'ha scritto phoebe1976 | 09:11 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
martedì, febbraio 26, 2008 Growing paints Una volta la maggiore età si raggiungeva a 21 anni.Oggi, grazie alla riforma del 1975, per essere maggiorenni basta compiere 18 anni. Maggiorenni, cioè dotati della capacità di agire. Che consiste, per i non dotati di studi giuridici, nella idoneità di un soggetto a porre in essere atti giuridicamente validi. Un passo importante, quindi. Una soglia da varcare che ha molti significati e sfumature: assunzione delle proprie responsabilità, capacità di prendere decisioni, possibilità infinite. E soprattutto la patente. Ecco, diciamo che in una scala da uno a cento, la patente a 18 anni vale 101. Poi vai all’Università, e pensi che la laurea ti regalerà una vita meravigliosa e ti dischiuderà le porte della vita “vera”. Studi, ingoi rospi, immagini. Ma vivi anche di feste, alcol, flirt, giorni passati ciondolando in biblioteca e spettegolando sull’assistente di commerciale. Sì, proprio quello carino. I giorni sono lunghi, i problemi dilatati e sciolti in una adolescenza prolungata che sembra senza fine. Poi la laurea arriva e, se sei fortunato (o sfortunato, dipende), inizi a lavorare. Questo, pensi, ti regalerà la maturità. Ma non è così. Un lavoro insoddisfacente da 1000 euro al mese, gli amici di sempre, la dieta che non funziona, i sogni, le serate, l’amore che non arriva. Ti svegli a trent’anni e, spesso, vivi come un ventenne. Ma allora, quando si cresce? Siamo condannati all’adolescenza eterna? Ed anche fosse così, questo è proprio un male? Beninteso, non intendo qui condannare il maschio tipico italiano, il Peter Pan che si rifiuta di crescere e di fare qualcosa di diverso che guardare sotto la gonna di Campanellino. E dire che ne avrei ben donde. Parlo di una sensazione diversa, quella di sentirsi sempre col paracadute. E questo non perché non si metta su famiglia, non si paghino le bollette o non si viva pienamente la propria vita. Parlo di una presa di coscienza diversa, di quando all’improvviso si squarcia il velo e si vedono le cose per come sono. Si vedono le prime rughe intorno agli occhi, quelle che nessuna crema all’acido di chissà quale pianta riesce ad estirpare perché sono TUE. Si vedono i propri genitori per come sono: fragili, invecchiati, a volte anche sopraffatti da un mondo che iniziano a non riuscire più a godersi al 100%. Vedi tu padre, lo vedi lì accanto al termosifone che guarda Frizzi. La bocca tesa, la schiena un po’ curva. La tua roccia, la tua salvezza, l’antagonista di tante battaglie. Provato dall’accaduto, triste per non aver saputo difendere in maniera adeguata la propria famiglia, come a trasgredire un codice non scritto. Lo vedi lì e non puoi fare altro che abbracciarlo, dirgli che gli vuoi bene, cercare di infondergli un po’ del tuo calore. Diventare da protetta a protettrice. Vedere gli occhi di tua mamma ancora innamorati di lui, e pensare che in fondo è tutto ciò che vorresti diventare da grande. Occhi belli, grandi e nocciola come i tuoi, ma impotenti. Come impotente sei tu, senza più la certezza che tutto andrà bene, che ti rimboccheranno le coperte se ne avrai bisogno stampandoti un bacio sulla fronte. Come una nave che lascia il porto, ora è tempo di migrare, cambiare, evolvere. Diventare donna davvero… l'ha scritto phoebe1976 | 00:34 | permalink | vita vissuta, paranoie, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
lunedì, febbraio 25, 2008 Cooking Phoebe Reloaded Oramai l’avete capito, mi sto dilettando in cucina. Un po' per diletto, un po' per necessità ad essere sinceri. Secondo mia madre, per avere e tenersi un uomo alla mia età pare sia necessario anche questo e quindi proviamo. Magari mi nasce dentro una grande passione che non sapevo di avere. Magari divento una cuoca eccezionale. Il nuovo Vissani, magari. Yes, we can! Ok, la smetto... Inoltre, visto il successo della prima volta, mi sembrava carino fare un bis ed ho deciso di ritentare con un classico (ma che non stanca mai) della cucina umbra, che certamente non potrà non rendere felici tutti i buongustai: la torta al testo. Celeberrima e anelata dagli umbri in terra straniera, è un piatto unico gustoso che va bene per tutte le stagioni ed anche facile da preparare. Insomma, se lo so fare io… Ingredienti: - 1 kg di farina - 8 cucchiai d’olio - un uovo - 1 hg di parmigiano - 1 bustina di lievito per torte salate da 1 kg - sale qb - latte Disporre la farina a fontana sulla spianatoia e versare il lievito, l'olio, il sale, il parmigiano e l’uovo poco alla volta nel centro. Impastare energicamente gli ingredienti, ammorbidendo se necessario l’impasto con acqua o latte secondo i gusti. Nel frattempo mettere il testo a scaldare sulle braci (come vorrebbe la ricetta antica) o sulla cucina a gas. Esistono infatti comodi testi in ghisa che possono risolvere la vita a chi il camino non ce l’ha o non ha voglia di usarlo). Stendere la torta con il mattarello, non troppo sottile (circa un centimetro) e posizionarla nel testo caldissimo, bucandone la superficie con i rebbi di una forchetta. Rigirare la torta di tanto in tanto, facendo cuocere entrambi i lati. A cottura ultimata, tagliarla a pezzi e farcirla come più vi aggrada. Il classico della cucina umbra prevederebbe il prosciutto crudo o salsiccia e erba (ndr. verdura cotta varia, secondo gusti e stagioni: spinaci, rape, ecc), ma sono previste massima libertà e fantasia, alcune pure ispirate alla cucina fusion più estrema: melanzane grigliate e speck, prosciutto cotto e salsa tartufata, rucola e stracchino, salame piccante, nutria arrosto, porchetta, ecc ecc. Tutte buonissime e tutte da provare. Anche se la nutria, io, la digerisco male. Come mai vi allieto con questa ricetta proprio stasera? Perché oggi per la prima volta da brava massaia l’ho fatta tutta da sola in modo abbastanza agevole. E le mie amiche, accorse alla mia magione per la classica serata Amici (sul cui trash, buonismo ed elogio alla mediocrità preferirei non parlare) se la sono spazzolata in allegria e buonumore. Scusate tanto se è poco. Son soddisfazioni… PS. Lo so, trovare fuori dall'Umbria un testo in ghisa per la cucina a gas non è facile, ma se volete tentare questa ricetta e desiderate acquistarne uno, scrivetemi una mail che ci organizziamo!! l'ha scritto phoebe1976 | 01:14 | permalink | vita vissuta, sick sad world, doveva succedere proprio a me, famiglia phoebe
martedì, febbraio 19, 2008 Mindhunters
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